Prima che s’incollino ai piastroni di ghiaia, devo decidermi a raccoglierle, le foglie, specie quelle che la pioggia ha pigiato e reso quasi trasparenti.

Operazione densa di ricordi, che cerco di allontanare perché ottobre già porta le sue pene.

C’era un vecchio grosso, qui, rimasto solo nella casa degli ippocastani, quasi attaccata alla mia.
La moglie se n’era volata via di colpo e la televisione aveva alzato il suo volume.
A passettini cuciti con l’ago, il vecchio grosso dichiarò guerra alle foglie.
Cominciò a primavera, con quelle che non legano al ramo e cadono, grasse e arricciate come i bruchi o le rughe.
Continuò d’estate, con le ostie di robinia, disossate dal sole, gialle e sottili.
Poi tenne dietro alle foglie di ippocastano, che sono grandi e spesse: eccolo a spingerle più in là, e ad arrabbiarsi con l’asfalto bagnato che trattiene.
Fatica smuovere le foglie senza una scopa, solo con il bastone.
Fatica, se il vento non vuole saperne di dare una mano.

Il vecchio insultava le foglie, le inseguiva senza tenerezza nella voce.
Le voleva lontane, che non avessero a toccare il muretto e la striscia di terra, vicina.
“Marce. Marce. Le foglie marce hanno la morte in tasca”, diceva.

Chi lo vedeva chiamare gorghi di aria e dondolare lento, pesante in mezzo alla strada, sapeva che non erano le foglie a fargli paura.