Non che fosse gelosa in senso stretto.
A vivere con altre tre sorelle s’impara a non avere invidia, specie se sono meno belle.
Però.
Però con la cugina, che arrivò con quell’aria cittadina per fare qualche giorno lì in campagna, sguardo sussiegoso e puzza sotto il naso, qualche stringimento certo che veniva.
Giusto la sua età: 10 anni, tondi come uova. Le altre sue sorelle un po’a scendere e a salire.
A tavola, sempre a servire l’ospite per prima, con tanti sorrisini, i parenti ogni giorno in processione per fare visita, un piatto con i fichi fioroni appena colti, una fetta di ciambella su un centrino. E a ripetere ma che bella, ma che pelle fina, un quadro, sembra un quadro da tenere in casa, tutti d’accordo nel cercare nobili ascendenze e somiglianze.
Nel frattempo lei, la bambina, insieme alle sorelle, in piedi sulla scaletta, nel secchiaio, a governare i piatti e le stoviglie: era questione d’un attimo sentirsi Cenerentola.
E poi e poi, c’era pure da cedere un lettino: nella stanza già si dormiva in quattro e bisognava trovare la sorella disposta a spostarsi nel granaio, con le finestre piccole e ovali, messe di traverso, e senza vetri. La più grande aveva tanta tosse, le piccole paura, quindi la conta ricadde su di lei.
Alla bambina questo non spiaceva: il granaio aveva un tappeto di mele, poste a riposare. Erano quelle di san Giovanni, che venivano mature a fine giugno, con un profumo lieve che è di pesca, o forse d’albicocca, condito d’erba fresca. Si poteva mordicchiarle al buio, col finestrino puntato verso il cielo, sperando nell’arrivo di un gufo o una civetta. Concerti notturni da ascoltare, distesa sopra il materasso poggiato sul paglione, crocchiante di foglie di granturco. Era una bella compagnia, perché ad ogni movimento pareva di correre in mezzo alle pannocchie già mature, ma senza lance pronte a fare male. Il sonno arrivava insieme al fresco, senza nessuna ombra di timore.
La mattina si era giù in cucina molto presto: dopo che l’uomo della stalla finiva di mungere le mucche, bisognava ringraziarle con un po’ di fieno fresco.
Questa cosa potevano farla le bambine, perché non era di fatica. Bastava una forcata d’erba medica seccata, con l’odore del caldo ancora rannicchiato: un tocco verso l’alto, perché cadesse in una pioggia leggera di fuscelli.

Con le scarpe candide di biacca e le calzine in tinta, l’ospite apparve sulla soglia della stalla: una visione tra Ferrara e il Paradiso. Era bianco persino il fiocco fra i capelli, drappeggiati da un intreccio di forcine.
Peccato ci fosse una boazza, un resto escrementizio del vitello, appena governato fuori sede: le immacolate scarpette profanate.
La Celesta accorse al grido nipotale.
C’era da far presto, per cancellare l’offesa: la figlia fu spedita a cercare un panno umido. L’ospite, intanto, seduta sul bordo dell’albi, già colmo d’acqua per le bestie, la gambetta tesa, quasi ci fosse da provare una scarpetta di cristallo, come le sorellastre cattive della fiaba.
La bambina s’accucciò e si mise a sfregare e a pulire sotto gli occhi compiaciuti della madre, ma sbirciò un momento verso l’alto e incrociò lo sguardo malizioso della cugina, un mezzo sorriso tra il perfido e il beffardo.
E la cosa accadde, com’era naturale: un guizzo d’orgoglio e di risentimento.
Scattò in piedi, a due mani le strappò il fiocco e le spettinò di malagrazia il ciuffo costruito, come quando si cerca un ago nel pagliaio.
L’altra, arruffata e con il nastro pendulo, restò senza parole e la bellezza del quadro si scompose: la bocca diventò una caverna nera, senza fondo e senza voce, gli occhi rossi da diavolo cattivo, cupi di oltraggio e meraviglia, la faccia rincagnata dentro il collo.

Bastò una spinta lieve e l’albi l’accolse, liquido e gentile.

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