La bambina della bottega dei semi

La strada spegneva piano la sua voce.
I tonfi di mannaia calavano in sordina sul ceppo del beccaio: la vetrina li teneva dentro.
(Non urlava il grembiule con gli schizzi rossi, se si passava in fretta, magari senza sguardi)

Due passi ancora e tutto si taceva, perchè la via cambiava ad ogni soglia.

E chi voleva un po’ di vita sfusa, la speranza di un bulbo addormentato o di un cespo dischiuso a primavera, lì poteva entrare, nella bottega scura: non le bastava il portico per l’ombra, c’era bisogno di una porta buia e del regalo fresco di un’imposta.
La bottega dei semi stava zitta, come con l’ovatta intorno: solo alterni pigolii dietro la tenda e dialogo di cocorite, sospeso nella gabbia.
Chi si fermava incerto sull’ingresso, nella penombra che tutto indistingueva, si lasciava chiamare dagli odori: dall’alito della terra grassa, dal cotto del sole in forma di granaglia, dalla foglia che si macera e si scioglie e dal sale amaro, ruvido alla gola. Un senso di pastone da pollaio, di umore assorbito dalla crusca.

La bambina entrava senza far rumore, con la lista piegata nella tasca.
Se la signora parlava col fattore, c’era modo di infilare la mano nei sacchi con l’orlo rivoltato.
Bello muovere le dita, sentire lo scorrere dei grani e trovarsi il palmo quasi bianco: polvere di frumento che sfarina.
Bello toccare il freddo dei cristalli azzurri, lasciarsi un poco pungere, volendo: si poteva pensarne una montagna che luccicasse contro il sole o sperare d’averne uno in dono, perché il verde rame diventa talismano prima di arrivare sul muro della vite.
E poi guardare i semi e le sementi, tutti così fini. Nei cassetti in pila sopra gli assi, a fare da parete e da granaio. Ci dormivano anche i tuberi di dalia, in certa terra soffice e sgranata.
C’era da aspettarsi che un chicco si rompesse con rumore o un bulbo si crepasse all’improvviso e un soffio verde, a punta o arrotolato, si snervasse fuori dal cassetto e diventasse foglia, tralcio addirittura, veloce come pisello magico da fiaba.

Cosa vuoi? disse la signora.
Dopo tante meraviglie, la vergogna di leggere misure dettate da suanonna: dieci pizzichi di semi di lattuga, dieci pizzichi d’insalata ricciolina, un cucchiaio di semi di radicchio, una sessa minore per fave e fagiolini, una tazza di semi per le zucche e un po’ di zampe d’asparagi, se fresche…
A dosi di pozioni e sortilegi, tutto l’orto finiva e cominciava in cartocci di carta di giornale.

Non ho resto di moneta spiccia. Aspetta che ti do una cosa.
La donna sparì dietro la tenda e tornò con un pulcino giallo.
-Ti spiego come devi fare.
C’era da tenere le ali tutte ferme, strette nel pugno, senza aver paura, ma la bambina aveva mani piccole: servivano proprio tutte e due.

Ricevette il caldo del pulcino come l’oracolo nel gioco, quando in cerchio, con i palmi a conca, si aspettava l’arrivo del tesoro: l’amica lo teneva nelle mani giunte e passava in rassegna le altre mani, con un gesto quasi di preghiera. In quale conca sarebbe scivolata la biglia oppure la conchiglia? Chi avrebbe premiato nel segreto della filastrocca?
Attesa di un segno d’elezione.

La bambina restò come incantata, l’orto ficcato nelle tasche e le mani piene di bellezza. Bellezza viva. Perfetta nel becco di un pulcino che cercava un pertugio fra le dita. Perfetta nel solletico di piuma, proprio sul polso, sulla vena azzurra.

 

 

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Pensieri in fuga 7.

Dalla libreria, segno premonitore, stamattina è scivolato un libro, anni ’70, degli Editori Riuniti …
Ricordi a frotte, a piedi, in bicicletta e in motorino.

Era bellissima la carta-premio che mio padre riceveva dal partito e mi faceva sentire ricca di trentamila lire di libri, da scegliere fra quelli bianchi strisciati di rosso, con parole difficili e forti, e quelli con la copertina di cartone avorio e il timone d’oro.
E non c’era criterio, per scegliere: solo ascoltare la musica di un nome sirena, che chiama, che chiama. Majakovskij, allora, arrivò per caso, su una nuvola in pantaloni, col suo flauto di vertebre a reclamare un amore immediato, nelle sere di novembre, quando gli altri dormivano e io restavo nella cucina solo mia.
Quattordici anni,
Arrivarono i libri, da allora, puntuali ogni anno, a cancellare rinunce così lievi da non essere avvertite o da diventare il gioco fra noi, nella casa che, da grande, era diventata piccola per risparmiare il riscaldamento. Non si poteva scappare agli odori, ma neppure alle canzoni di miamamma.
Arrivarono i libri cui tagliare le pagine unite; con la smania di non perdere tempo, da covare in attesa di poterli capire.
Libri da buttare dentro, da riscrivere in quaderni piccoli per paura di perderli.
Libri dove mettere la testa e il cuore, dove gustare l’incontro e sapere che sarebbe stato per sempre.
Libri per riconoscere, nelle parole già scritte, ciò che si sente e pre-sente: sconnesso, non chiaro, perché non vissuto ma adesso trovato, descritto così per bene da diventare specchio. O memoria.
Un sovramondo di parole che cancella il salnitro sui muri, l’umidità che fa sembrare lucidi i pavimenti, i soprabiti riadattati con finta allegria.

Libri anti-dolore, ma il dolore ti trova sempre; anche nei porti sicuri.
E non è schiaffo. Non è sferza.
E’ riprendere, di colpo, lo sguardo vero.
Quello nudo e freddo, non quello coltivato come una carezza che accetta o traveste il poco che hai, fino a farti credere che va bene così …

Sì, arrivò anche il dolore, ma c’erano altri libri da aprire.

 

Pensieri in fuga 6.

Tanti mi chiedono perché non esco mai.
Infatti non esco mai.
A volte penso che la casa sia il mio corpo, e allora cosa esco a fare.
Senz’altro un corpo.
Oggi la sento respirare.
Sono sfiati di luce che sbiancano la penombra, polvere fra le fessure di questa finestra, socchiusa come una bocca.
Anch’io respiro al ritmo della casa.
E l’ascolto.
Sembra che fermarsi sia questione di un attimo, il prossimo.

Da piccola tenevo il fiato più che potevo, perché doveva pur succedere qualcosa. Magari il fiato trovava altre strade. Fluitava nelle vene?
Perdevo la scommessa e aprivo la bocca.

Adesso, se la bocca si aprisse si romperebbe qualcosa, forse il silenzio, forse questa regolarità.
I rumori di fuori, sfusi, senza corpo, si ascoltano da dentro, smerigliati dalle pareti.
Arrivano a schegge, con le ultime lame gialle che rigano la stanza.

Si tace per non perdere anche questo sogno d’interezza, oltre a quanto già si è perduto.

 

Pensieri in fuga 5.

Chi pensa mai all’amore bambino…
Quando un maglione steso all’aria ad asciugare sembra il messaggio di una presenza lasciato solo per te, briciola di pane nel bosco.
Quando, per simpatia, si amano tutte le persone col ciuffo, se il tuo moroso pensato ha il ciuffo, e tutti quelli biondi, e tutti quelli con la bicicletta blu, e tutti quelli che si chiamano Marco.
E’ un amore per classi, per generi, per insiemi, pagato a fughe davanti ai segni, alla voce che nomina, all’ombra che disegna.
Si scappa, seminando scie di vergogna color rosso-pito e di gioco, in chi sa.
E tutti, inevitabilmente tutti, sanno: dai fratelli che fanno i furbi, alle amiche che si danno di gomito, e, ai rari passaggi (attesi come apparizioni), si riempiono gli occhi al tuo posto.
Perché, chi è innamorato bambino, si innamora attraverso gli occhi degli altri.
Chi è innamorato bambino non ha la persona, ne ha il nome, da ripetere in una filastrocca che smemora, da scrivere e cancellare, ovunque, sui vetri di vapore che si condensa, il nome da rubare ai giornali, da misurare in lettere e numeri.
E poi da dimenticare, domani, quando il nome assume concretezza: senti il nome parlare, per caso, e avverti nella sua voce una nota che stona; vedi d’un tratto il nome passare, scendere goffo dalla bici e non è più il tuo amore di prima.
E’ attento alle sfumature, l’amore bambino, e si disamora di un nulla, per sempre.

 

Pensieri in fuga 4.

I ricordi non hanno disciplina.
Non stanno separati in vetri di bottiglia, con etichette a dire il cosa e il quando.
Si arrampicano, improvvisi, sul filo di un odore di verdura, che cuoce a sera sul fornello.
I più pesanti e nuovi, quelli impastati di lacrime e sudore, scoppiano in bolle a rapida espansione.
Salgono in alto e cercano la gola.
Stringono, non lasciano la presa.
E sono schianto e nodo.
Senza la schiuma della memoria bella.

La memoria bella.

Certo ritornerà.
Per lei, per la sua vena d’acqua, si chiede tempo al tempo, perchè diventi spazio, in forma di distanza.
O  aria.
O  pagina, chissà.

Per lei non si preparano fiale trasparenti né vasi rotondi come grembi: solo un riquadro bianco per piccole parole.

Parole e nomi di una casa bianca e gialla

A convincere che la terra è specchio di altro sono i segni dopo la pioggia.
Triture di zampine nel fango.
Righe azzurre, storte e luccicose, fra scavi di nutrie e resti di granturco.
Parole, che han preso l’acqua, ora stese sul filo del bucato.

Molti segni stanno fitti nella casa bianca e gialla.

Nella casa bianca e gialla arrivi se dopo la pioggia ti è rimasta la nostalgia di una nuvola e del suo singhiozzo.
Se la terra s’è arresa con tale piana apertura che chiedi a un albero il racconto dell’alto.
(Giusto per spargerne la voce o la speranza. Un noce per dire alla valle, un salice per dire alla golena)

Nella casa bianca e gialla arrivi se ti vien voglia di stare come un fiore in fresca.

Lì il mio amico ascolta le meraviglie dei felici e le fissa sul pentagramma con l’inchiostro.
Così sono musica e rose.
E basta.

E’ l’amico delle fiabe sotto la porta.
Delle poesie latinate in pastello.
Dei rami di ciliegio a fare la compagnia del muro.
Delle parole che bisbigliano nelle ceste.

È l’amico che ha aperto la porta ai Tre Giardini (balenavano fra la strada e l’argine).
I Tre Giardini hanno detto grazie e sono entrati nel suo nome, con il profumo dell’enothera e fianchi morbidi.
Alberi e parole, note e passeri si son confusi nella casa bianca e gialla di Tregiardini. o, forse, nella sua anima vegetale.
Ancora si scambiano cose.
E nascono poesie così. Arrampicate all’aria come i convolvoli.

delle parole

Esisterono voci dell’aria
Non significavano erano annunci
Le alte rincorrevano le gravi
Le gravi si davano per vinte
Scorzuti alberi le innamoravano
Echeggiavano le casse d’armonia
Vennero gli umani ad assediare
Le voci allegre a prorompere a fuggire
Gli alberi a fantasticar di braci
Alla sorte delle braci si legò la poesia

Pensieri in fuga 3.

Il vento sembra puntare alla dispersione dei confini, oggi.

C’è che si vive di respiri.
Le cose si slargano e si slentano, si stringono e si chiudono col battito di cadenze irregolari.
Dentro o fuori, soffi d’aria o sguardi, non c’è differenza.

C’è che si vive di configurazioni.
Una questione di vicinati inattesi o di casuali disposizioni.

Il “qui ed ora”, in questo momento, è uno sbieco di tenda sollevata, che taglia una fetta di strada, ladra, a sua volta, di un tono di luce.
Una variazione che non si ripeterà.

Saper essere poeti, in questi attimi.
Come catturare il cielo nell’aia.
Come accogliere un rotolo di stelle sotto il balcone.
E tenerlo in serbo, con fermagli di parole.

 

Pensieri in fuga 2

C’è che la scrittura asseconda il ritmo della vita.
Il passo, o il non passo, dentro l’esistenza.

La narrazione sta tutta nello scatto dal prima al poi (o dal poi al prima). Gioca sul filo del tempo e del cambiare. Corre, poi indugia, recupera fiato: segue il movimento, in divenire.

Ma se resti nel fisso, nel fermo del “durante”, le cose finisci col covarle: le guardi, le sogguardi, le trattieni, mentre la vita scorre tutt’intorno.

La descrizione è la maglia circolare che cattura nel suo giro caldo: è una caffettiera che sonnecchia e borbotta, mentre fa salire, in bolle scoppiettanti, il senso delle cose.

Pensieri in fuga 1.

 

Mi piacciono i minuti di frontiera, quelli in cui è impercettibile il momento del cambiamento.
Ieri sera, dopo qualche graffio rosa, il cielo s’è fatto, di colpo, grigio piombo, prima del buio. Sembrava metallo fuso.
Scrivevo e i colori mi cambiavano sotto le mani.
Eppure tutto era assolutamente fermo.
Come in certe pause dalla vita.
Pare che nulla cambi e invece tutto imprendibilmente è già cambiato.

1° gennaio

In casa mia si diceva che quanto si fa il primo giorno dell’anno sarà la guida per tutti i 365 giorni a venire.

E allora non potevo non scrivere, subito di prima mattina.

Perché scrivere è la mia vita, è il piacere sottile che nasce sotto i polpastrini delle dita (lo so che si dice polpastrelli, ma io ho le mani piccoline e ho paura dei pipistrelli).

E il blog è la mia pagina d’aria, il mio cassetto col fondo di vetro, dove nuotano i miei pesci di nebbia dolce.

Quando mi faccio male da sola (tipo adesso: caduta che mi sta costringendo da molti giorni in  posizione orizzontale) e quando la vita mi gioca dei brutti scherzi e non ho la possibilità di fermare una storia, una sensazione o un saluto, mi sento in disarmonia: è quasi come rompere un filo, che quest’anno entra nel quindicesimo anno di età.

Sono passate tante persone di qua, tante tante: molte si sono fermate e hanno fatto della loro sosta un’amicizia preziosa, scambio di idee, convergenza di valori, vicinanza nei dolori anche nel quotidiano. Prossimità. Fisicamente, nella realtà dei luoghi,o, altrettanto realmente, attraverso il ponte delle parole.

Quando penso a questo, mi dico che senza il blog la mia vita sarebbe stata più povera.

Grazie, dunque.

A tutti e a ciascuno.

Prometto al 2018 di tenere vivo questo luogo, perché sia una porta da socchiudere per far entrare ed uscire il respiro delle nostre umanità.

Un abbraccio,

zena

La bambina delle forbicine

L’aveva sentito dire in casa.
Quando le donne erano in cucina per leggere il giornale, tutte insieme.
La pentola col brodo che bolliva, gli spinaci già pronti per il pranzo.
La nonna aveva la voce delle fiabe, che misurava lente le parole, con i silenzi prima della svolta, fosse un vecchio caduto in bicicletta o un trattore che s’era imbambolato nel bel mezzo della carreggiata.
La notizia stavolta era un po’ feroce e la voce s’era abbassata, quasi ci fosse la vergogna.
La putina si era avvicinata.
Una madre faceva quella cosa.
Prendeva gli insetti vivi vivi e li infilava negli orecchi della sua bambina, forse anche nel naso.
S’era scoperto all’ospedale dove la bambina …
Le donne fecero un urlo di spavento e si misero piano a parlottare con aria d’offesa e indignazione.

Forbicine.
La parola poteva già inquietare, ma saperle era ancora peggio.
Così rapide e snodate, con quel corpo di donnina scura e le zampe sui fianchi, faccendiere, e quella coda a pinza: cattiva, si vedeva.
Le conosceva anche la bambina, quando coglieva i fiori per sua mamma e dal cuore di una rosa gialla spuntava quella macchia buia che le faceva buttare il mazzo a terra e poi scappare via.
Stessa cosa nell’orto, quando la forbicina sbucava fra i grappi d’uva fraga, con le antenne dritte e minacciose e le correva lungo il braccio nudo. C’era da soffiare forte, per mandarla via, come per far volare i semi del soffione. Ma a lei, di colpo, veniva la paura d’averne forse in bocca una. Allora c’era da sputare e sputare, sputare per lo schifo, raschiando la gola finché non c’era più saliva.
E, se proprio, una forbicina al più avrebbe punto, poi sarebbe discesa verso il basso: lì c’era tanto posto, in fondo. Ma sentirla viaggiare nell’orecchio, girare nella testa come una tarma nei vestiti, battere alla tempia e poi tirare dritto e arrivare, arrivare chissà dove: questo era peggio, di sicuro.
E su per il naso? Se si respirava, più s’inerpicava, la forbicina maledetta. Sarebbe spuntata dentro un occhio? O avrebbe rugato sulla fronte, da dentro, per continuare la sua strada? Una forbicina nel cervello a fare confusione coi pensieri, a smangiucchiarli piano piano. C’era quasi da sentire il suo rumore, uno sfrigolio d’antenne e un colpo secco della coda.
Forse la vecchia Argia, che parlava così strano e vedeva sotto il tavolo un vitello, nel cervello aveva tante forbicine …
Si scostò da tavola e giornale, per non sentire più: quella storia andava a finir male, lo vedeva dal viso di sua nonna e dalla voce che adesso era un bisbiglio.

Cominciò da quel giorno a guardare la madre con sospetto. Perché una madre poteva fare quella cosa. Non importava che le scaldasse il latte e la mettesse a letto col sorriso, non importava che leggesse le fiabe, verso sera. Poteva fare quella cosa. Anche nelle fiabe le madri erano cattive, lasciavano i bambini dentro il bosco.
Venne la tosse insieme al raffreddore: la bambina si disperò, il naso tutto chiuso.
Che ci fossero in giro forbicine? Che la mamma avesse deciso di punirla, per aver detto che il brodo era uno schifo? Mentre uno dorme si fanno tante cose. Erano proprio gocce quelle che la mamma le instillava? O forse, giocando con la pasta cruda, era stato uno spaghetto a prender quella strada?
Anche il ditale non si trovava più. E le orecchie facevan così male, e la febbre, dio come saliva…
E se fosse proprio lei, in sonnambula, a farsi quegli scherzi, no, non sua mamma, neanche suo papà: erano sempre attorno al suo lettino con gli occhi così tristi. Magari era proprio lei ad infilarsi le cose dentro il naso, e poi non ricordava. Anche la scatola con gli zolfanelli era certo finita proprio lì: per questo aveva tanto caldo e la testa faceva male, come se fosse tutta cuore che batteva. Il fuoco nel cervello e il fuoco nei polmoni e il respiro che bruciava in gola.

La polmonite passò soltanto a primavera.

Qui da noi

Qui da noi ci sono cieli carta da zucchero, se le piogge di fine estate li gonfiano e li scoppiano in bolle d’acqua grossa.
Poi, resta in alto una memoria di nuvole.
Ci vuol tempo perchè sgombrino.

A vederle colare, nella coda di temporali a lento commiato, ti accorgi d’essere dentro a un addio.

***

Qui da noi ci sono giorni che sembrano impastati di lentezza e silenzio.
Così fermi che galleggi nell’attesa: strana confidenza fra il dentro e il fuori.
Ma, se di colpo, da strada, un urlo lungo di cornacchia batte la stanza, è come uno schiocco d’ortica.
Tutto torna ad essere solo carne o cosa.

La vita, puntuta, ha un modo di farsi sentire, aspro d’amarena o ago di suono.
Ti prende e sai di non avere altre strade. Vai nel negozio vicino a comprare il pane.

****

Qui da noi ora le finestre si chiudono.

Quando passo per la strada che mi piace, quella che quasi si strozza fra le case basse, non sento più l’odore del caffelatte col pane, che non è amaro e non è dolce, la mattina.
E non gioco a indovinare se, nella casa gialla (la porta sull’asfalto), vedrò la vecchia in vestaglia o il vecchio con le spalle strette, che mangia in canottiera.
Dietro le finestre chiuse ciascuno si riprende il suo.
Solo l’estate fa teatro.

A queste giornate di confine resta il pudore.
E gli odori forti dei primi fritti, che infeltriscono l’aria.
A passare, li senti che sfiatano dalle imposte e gravano.
Come le abitudini.

Stelladiana

A saperlo che i nomi trasportano un destino e tirano il viaggio di qua e di là, più di un’armonica fra i salici, più del muschio sui pioppi, chi li darebbe mai.
Chi li darebbe mai…
A saperlo, il male di una parola regina o fata, sulla pelle di chi succhia fatica e latte.
A saperlo.
Ma tant’è.
Chè, i nomi, arrivano di guizzo, come la brina.
Li provi nell’aria, li covi nel lenzuolo, poi li leggi sotto a una figura o nella marca di un cappotto e li decidi in fretta, davanti all’impiegato. Come accadde al Vittadello, che si portò in vita il peso della prima giubba, comprata bell’e fatta da suo nonno, in quel negozio grande.

Ma chiamarsi, per dote, Stelladiana, e aver la pelle fresca e i piedi scalzi, essere belli che la metà bastava, pure coi panni smessi, non era un bel regalo.
A questo non aveva pensato, il padre.
Il nome, il nome se l’era tenuto stretto fino all’ufficio dell’anagrafe, detto neanche alla moglie.
Perché lui, coi nomi, ci sognava.
Il primo era cascato giù da un libro, che il prete aveva chiuso in fretta (rosa di carni forti).
Ed era andata male: chè il Rubens, il figlio ragazzo, era finito a capofitto in un mulinello di Po. In quei bagni sirena che d’estate intrappolano le gambe e picchiano lo stomaco. E non c’è verso di venirne fuori.
Per la bambina nuova ci voleva un nome altro, che fosse via dall’acqua, via via via.
Che se poi c’era dentro un po’ di cielo, meglio ancora.
Il cielo d’estate sta all’asciutto.

E la Stelladiana bene lo sapeva: il suo era un nome luccicoso.
Stava d’incanto coi suoi occhi neri e stava di schifo con i panni da strizzare e stendere sopra il medicaio. Stava di schifo con la fatica del mese che allungava il conto, giù in bottega.
Era un nome che diceva “Vai!”: c’era ben da tenergli dietro, in qualche modo.

La Stelladiana andò con l’uomo che custodiva il treno.
L’uomo aveva un buon lavoro, ma era selvatico come le anatre di passo, chiuso di malinconia gelosa, che scioglieva nel vino, all’osteria. Non nel petto della sua sposa bella.
Sposa di fretta, neanche con il velo.
Sposa che nessuno aveva da vedere, sposa da nascondere, poi, fra cime di granturco e siepi di ricino, nella stazione morta di campagna, senza persone intorno.
Sposa bambina da chiudere con la mandata doppia, a sera.
Sposa da spegnere coi grembiuli, perché neanche lo specchio avesse da goderne.
Con parole grosse. Chè la gelosia ha una sua musica priva di dolcezze, una musica che batte e torna, batte e torna.

Per lunghi anni la Stelladiana sembrò dormire nel suo torpore grigio; solo guardava il treno che passava: una fermata una, il giorno del mercato grande, lì vicino.

Fu svelta e silenziosa a salire sul vagone, quel mattino.
La bellezza se n’era andata via, ma il nome aveva detto ancora “Vai!”.
Le scarpe del marito nella borsa, buttate più in là dal finestrino.

 

A favore di vento

Gli era sempre piaciuto camminare, sull’argine, per lasciare correre gli occhi sulla terra. E arrivare fin dove le hanno tirato via la prima pelle, per fare i rotoloni.
Quasi si aspettava un verso di dolore, al passaggio della macchina da pressa, sotto il sole.
A Nedo piaceva seguire la sua scia, che diventava piccola e lontana, fino a sparire in fondo, dove, a puntellare il cielo, c’era solo l’orlo dei pioppi cipressini.
E aspettava l’autunno, intanto, ripassando nella testa la rete dei suoi posti buoni.
Perché, in autunno, ci sono i tartufi da svegliare, quando la luce comincia ad essere più corta.
Era il suo mestiere, ormai, e, insieme, il suo piacere delle ore vuote dai lavori dell’orto e del frutteto.
Coi primi freddi. Perché il tartufo, nella bassa, è amico del fresco e dell’umido. Pure del buio.
Ottobre già è un buon mese, con certi cieli a goccioloni, con certi temporali lividi che portano frescura e con le nebbie che arrivano a velluto, morbide e silenziose.
Come se la terra rivoltata mostrasse il suo lato di vapore e rendesse incerto l’orizzonte, a galleggiare sulle cose.

Bastava poco: stivali senza paura della mota. C’è che al tartufo piace stare ai bordi di un campo o di un fossato, nascosto su una riva di Po o in un boschetto rado. Poi un bastone, serviva, per spostare un rovo o un cespuglio. E un vanghino, certo, ma di lama delicata, per scavare con misura, perché il tartufo è in un nido di radici e le radici sono come uova, vanno trattate con gesti gentili.
Sono buoni i pioppi e i salici, i tigli nei pressi delle strade, sui cigli, e le querce vicino a una vena d’acqua, così le radici non si affaticano a cercarla e si piantano un po’ meno..
Nedo giurava che, a favore di vento, l’odore del tartufo, proprio del suo cuore, lo sentiva. E più ancora lo sentiva il cane, uno spinone con le zampe grosse che si era tirato su neanche fosse un figlio, tanto che la Leila quasi era gelosa.

La Leila sì, che era figlia sua, anche se pareva venire dalla luna, smorta come la saliva, con quell’affanno al cuore. Mai corso, in tutta la sua vita: bastavano tre passi frettolosi per vederla con le gocce di sudore freddo. Doveva andare calma, senza far fatica, allora aveva studiato da maestra, nel collegio delle suore: la scuola più alta di tutta la famiglia. Adesso aspettava la chiamata per andare a insegnare chissà dove.
Nedo aveva soggezione di quella figlia che sapeva di latino e parlava tanto bene: a tavola sempre in punta di forchetta e sua mamma che cercava di tenerle dietro.
Lui si vergognava a mostrare le sue mani grosse, coi segni di nero intorno alle unghie. Non s’aggiustavano neanche con la varechina. Così mangiava poco, si infilava la giacca con le tasche e si prendeva il cane: a chiamarlo bastava un fischio prolungato.

Si andava, con lo spinone che correva avanti indietro e poi puntava attento, la zampa davanti sollevata, se una frasca si muoveva, se uno squittio di topo spaventato tinniva fra l’erba cavallina. Abbaiava per fare rimostranza, perché il padrone lo sapesse, si sa mai.
Quando Nedo gli dava la sua scheggia, una raspata di grana dal profumo piccante e saporoso, il cane lo sapeva cosa si andava poi a cercare. E allora era tutto un andare rasoterra, fra l’umido e il verde. A vederlo zampare fitto fitto, con il muso intubato fra i cespugli, a Nedo saliva il cuore il gola, perché lo spinone non si sbagliava mai. Per questo il mediatore della Palazzina, il caseificio, glielo avrebbe comprato a peso d’oro…

Anche quel giorno non era andata male: un grano per dar sapore al riso, all’osteria di piazza, l’avrebbe venduto di sicuro. Ma era mezzogiorno e preferiva andare a casa.
Trovò le donne in pianto e in visibilio.
La Leila con il telegramma in mano.
Il posto, da dopodomani. Nella scuola di Cavo. Ci vado in bicicletta, che la corriera non ci passa più.
La Leila pareva gran contenta, ma la madre guardò suo marito e scosse la testa, con la bocca che tirava in giù.
Nedo non ci dormì tutta la notte: si vedeva la Leila arrancare in bicicletta, con le gocce di sudore intorno al labbro, bianca da far paura.

Sì alzò più presto che poté, chiamò il cane e prese la traversa che rotolava secca dentro la corte della Palazzina. Il cane sembrava ancora addormentato e non faceva la festa neppure alle cornacchie, che tagliavano l’aria in diagonale.
Ritornò con una Topolino color caffelatte un po’ sbiadito.
Da solo.
Da solo senza il cane.

11 giugno

Sono stata parecchio lontana dal blog, negli ultimi tempi.
Moretti direbbe ‘ho fatto cose, visto gente ….’
In effetti è stato così. Anche così.
E ve lo voglio raccontare.

E’ successo che, in mezzo a tanti problemi, ho rinnovato la passione di fare cose per il mio paese, all’interno del gruppo di cui, ormai storicamente, faccio parte: Alla Luce del Sole. Tante storie diverse accomunate dalla condivisione di valori forti, quali il bene comune, l’inclusione, la solidarietà, l’amore per l’ambiente e per una politica pulita, slegata dagli interessi e dal concetto di utile.

Mi ha aiutato l’interagire con l’energia e il cuore dei giovani, che sanno mettersi al servizio di una comunità, sfatando il mito che li vuole ‘sdraiati’, indifferenti o svogliati.
Non dice la verità, questo mito, naturalmente senza generalizzare, ed è un privilegio scoprirlo.  Un privilegio che scalda e richiede la presa in carico di una responsabilità: quella di esporsi in prima persona, se si vuole essere credibili nel proporre e nel seminare valori e obiettivi.

Così, nella nostra casa – più povera perché non c’è più la parte più importante della mia vita – sono entrate le idee, i progetti, la voglia di fare di tanti ragazzi e non ragazzi, e le risate, le luci accese in tutte le stanze, le sedie occupate. E poi giri vorticosi di mail, squillini telefonici, bozzetti a matita, planimetrie, foto dall’alto… E incontri erratici, qua e là, per capire, per spiegare, per relazionare.

Ci saranno le elezioni, l’11 giugno, nel mio paese che si è appena fuso con un altro: si cercherà di continuare un’esperienza già avviata, con l’innesto di progetti nuovi e persone nuove.
Non so come andranno le cose, ma qualunque sarà l’esito, il frutto di mesi e mesi di lavoro è già tangibile: un NOI bello, articolato, solidale e complementare, un NOI che non ha perso la memoria di chi ha fatto la sua parte ed ora dimora in un altrove, ma ha saputo fondere età, percorsi, competenze, persino orientamenti religiosi e ruoli, nello stesso impegno.

I ragazzi del gruppo a questo punto direbbero: Zena, questo è un pippone.
Sì sì, verissimo … e me ne assumo la responsabilità
:)
Zena

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Sermide e Felonica Insieme – Alla Luce del Sole

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