Quando mi impigrisco nel primo pomeriggio, nipotina al computer, fratello ancora sul viale del ritorno, affiorano i ricordi della famiglia grande. Erano quiete, allora, le giornate di luglio, impastate di lentezze infinite.
Le cose, nella tranquillità del dopo pranzo, sembravano figure di cartone col piede ripiegato, in attesa che una palla di stracci le buttasse giù.
Niente corpo. Leggere di colori, nella loro immobilità.
E se da strada un urlo lungo di cornacchia o di bimbo di colpo batteva la stanza, solo in quel momento l’attesa sussultava, ferita.
Tutto tornava carne.
La vita, puntuta, ha il suo modo di farsi sentire, aspro d’amarena o ago di suono.
L’aria che avvolge i pensieri scoppia e non c’è più la confidenza sonnolenta fra il dentro e il fuori; il dentro si ritrae, impaurito.

Il “su andéma” della Dina mianonna era la scossa nervosa che pungolava il dopo-mangiato e rompeva i conversari svagati e un po’ intorpiditi che legavano alla tavola.
Prima del riposo stavano i piatti da rilavare e riporre.
La casa, già calda, bolliva per l’acqua che si voleva fumante e le due nuore di fretta, nello stanzino, lavavano, finalmente d’intesa, e asciugavano i piatti.
Gli altri potevano, secondo contratti e bisogni, usare il tempo del pomeriggio…
Ma chi poteva avere il coraggio di svenare il silenzio che, come un cordone, stringeva la casa?
Il silenzio scendeva di colpo anche fuori, migrava leggero e aveva qualcosa di trattenuto: non era assenza, non era vuoto, era un esserci a bassa voce, di rimbrotti e risatine chiocce, quasi dal volume dipendesse il tacito accordo del viale.
E il silenzio portava la frescura di finestre accostate, di porte con un filo di sfiato.
Niente più voci, zitte le radio sulle ultime note di Capodistria, niente più piatti e ciabatte veloci.
Un silenzio arancione.

 

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