Si sentì piena d’importanza, la bambina, quando varcò i portici e infilò la stradina sghemba che raggruppava tutte le botteghe: ora toccava a lei, la scelta, perché la scuola stava per finire e c’era da pensare alla maestra, che se ne andava per via della pensione.
Le compagne di scuola avevano il ritiro: esercizi spirituali, con anima contrita, dentro la canonica ben chiusa. Per tre giorni odore d’incenso e piastrine di cioccolato e mandorla pressata. Restava solo lei, e anche la Camilla, che aveva gli orecchioni: i soldi del regalo nella busta e la raccomandazione di scegliere per bene. La mamma si era anche offerta, ma questo non valeva: la bambina sapeva cosa fare. Un soprammobile, la classe aveva decretato.
La scelta era la bottega di ceramiche, un po’ più in là, dopo l’albergo del voltino.

Era una bottega silenziosa e quieta: chiedeva scusa, nei giorni caldi dell’estate, per non avere neppure una veranda e allora abbassava la sua tenda e, all’interno, domandava soltanto un po’ di acqua fresca sull’assito. Per tener buone polvere e calura.
La schizzava con estro la padrona, che un poco zoppicava, intingendo le mani in una boccalina azzurra e poi spruzzando, qua e là.
Sapeva di piazza, l’acqua su quegli assi, di cani a zampa corta, pelo bagnato e tiepido.
E sapeva di fiume, di riva al chiuso dei cespugli, anche di tinche che sguazzano nel fango, all’ombra.

La bambina si pulì i piedi ed entrò con un po’ di soggezione.
Come pestare tanta grazia in forma di arabesco?
Le gocce erano mappe di isole segrete: una semina di dita delicate, acqua e cortesia.
Sugli scaffali molte meraviglie: damine di gesso pitturato col vestito tutto a pieghettine, una conchiglia rosa a fare da vassoio, un cavallo cangiante con la criniera al vento, persino una coppia di olandesine in porcellana, sedute sulla panca di un mulino.
Nella vetrina, proprio in bella mostra, cestini intrecciati e fioriti di rosette: quasi capodimonte, diceva la padrona.
Lo sguardo si posò sulle anatrine bianche in dialogo fra loro, sul capo un fiocco blu, molto civettuolo: tanta bellezza finita proprio lì!
E’ il colore che piace alla maestra: ha sempre il golfino blu, col buco nell’ascella, la bambina seriosa ragionava.
Poi, sentito il prezzo, capì che bisognava sceglierne una sola.
Indicò la più grossa, accovacciata in mezzo all’erba, col fiocco che giganteggiava e un poco a cul in aria. Ma appena appena…
Sembra vera, neh? Una meraviglia. Sì, costa un po’, ma piacerebbe anche a mia figlia.
Così comprò, rassicurata, e si sentì addosso il beneplacito di un’inattesa sorellanza, di una figlitudine adottiva.

Non si dà dell’oca all’insegnante!, le parole uscirono a sparpaglio da una maestra quasi inferocita, col mento che tremava per la delusione, tra scolari sguardi di riprovazione.