Si cercano i luartis, germogli di luppolo, che tengono in fondo in fondo, prima di salutare, un sapore di asparago, con l’in più del selvatico.
Cambiano di nome, di terra in terra, come il Gurdulù del cavaliere inesistente. E forse anche per questo sono inafferrabili, spostati sempre un po’ più in là, nella pagina bianca, dove il ciglio dell’argine è già vuoto e diventa solo aria e cespuglio. Chiedono pericolo e graffi sulle braccia.
Amici dei rovi, abitano fra le spine delle more: il luppolo sta bene lì, coi suoi viticchi arricciolati e le sue foglie a cuore triplo.
Lì.
Lì sta bene anche la casa della Possioncella.
Vi si arriva con indolente calma sulla scia dei germogli da spuntare.
E la cerchi, nel fianco dell’argine, piccola e chiara. La casa dell’esattore in bicicletta, che entrava gentile e si fermava a parlare di reumi, caffè in mano.
Sull’argine c’è un verde che solo l’erba nuova può.
E il verde continua, dove sai la casa, ma non la trovi più: coperta, presa, stretta, dentro le braccia di rami e rampicanti.
Non abitata, la Possioncella ha chiamato edere e madresilvia e viti americane e gramigna e zucche selvatiche.
Rotto il patto con gli uomini, dorme sotto una lanugine di foglie, ora.
Non bisogna svegliarla.
Non ci appartiene più.

Ha un suo modo, la natura, di riprendersi le cose e farle proprie.
L’erba non vuole passi verso.
Ti aspetti che si apra una finestra, all’improvviso, ed esca, robusto e proprietario, un fascio di pervinca.

Ci si allontana, con i luartis a mazzetto: hanno teste serpentine di lucertola. A guardarli bene, penzolano irritati.

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