C’era un posto dove si faceva il pane col forno a legna, qui vicino.
Grigiotempo fuori, verdezanzara, dentro.
Due vecchi con l’accento diverso, in mezzo a tanti “comaaandi” e a diversi “ghe seto?” e “chi elo?”.
Lei non aveva perso una maniera femmina, sotto le rughe.
Lui, un bastone e un berretto.
E il pane di copia grossa e polpa soda, quello che non si affloscia e tiene per giorni.

Si andava giurando che mai si sarebbe guardata la polvere, mai gli zampironi fianco a fianco con lo zucchero a velo e la statua della pastora con la gamba ripiegata (pieghe dorate sulla sottana).
Perchè il pane non è mai sporco.
Per niente al mondo si sarebbero fermati gli occhi sulla latta nera della ciambella, così generosa da lasciare un segno sul sacchetto di carta. E, se il pane non è mai sporco, che dire di una brazzadella che si umilia nel vino bianco?

Nel posto del pane cotto a legna si andava per il nome: Pio.
Un nome di chiesa e di gallina: un nome che pigola, corto come la virgola delle case che sorreggevano il forno.
Tre lettere di nome e tre case: perfetta coincidenza mai richiesta, su una curva a gomito.

Nel posto del pane cotto a legna si andava per l’odore.
Di pietra calda e rossa, di camicetta che si apre, priva di malizia.
Di pelle chiara.
Pane prosperoso, di cui cercare le briciole sulla tovaglia, come ti dovessero portare a casa.

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