La bambina si chiedeva spesso se il noce grande, spartiacque di orto e di giardino, fosse il padre o la madre dell’albero piccolo, cresciuto accanto.
La somiglianza c’era: le stesse foglie, lo stesso portamento, la spinta imperiosa verso l’alto. Solo mancavano i nidi poggiati sopra le forcelle e l’ombra generosa.
Così, quando la vecchia pianta fu abbattuta, per limiti d’età o scarso rendimento, sentì un dolore doppio: il proprio e insieme la malinconia del piccolo, la sua orfananza immeritata. Allora prese a giocare lì vicino e a sperare che non crescesse mai. Magari si facesse un bel cespuglio, come i lillà dai grappoli pesanti, o arbusto di vite, contorta e ripiegata.
A poter scegliere, anche la bambina voleva non crescer mai o forse soltanto un poco e piano, per restare ancora nel selvatico, fra mughetti, rovi di ribes e uvaspina, un fitto che adesso contendeva sole e terra ai pomodori e ai fiori di sua mamma: una striscia di giuntura fra il mondo dei sapori e il mondo dei colori, chiamati a unirsi in misticanza.
La bambina stava bene in quell’intrico rasoterra, lontano dalla casa: nessuno litigava, nessuno alzava la voce per gridare, si poteva pensare che tutto andasse bene.
Lì c’era da osservare: bastava star nascosti, accovacciarsi senza far rumore, per vedere le formiche in fila lungo i fusti, e il riccio, spuntato all’improvviso, fare palla sotto una foglia d’hosta. E poi, sdraiata sulla schiena, guardare in alto e travedere il cielo, spezzato dai rami di forsithia: un gioco di ricami d’oro sull’azzurro grigio. Oppure chiudere gli occhi ed ascoltare.

(Tutta una vita di schiocchi e di fruscii, nel basso, uno sciame di forme da inventare. Strade da tracciare con il dito sulla terra smossa, e fragili equilibri di foglie e di stecchetti, subito dissuasi da una vespa ansiosa o da un pettirosso in cerca)

Quando il giardino e l’orto furono una cosa sola, una selva con prestiti d’odore e di vilucchio, a estate finita venne ad abitare una zia, nel cortile a lato della casa.
Si poteva rimanere ore a sentirla raccontare, le sere d’inverno, le storie della guardiana delle oche e del pecoraio con gli occhi come stelle. Veniva voglia di prendere sonno nel ronzio quieto delle sue parole e poi svegliarsi con lei, la mattina, perché la zia aveva un altro dono: spiegava i sogni, quasi avesse un libro segreto nella testa che diceva le ragioni di ogni cosa. Di un sogno fatto d’acqua, o di scale senza pioli, o di gemme sparite da un anello, sapeva il perché e il mondo del sonno diventava chiaro, non ingombrava il cuore. Sparivano i rimorsi ed anche le paure.
Ma era vecchia quanto il vecchio noce, la zia, e la bambina cominciò a temere che potesse sparire all’improvviso, come l’albero abbattuto nel cortile. Meglio restarle più vicina, non staccarsi dalla sua sottana, neppure la notte, neppure la mattina. Controllare che le rughe impresse sulla fronte non portassero una nube scura di partenze.
Intanto i sogni diventavano cattivi: le piante cadevano in giardino, anche il noce giovane spezzato da frustate di lampi e di saette, la luna fatta a pezzi sopra i rovi fra sangue di lamponi.
La zia ascoltava senza dire.

Vieni che ti insegno un altro gioco.
Era maggio e la donna la prese per la mano.
La bambina guardò il cortile con occhi nuovi. Non c’erano confini nella selva: aiuole tracimate, fra serpenti di edera e guizzi di pervinche, macchie di bergenie e ciuffi di narcisi gialli, tulipani dischiusi fra le foglie a lancia, tralci in lenta ricaduta, ed erba, erba alta intorno, a confondere i primi crisantemi. Margherite e veroniche intrecciate ad impedire i passi.
Il gioco nuovo fu la cura.
C’era da togliere la gramigna senza strappare il ciuffo, fare morbida la terra con un poco d’acqua per arrivare alla radice, poi un colpo secco. Mazzetti di fili, da scuotere perché la terra non andasse persa.
Ore trascorse a zappettare per ritrovare la traccia di un sentiero e liberare le piantine dall’ingombro che toglieva luce: avere la vita fra le mani e decidere cosa perdere o tenere.
Venne il tempo per l’approdo ai crisantemi. E la parola fu ‘sbocciolatura’.

(Sentire fra le dita i capolini, duri sotto l’ascella della foglia, e scegliere: lasciarli ad infittire la pianta di piccoli fiori numerosi o sacrificarli per il trionfo di un’unica corolla, globosa attorno ad un bottone grosso?)

Venne il tempo passato a diradare le zampe di prezzemolo, perché la radice così bianca e buona diventasse profumo per la zuppa.
Finché si giunse all’angolo dei noci.
Il giovane era robusto e vigoroso, il ceppo dell’albero abbattuto, invece, era invaso dall’erba dell’incuria, eppure nella crepa al centro era spuntato un ‘butto’ di un verde tenero e gentile.
Guarda, disse la zia. Questo sei tu.
Quella notte la bambina sognò dalie aranciate e rose d’autunno, fra le zinnie.

(dedicacato a T. con tanto affetto)