A Genova ferita, il mio affetto, sul filo degli amici cari e, ora, del dolore.

Appoggio qui lo stralcio di un vecchio post per dire come l’ho vissuta, come la vivo nei ricordi e come spero di viverla ancora, questa città.

“Bella, Genova. Per me.
Piace per via del nome, anche: lì mi sento chiamare dappertutto, perché Genova suona Zena in dialetto, con quella zeta defilata, comune ai suoni della mia parlata. Più a casa di così, certo non si può.
Piace, ‘sta città, per il suo cuore a grinze di strade e di stradine, che si aprono e si stringono: quelle grandi hanno segni di ricchezze appena un po’ sgualcite e le piccole tengono le tracce di mestieri antichi, di tutti i mestieri, pure di quelli che richiedono l’attesa, il muro alle spalle per appoggio. La sigaretta accesa.
E piace, Genova, per la pelle rosa che prende verso sera, quando c’è il sole (se la liscia sul collo delle case alte, in faccia al mare). Mi piace persino per il brutto: la strada per aria che la sega, ma pure l’attorciglia con la vita, lavoro&fatica, la stessa che ritrovi giù, al porto, nella mezza luna dei portici (odore di ferro, di cani e di panissa).
Ma è la Genova delle storie che, ogni volta, io mi porto a casa.
E’ quella di Pino, che mi racconta del Paciugo e la Paciuga e della barca triste senza più ritorno, e dei bambini che si attaccano ai camion con un salto, per fare vendemmia del poco necessario: la frutta che rotola in sveltezza, a consolare la fame della guerra…
(Pino racconta con gli occhi e con le mani, con le parole del porto e della strada e con pause di belin a fare fitto: sa di navi e di tatami, di viaggi per mare e per materassina, forte di una cintura bianca e rossa…)
La sua è la Genova dell’orgoglio di chi ha fatto la guerra partigiana e pure ha nascosto qualcosa di “pesante” dietro muri bugiardi, perché non si sa mai. Non si sa mai. E adesso si prende cura dei ragazzi perché anche il tatami è una finestra di speranza.
La Genova di Paolo, invece, sta nell’indignazione rossa di chi ha tanta voglia di cambiare, ma intanto  mi mostra quella chiesa sparsa, tenuta insieme solo dalla colla del colore…”

La mia, adesso, è la Genova che piange, dignitosa.

(ai nostri amici)

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