Da una domenica all’altra il tempo è un lungo respiro trattenuto.
Il settimo giorno si scioglie, piano piano.
Per questo, nella mia costellazione, ‘indolenza’ è parola della festa. Lenta e in discesa, contiene un poco di pigrizia, un minimo segnale di abbandono, che sfuma in trascuratezza saggia: sapere che il foglio scivolato chissà come (nella fessura più ostica da aprire) può anche restare in quel suo nido. Un altro po’.

E’ come pennellarsi attorno uno strato di gomma sottile e avvertire le cose da lontano.
Gli urti si fanno più gentili e lo scatto vitale arriva ammorbidito: quando te ne accorgi, è già passato e allora lo saluti con la mano.
Forse poi ritorna.

A volte si ha bisogno d’ indolenza per fermarsi ed ascoltare: docile accoglienza del senso delle cose, fiducia che ci sia del tempo per capire, per trovare varco e pausa.
Piccoli lussi per entronauti casalinghi, che non escono dal bordo del tappeto.
Per ora si tiene ferma pure la speranza che, di suo, è tanto faticosa: ama progetti e proiezioni, viaggi di lungo corso in un domani incerto.

Fuori, le campane viaggiano distese.
Buona Pasqua.

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