Perché piovesse sempre, quell’ottobre, sul bosco della Mesola, non era dato capire.
I vecchi lecci sembravano più curvi e le tamerici toccavano terra sotto il peso molle dei rami.
Il vento spostava fasci d’acqua.
Abitare proprio sul ciglio, in faccia al bosco, per via del padre guardiano, era come stare davanti a un sipario verde e gocciolante, che sbatteva e si arricciava a scatti.
La bambina guardava la pioggia cadere di stravento e le pareva che ogni goccia si portasse via tutti i resti dell’estate e facesse arrivare il freddo a grandi passi.
Con tutti quei fratelli in casa, nella cucina stretta, c’era solo da sperare che la barchessa non facesse troppa acqua dal tetto e i più piccoli sfollassero lì, a fare confusione.
La barchessa era di tutti e di nessuno, un vuoto pieno, che faceva squadra con la stalla e coi servizi bassi, destinazione per gli attrezzi e per i giochi dei giorni piovosi o troppo caldi.
Il carretto di legno per gli sfalci, forche e tridenti appesi, il braciere nell’angolo più asciutto, buono anche per il bucato grande.
A ridosso del muro della stalla, stava il tavolo lungo: sapeva di pino e di salmastro, l’odore che il delta spalma sulle cose nel lento slargarsi del Po, quando gli argini non tengono, non fanno resistenza e si slentano per accogliere il mare.
La bambina amava quell’odore che soffiava e dal fiume e dalla costa per poi incontrarsi nel verde delle piante.
Lo sapeva di stare a un crocevia di mondi, dove ogni rumore e profumo raccontava del vicino e del lontano.
Ma ora il cielo non smetteva di macinare acqua e acqua, e il fango riempiva l’aria col suo sentore di palude.
Sì, ottobre portava in anticipo tristezza: fra le lenzuola stese in casa correvano parole d’apprensione. L’estate non era stata buona, l’orto avaro di patate, la stalla vuota già da tempo, adesso legnaia di fascine.
Il padre aveva il pensiero dell’inverno e quel giorno si mise ad incollare i fogli di giornale sui muri della stanza. Per tenere più lontano il freddo, già a novembre: un aiuto alla stufa, lui diceva, l’aveva visto nelle baracche di Goro, giù nel delta.
Più avanti si farà l’intonaco, rinnovava la promessa.
La cucina sembrava ancor più stretta, adesso: tappezzata di scritte tutte nere, rendeva visibile il bisogno.
La bambina sapeva dimenticarlo a primavera, quando il bosco tornava a germogliare con i pudori dolci delle gemme e i ciuffi teneri dei pini. Si andava al bordo della palude grande ad aspettare le tartarughe sveglie.
Anche d’estate si viveva bene: fuori tutto il giorno e la sera insieme, con la coperta gettata sopra il prato, ad ascoltare i gufi.
Ma ora il cielo non smetteva di macinare acqua e acqua, e in casa c’era l’acre della colla fatta di farina, l’umido dei muri gonfi di bolle e di spessori. Il fuoco acceso della stufa, per asciugare meglio, cuoceva anche l’odore e lo spandeva intorno.
Persino le voci dei bambini che giocavano a terra parevano più grigie, dentro un pomeriggio pigro e lento.
Dovette capire il padre che qualcosa bisognava fare.
Uscì nella barchessa.
La bambina lo sentì trafficare col paiolo e il braciere, poi vide la madre uscire.
Rimase in casa per non sciuparsi la sorpresa.
Aspettò che il fischio di suo padre, quello che annunciava il suo ritorno a casa, chiamasse a raccolta sotto la tettoia.
Portate i cucchiai, che sono nel cassetto, era allegra la voce e piena di promesse.

Sul tavolo lungo, a ridosso del muro della stalla, tante foglie larghe di fico: sopra, un triangolo di zucca che fumava, arancio e caldo, col suo profumo di zucchero salato.
Come mangiare il sole col cucchiaio, scottarsi e ridere, guardando la pioggia che cadeva.

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