Selvino è un vecchio. Abita nel paese più in là, quello delle due fedi e delle due chiese. Ha spostato tanta terra con le mani e non ha molte parole.

Per avere il tempo di cercarle, si ferma su una lunga e la ripete sempre, come se fosse una briciola per i passeri.

Mi ha detto una volta che i suoi, da bambino, lo avevano prestato per un po’ a della gente con la terra, perché lavorasse e mangiasse in quella casa, naturalmente. Tornava ogni tanto con la corriera blu, che lo metteva giù all’incrocio, naturalmente.
La prima volta, tornò dopo un mese,  una sera che c’era la neve e all’incrocio un odore di fritto buono, quello dei pincini che si fanno in casa a salutare una nevicata. Un po’ di farina bianca acqua e sale e magari un velo di zucchero…

Il bambino pensava, naturalmente…
Se fossero a casa mia, i pincini, sarei capace di mangiarne cinque. Ma ci dovrebbe essere lo strutto in casa, e la farina bianca…Invece in casa c’è solo l’acqua per la polenta…
E camminava, naturalmente …
Se fossero a casa mia, i pincini, sarei capace di mangiarne dieci (perché la strada nel freddo mette appetito…).
E l’aria era grassa di fritto dolce e di desiderio.

Erano proprio in casa sua i pincini, perché la madre aveva barattato due uova per un po’ di farina bianca e di felicità.