Viserbeide (la fuga)

La bambina Ughetta aveva camminato. Tanto camminato.
La spiaggia era piena di cose da guardare. Nell’ora del dopo bagno, lenta e pigra.
Com’era successo, proprio non sapeva.

C’è da dire che la Rosa, una delle zie, era rimasta in casa, la mattina, perché il mare la faceva un po’ nervosa. Anche la piccolina era restata lì con lei, a mettere i semi di girasole tutti in fila.
(Gli ultimi giorni di spiaggia fiaccavano le donne, che avevano la testa già al tornare indietro)
La Iris, l’altra zia, invece era più soda: la tenda arrotolata sotto il braccio, la borsa con gli asciugamani, era partita con passo bersagliere: lei e la Diana al seguito, ancora poco sveglie.
Dopo il bagno in mare, la Iris l’aveva ben lavata e fasciata col costumino che piaceva a lei, sotto la tenda fresca e gli asciugamani per tappeto.
La bambina aveva mangiato la sua fetta di pane con il burro, coscienziosa, attenta che la sabbia restasse a casa sua.
Non c’era niente da fare, mentre la zia si prendeva la doccia per cambiarsi poi in cabina.
La Diana rosolava al sole con l’odore di cocco come aureola. Gli occhi chiusi e le bretelle del costume scivolate, per succhiare la luce in modo pari.
Passò una palla rossa. Ecco forse cominciò così.
La palla rossa era un gran richiamo: diceva seguimi bambina, non sarò rotolata qui per caso…
C’era praticamente solo da obbedire.
E darle un calcetto per vedere dove andava, poi ancora un altro e un altro ancora e ancora e ancora.
La palla rossa se la prese l’onda e la bambina la lasciò andare: non poteva bagnare il costume asciutto e c’era un castello di sabbia da guardare, con quelle pareti così lisce che parevano sfregate con un panno …
Servono conchiglie, sentenziò uno dei bambini muratori e lei si mise d’impegno per cercarle, ma poi passò quella ragazza che pareva una modella: tutto un lavoro di fianchi a camminare. Troppo bello seguirla appena un poco da lontano, imitando le mosse come un cagnolino, e le mamme che ridevano a vederla.
E poi, e poi quel gioco di biglie che correvano su e giù per piste d’acqua e sabbia: bastava lo schiocco dell’indice col pollice di ragazzi piloti infervorati.
C’era da fermarsi per capire, con la voglia di averle tutte fra le mani, quelle biglie di vetro coi colori dentro. Ne vide una ferma fra la sabbia, si chinò come per grattarsi un piede, invece se la prese di nascosto. Stette un po’ lì, per non destar sospetti, poi corse via, felice del bottino.
Si fermò quando non respirava più, per guardare per bene il suo gioiello.
Bello era bello, con quella striscia un po’ d’oro e un po’ turchese…
Lo pulì con cura e si guardò intorno.
Un bagno con gli ombrelloni tutti uguali, azzurri, con le frange.
E il mare che pareva un altro, così pulito, senza sfilacci di cozze o di catrame.
E i pattìni bianchi, tutti allineati.
E le signore che parlavano fra loro. Sullo sfondo un albergo che rifletteva il sole.
Tutto sconosciuto.Si sedette così, sul bagnasciuga, con la biglia di vetro nella mano. E pianse, pianse disperata, come una pollicina senza sassi, nel bosco infìdo e traditore.

Sì. Aveva camminato. Tanto camminato. La spiaggia era piena di cose da guardare. La palla rossa, il castello, le conchiglie, la modella, le biglie … E adesso come si faceva? Attorno a lei il bagnino e le signore con il birignao.
Poverina poverina, ti sarai perduta. Come ti chiami?  Ma perché non sei con la tua mamma?  A sentire la parola mamma, si mise a piangere più forte. No, che non c’era, la sua mamma, lì.
C’erano solo le sue zie, subito avvolte da un’aura di matrigne cattive e sfaccendate .
Solo sapeva che stava in una stanza lunga, dove le cugine mangiavano la marmellata sua . E di sopra entravano i pipistrelli. E c’era il bagno fuori. E anche una fontana dove la piccolina era caduta dentro.
Fra i gemiti di orrore dei presenti, il bagnino fece l’elenco dei cognomi di tutti gli affittacamere del luogo. Fu riconosciuta la levatrice del paese.

Il ritorno fu un trionfo in bicicletta, alle tre del pomeriggio, sotto un sole sudato e gocciolone.
Le zie con i sali, in preda a svenimento, la Diana lasciata in spiaggia per vedetta, i parenti allertati per telefono fino al terzo grado, il nonno già in corriera per riportare a casa tutto il gregge. O quasi.

Qui come altrove

qui-come-altrove_effigieC’è un piccolo libro, nato fra le pagine di questo blog.
E’ “Qui come altrove”.
E’ uscito qualche giorno fa per i tipi di Effigie: Teréz Marosi e Giovanni Giovannetti l’hanno accudito con cura affettuosa.
Dentro ci sono le vite minime che amo tanto, fissate in un gesto e con lo spillone di mille caratteri (al massimo, spazi compresi).
Piace pensare che, a togliere, ad alleggerire, si possa trovare, al fondo delle storie, una scheggia di senso, un’unità semplice e ‘discreta’. Con un po’ di luce.

A convincere

A convincere che la terra è specchio d’altro sono i segni dopo la pioggia.
Triture di zampine nel fango.
Righe azzurre, storte e luccicose, fra scavi di nutrie e accenni di granturco.
Parole, che hanno preso l’acqua, adesso stese sul filo del bucato.

Molti segni stanno fitti nella casa bianca.

E’ lì che arrivi  se, dopo la pioggia, è rimasta la nostalgia di una nuvola e del suo singhiozzo.
Allora chiedi a un albero il racconto dell’alto.
Giusto per spargerne la voce o la speranza.
(Un  nocciòlo sa dire della valle, un salice parla di sguardi alle golene, del ciliegio nuovo si contano le foglie come baci)

Si va per il pioppo spezzato,oggi, per il garbuglio di fili e tegole disfatte, di vetri che la burrasca ha seminato.
Il pioppo ora è una nave senza vela, un gigante ammarato sul suo fianco.
I passeri per pudore stanno zitti, ma la Rodiana resta una cesta di bisbigli: l’invito segreto ad andare avanti, ché la vita trova le sue tane.

L’intelligenza della specie

Elena Ghiretti, L’intelligenza della specie, Baldini & Castoldi.

Tre coppie si frequentano separatamente in una proporzione armonica, dettata da livelli diversi di conoscenza, di interessi e di affinità. Anna e Marco : Cri e Massimo = Cri e Massimo : Nathalie e Daniele.
Tutto accade quando la coppia mediana decide di far incontrare gli estremi, dopo averne acceso reciprocamente la curiosità. Il gioco dell’armonia si inceppa e propone una nuova, ironica edizione della teoria delle catastrofi, con la destabilizzazione, l’incrinatura e la decomposizione del gruppo.
L’attrazione per Daniele, infatti, intrappola Anna in un tortuoso gioco di seduzione che si avvita su se stesso, staccandosi dalla realtà per diventare un pensiero ossessivo.
A quel punto la proporzione diventa sproporzione: fra investimento emotivo ed oggetto del desiderio, fra virtualità ed esperienza, fra volere e potere, fra supposizione e situazione reale.

Non amo le strettoie delle definizioni, specie quando riguardano la letteratura, eppure l’opera d’esordio di Elena Ghiretti è così particolare e riuscita da sollecitare l’azzardo di qualche marca ‘territoriale’.

E’ romanzo della contemporaneità, spaccato di una società complessa, fatta di ‘caste mobili’, che allignano, come mondi rotanti e non comunicanti, in una Milano non massificata né convenzionale. Una Milano in cui il lavoro è etichetta di prestigio, citato come brand e non come mansione: una città che sa d’Europa, restituita attraverso un tour fra luoghi scelti (la libreria buona, i localini, il negozio alternativo, la bottega bio, il cantiere/ cornice di una festa o di un evento), spazi che i personaggi presidiano come simboli di uno status e di una distinzione culturale.
Seguire i luoghi citati dall’autrice non consente di tracciare una mappa di comunità, ma una mappa d’élite, animata dalle abitudini e dalle inquietudini di trenta/quarantenni creativi, rampanti cultori dell’inedito, che hanno meticolosamente costruito la propria vita come un artefatto, un qualcosa fatto ad arte nel segno del bello e del non usurato. C’è tanta voglia di viverlo, il bello, in una immersione totale: abbigliamento o natura, corpo o arredo, persona o film non fa differenza.

E’ romanzo che minimalizza l’azione e la trama, eppure non statico, anzi scandito in situazioni cicliche e rituali (la cena, il balletto di avanguardia, il cinema, la fuga dalla città verso una Liguria selvatica), ma costantemente indefinite, interrotte o rimandate, fluide negli esiti e nelle implicazioni.

E’ romanzo di s(og)guardo: i personaggi di maggior rilievo, gatto compreso, si osservano gli uni con gli altri nei minimi dettagli, si soppesano, si esplorano senza darlo a vedere: ciò che passa per gli occhi è oggetto di una valutazione continua, perché indizio di un modo di stare nel mondo. Lo sguardo è, infatti, l’attributo fondamentale di Anna, la protagonista, che filtra (e manipola) la realtà attraverso il suo punto di vista centripeto.

E’ soprattutto romanzo di ‘re(l)azioni a catena’, pensate, desiderate, qualche volta agite, e sempre allineate sul filo della seduzione. Sono relazioni in cui lo “stare insieme” all’interno della coppia sancisce una sorta di alleanza nonostante i silenzi, gli attriti, i segreti e le menzogne, e, all’esterno, fra coppie, costruisce uno stato concorrenziale, che colpisce soprattutto la componente femminile, ma da cui non è esente neppure quella maschile.
Se le relazioni non sono amicali ( perché all’amicizia sono state sottratte autenticità, fiducia e confidenza), le reazioni sono addirittura ostili, soprattutto quando vige la sensazione di uno sconfinamento di campo, di un’appropriazione indebita di relazione.
E’ allora che le buone maniere non reggono più e il risentimento rompe la superficie liscia delle apparenze, rendendo necessario il cambiamento.

Un romanzo raffinato, intelligentemente sottile, orchestrato da una regia sorvegliata, che consente alla lingua di scorrere piana, ironica, credibile.
Sono felice di presentarlo, insieme alla sua autrice, il 3 giugno, alle ore 21, alla biblioteca di Ostiglia.

L’uomo col cane, ovvero le storie di Po

E poi ci sono le storie di Po.
Sono storie di gorgo e di riva, di sole e di nebbia.

Le tiene l’uomo col cane, che cammina cammina sull’argine.

Vede il Po quando è ruga magra d’estate, spiaggia di zampine d’airone e spire di cappe (lente) di fiume, segrete talpe di sabbia.
Vede il Po quando è gufo che gonfia le ali in autunno e ha voce bagnata e dà righe di muschio ai pioppi.

L’uomo col cane cammina cammina e sa le storie del fiume, che prende chi nuota con mani di acqua e tira al fondo, senza restituire.
Sa le storie che si contano in piazza, ma che nascono a riva, a occhi chiusi, in incontri fugaci, che lasciano rossa la pelle e il cuore sospeso.
Le sponde di Po sono ceste di bisbigli, la sera, a saperle ascoltare.
L’uomo col cane cammina cammina e non dice.

Solo una notte, alle parole che mossero il cespuglio di madresilvia, alla risata che pigolò a riva, rispose col nome di una donna.
E si allontanò.

Una finestra su Carlos Paz (alcune note sui racconti di Marino Magliani)

“Sii fedele alla tua storia”: è Karen Blixen a mettere questa frase in bocca ad un personaggio dei suoi Ultimi racconti.
Quando ho letto Carlos Paz e altre mitologie private, i racconti di Marino Magliani  appena usciti per Amos Edizioni, ho ritrovato il senso di queste parole: ho riconosciuto non solo e non tanto il fondo autobiografico che ogni scrittore frantuma e dissemina nella narrazione, quanto piuttosto le modalità di un approccio che caratterizza la persona/scrittore.
E qui sta la fedeltà alla propria storia.
Mi son fatta l’idea, infatti, che chi ha viaggiato fra vite diverse in luoghi diversi, astenendosi dagli stupori che hanno il sapore del giudizio o della valutazione, chi si è esposto al cambiamento, come ha fatto Magliani, sappia poi usare la scrittura per accogliere tutte le forme in cui si presenta l’incompiutezza dell’esistenza: il suo farsi e disfarsi continuamente, il suo provare ad essere e a trasformarsi, da lingua a lingua (“le parole di un Sud da usare ora per le cose del Nord”),  da mare a mare, da roccia a sabbia, dal reale al possibile.
Il tutto all’interno dell’archetipo per eccellenza dell’inquietudine: il viaggio, un andare per andarsene, senza un motivo necessariamente dichiarato o dichiarabile.
In questo approccio, mai invasivo, alla varietà delle cose, dei luoghi, delle ossessioni private o generazionali, c’è amore per le storie, colte e raccontate senza onniscienza, e  c’è rispetto per i personaggi, mai sovra-esposti o svelati, spesso senza un nome, accennati magari per una provenienza, per un colore o una professione.
Nel respiro breve del racconto, Magliani  lascia spazio, quasi con pudore o con timidezza, all’implicito, che sa sfociare nell’onirico come in Arance, o in una narrazione cumulativa e veloce, come in Carlos Paz, fermandosi  sempre in tempo per non dire  troppo.
Ed è l’innocenza a colpire, una purezza che non viene meno neppure quando la parola, per dirla con Bachtin, incrocia ‘il basso corporeo’, il registro informale (senza disdegnarli) o gli aspetti più minuti, terragni e materici della realtà.
Anzi da lì, dall’assolutamente trascurato, dall’informe, addirittura dal frattale, esce uno dei racconti che io amo di più: Spazzatura.
Una subliminale lezione sul destino delle cose, delle parole, della memoria, attraverso la spazzatura, metafora e lettera non di ciò che resta ma dell’ultima ri-partenza.
Ciascun elemento fa il suo lavoro: vetri, lattine, plastiche si usano, si consumano, le parole si sparpagliano, si combinano, si danno un ordine come in una ruota, ma “ogni tanto salta un dente, e lì ecco, è quando subentra la memoria. Lei rimette a posto i meccanismi del nastro. E quando ha fatto il suo lavoro bisogna gettarla, non serve più, non si tiene la memoria ammucchiata in un luogo, non è conservabile, si può riutilizzare ma ogni volta bisogna cercarla come se fosse la prima volta.”
Si getta la memoria, come si gettano le cose e le parole, anche le trame, anche le storie che hanno viaggiato su una pagina o su un monitor.
Si getta non per chiudere ma per provare, forse, un attimo di nostalgia o di pentimento, e sicuramente per tornare a cercare, rimestando nel circolo (non sempre virtuoso) dell’esistenza.
Ancora partenze e reiterati ritorni, dunque,  per rinvenire fedelmente le configurazioni inedite della possibilità, proprio come quando si fruga nella rumenta : “rompo un rametto di olmo o una canna e mi metto a cercare le forme, i colori, disseppellisco qualcosa e riconosco vecchi nomi e pubblicità”.

I racconti di Grazia

I racconti di Grazia Giordani (Pelle di ramarro, Il Cerchio) sono brevi lampi letterari che della letteratura conoscono a fondo la lezione: il valore della parola accuratamente scelta, il ritmo che non indugia, il dosaggio misurato e controllato delle situazioni e dei dialoghi, la seduzione degli incipit.
Sono racconti capaci di suggerire atmosfere, in una sinestesia continua fra elementi visivi e uditivi, per cui le voci, in Dissolvenza, sono luminose, “brillano nel buio” secondo fasci di diversa intensità, per poi disfarsi in opalescenze, fino a diventare ‘interiori’, in diretta comunicazione con il sentire.
C’è una tale corrispondenza fra il dentro e il fuori dei personaggi che basta all’autrice intagliarne con pochi tratti carattere e fisicità per farli continuare a vivere nei pensieri di chi legge.
A questo scopo la scrittrice ne consente addirittura brevi fuoriuscite surreali, perché abbiano vita al di fuori dei romanzi, da lei precedentemente scritti, ed entrino nei suoi racconti. E’ quanto succede a Ginevra, protagonista del romanzo Signora a una piazza, che rivendica una libertà d’azione fuori dai confini del libro in cui è nata per animare anche uno dei racconti più imprevedibili, Frenesia.
Basta questo esempio per capire che i racconti di Grazia non sono mai la cronaca che ripercorre semplicemente un accaduto, non hanno l’azione al centro della trama, ma, di volta in volta, racchiudono un gioco di wit, un guizzo di ingegno creativo, di invenzione letteraria che spiazza il lettore con una svolta improvvisa della narrazione: a volte è un paradosso (come un amore che resta nelle chiose ai margini di una pagina, o come una seduzione affidata ad una fotografia o a una voce), a volte è l’intreccio  metafisico dei sentimenti, metafisico proprio perché va oltre i limiti della realtà, ne intacca la solidità, e lascia intravvedere una dimensione che si alimenta di ricordi, di relazioni postume e di affinità elettive.
A volte è un incontro, predestinato o casuale, sempre un colpo d’ala del destino che  non diviene banalmente motore di una felicità, ma di un rovesciamento, di un cambiamento che segna: una tangenza che non necessariamente si prolunga in storia, ma in cui qualcosa di entrambi i soggetti resta reciprocamente impresso nell’altro, in forma ora di nostalgia, ora di rimorso, ora di inquietudine irrisolta.
L’incontro non è soltanto un motivo ricorrente: è la sintesi, tradotta in elemento tematico, di un modo di leggere il flusso delle cose; ci dice quanto la vita sia uno sfiorarsi casuale di esistenze, dentro a un caleidoscopio di combinazioni  continuamente in movimento.
I racconti di Grazia accolgono con eleganza questa imperscrutabile oscillazione e  la traducono in possibilità.
Per questo, spesso, le storie narrate valicano i limiti di una conclusione ed hanno bisogno di dilatarsi in finali diversi, in cui l’autrice riprende o continua il racconto, in armonia con la complessità della vita.
A segnalare quanto, in essa, tutto possa svolgersi in più modi, alterni e divergenti, seguendo le strade dell’ amore e  del disamore, della realtà e del sogno, dell’essenza e dell’apparenza, della fine e dell’inizio.

Strade

Non so da dove arrivi l’amore per le strade.
So che s’accorda all’estro del momento, al tempo delle cose, agli umori del sole.
Anche dell’ombra.

Piace che le strade vadano nel mezzo, con svolte improvvise di platani o di pioppi.
O che si aprano, pigre ed emiliane, ad ospitare ai lati le donne in bicicletta, mercati un po’ cinesi e un poco no.
(S’aspetta che arrivi la città costeggiando furgoni di ultime arance parasiciliane e radicchi  appannati  fra canali di aironi imbalsamati)

Piace che  passaggi a livello mai cambiati e semafori che pendono dall’alto impongano soste visionarie.
(L’anatra che passava sulle strisce, giuro, quieta e ancheggiante, sotto un incrocio di sguardi divertiti. Qualche tempo fa)

Piace che si possano rubare scampoli di vita, ai bordi della provinciale.
(Case anni ’50. Alcune con zoccoli di marmo ad arlecchino  e il gioco di un volume rientrante, giusto per muovere un poco la facciata. Balcone in muratura appeso a due colonne, dipinte a finto marmo. Stile geometrile, insomma, si dice qui da noi)

Sul portone di una casa gialla, una vecchia, davvero molto anziana e corpulenta, sta salendo sulla bicicletta, manubrio largo e ben squadrato, da primo dopoguerra.
Il marito è alle spalle di questa laboriosa operazione.
Si salutano, ma l’uomo non rientra: ferma la moglie con un eh, poi la raggiunge, le rialza il bavero e le sistema i capelli, dietro al collo.
La signora  è in fragile equilibrio sulla pista, ora. Sorride.

Ferma al semaforo, mi prendo questa scena e mi dico che forse c’è speranza, se restano i gesti: quelli semplici, come i rami che tornano a inverdirsi, semplici e sufficienti a fare casa.

Per Gezim Hajdari

Dovessi scegliere una sola parola per dire cosa significhi per me la poesia di Gezim Hajdari, albanese della Darsìa, esule in Italia dal 1992 per aver denunciato i crimini e la corruzione sia del regime di Hoxha sia della fase post-comunista, non avrei dubbi: sceglierei besa.
Besa in albanese significa parola, in senso etico ed epico: è parola data, e dunque parola d’onore, è impegno e patto di vita, è marca dell’essere uomo, ovvero segnale di virtus.
E besa nell’opera di Gezim è anche la poesia, che ne conserva e esalta tutta la gamma di valori.

E se Poesia è besa, come tale richiede una dedizione assoluta e pretende dall’uomo e dal poeta la prova più difficile: quella della congruenza, che è qualcosa in più della coerenza.
La coerenza è la continuità del senso, è la tenuta di un filo logico, pensiero o comportamento che sia, la congruenza invece è l’allineamento/corrispondenza di tutti i livelli dell’io: il pensare, il sentire, il credere, il fare, il dire… Vuol dire “camminare sulle (proprie) parole” e quindi confermare con i fatti quello che si pensa, si sente, si crede e si dice, senza scollamenti e sfasature.
E’ talmente forte la congruenza di Gezim che la sua parola poetica non è solo detta o scritta, ma è agìta e capace di far agire, è l’incarnazione della majakovskiana agit-azione, vissuta in totale compenetrazione con la vita: è assunzione di una responsabilità civile e morale.
Per questo la Poesia diventa, di volta in volta, urlo, grido, eresia, denuncia degli orrori della storia, ora preghiera tutta laica, ora bestemmia o ingiuria contro i responsabili delle ingiustizie, voce altisonante e potente delle ragioni cui si affida la vita, eppure canto sussurrato, d’amore e di nostalgia.

Quando la Poesia si fa besa carica le spalle del poeta di un’ulteriore responsabilità: quella di essere manifestamente pubblico.
Espone perché non si può nascondere, la Poesia, né è capace di nascondere, quando è autentica, e allora la conseguenza può diventare invivibilità della propria patria, esilio, “errante e indifeso”.

Esilio è parola chiave della vita e della poesia di Gezim, che prima è esule, dentro la sua nazione perché si oppone al regime che la governa, e poi è esule, al di fuori delle sue montagne, delle sue capre, dei suoi siliquastri.
Esilio significa strappo, distacco da una patria amata e odiata con la stessa potenza, perché madre e matrigna, Medea che “impietosamente divora i propri figli”, e, a sua volta, insanguinata e abbattuta.
Esilio significa approdo in terra straniera, lontananza fisica e vicinanza di pensiero, solitudine e sentimenti di estraneità.

Pare di poter dire che l’esilio produca in Gezim due movimenti interiori: da un lato la nostalgia che è pieno possesso della vita passata, nostalgia coniugata con i verbi del ricordare, del rammentare e del rivivere, con tutta la struggente malinconia che nasce dal desiderio di una ricongiunzione impossibile, dall’altro un bisogno di totalità che porta ad un’inarcatura ulteriore del viaggio, alla ricerca delle analogie, delle somiglianze, dei rimandi da un tempo all’altro, da un luogo all’altro, per nuove donazioni di senso.
Questo mi pare rappresenti l’ultima, potentissima raccolta di Gezim, Delta del tuo fiume, che nasce dai viaggi ed è a sua volta un viaggio dentro un tempo senza confini, dentro uno spazio senza frontiere, per vivere e sentire nel corpo e nel cuore l’Africa, il Congo, la Tanzania, il Mali, il Niger, il Marocco, il Sud Est asiatico: un viaggio ubriaco di mondi.
Si tratta di un itinerario reale e simbolico, insieme, che porta al riconoscimento continuo dell’io nell’altro, del dolore dell’io nel dolore dell’altro, perché chi soffre ha lo stesso volto e le stesse stigmate. (E come non ricordare Saba, allora …).
L’io si stempera in ogni incontro ed ogni incontro assorbe, come un sacco vuoto, sciogliendo memoria, identità, corpi e limiti, temi e semi di altre raccolte e di altri raccolti.
Il delta diventa il correlativo liquido di questa condizione: come nel fiume si confondono le acque degli affluenti, come nel mare si confondono le acque dei fiumi, così nel delta si annullano i confini e le separazioni.
E la Poesia, quest’area area dai contorni mobili, si fa delta capace di accogliere la mescolanza e celebrare la potenza dell’incontro, con l’uomo, la donna, la natura, i colori, l’io: perché è l’incontro che ci cambia e ci dona o presta qualcosa.

Cieca la notte sulle mura di Arusha,
ci avvolge col buio come una pelle di cane,
chiude i sentieri di luce per tornare verso la patria.

Ci siamo arresi alle sue frecce d’amore
senza lanciare né pietre, né gocce di veleno.

Dalla savana ci separa la linea sottile delle grida,
dal Kenya la cima innevata del Kilimangiaro
come la verità di un sogno incanutito
catturato dalla memoria dei baobab.

Parliamo dell’Africa ubriacati dal suo nero,
non lontano dalle piantagioni di caffè
e dalle mandrie di masai dimezzate dai felini.

Sull’altitudine delle sue labbra,
oro e sangue la notte di Arusha.

(Gezim Hajdari, Delta del tuo fiume, Ed. Ensemble, Roma 2015)

Pensieri di acqua e di terra

L’acqua è rimasta su, per ore, tenuta a bada da un cielo cinerino: gli si leggeva in faccia un rancore accumulato, da sospensione imposta e non voluta.
Poi, di colpo, il livore si è disfatto: giù, gocce a corona, quasi un po’ ingiuriose.
E un senso lieve d’interna soluzione.

Piace la pioggia forte che si dice: non centellina più, né dilaziona.
Se ha d’arrivare, arrivi: i giochi sono svelati.
C’è nulla, ormai, più da volere. Se non questo sfuggire ad una obliquità.
La pioggia, il freddo vero, non truccato da un po’ di umidità, il buio alla sua ora.
Se han d’arrivare, arrivino.

Si era tornati per l’argine, una volta, a salutare l’acqua con altr’acqua ancora.
E riveder lavati certi borghi di costa, ai margini dei pioppi.
(Con la pioggia, l’azzurro di vecchi  caseifici, crosta di verderame e calce, è  turchino vivo, da cartoccio di  zucchero d’un tempo)
Piaceva innalzare, ai lati della strada d’argilla, castelli d’acqua alta, che appassiscono scroscianti in un momento, ché pure la pioggia ha le sue morgane.
La terra, all’andata così dura, pareva accordarsi all’acqua,sciogliersi in goccia  e schizzo.

Piace l’umiltà della terra che si sfianca, mite, sotto la pioggia.
Finchè può, trattiene un filo, un guscio di lumaca, un sasso che luccica nel buio, poi lascia andare.
Apre le mani e ammolla.
Cedevolezza amica.
Tornerà ai bordi, dopo il suo viaggio d’acqua e vento.
Si riconoscerà terra in altra forma.
Vita in altra vita.
E noi?
Poter impararne, intanto, la docilità…

La bambina delle voci

La bambina aveva l’ossessione.
Se la sentiva nella testa, quella voce.
La chiamava dal sonno la mattina: un sonaglio basso, proprio vicino al collo, che si scuote e sfruscia e sfrega contro la tela grossa del lenzuolo.
Un fiato stanco e biascicato.

Scheischeischeischeischeischeischeischeischeischei

Allora avrebbe fatto come il cane, quando le spighe matte gli vanno nell’orecchio.
(Un rotolarsi nell’erba e nelle stoppie. Un grattarsi disperato con la zampa, quasi volesse scarnarsi lui da solo)

Invece si drizzava, correva ad aprire la finestra, guardava sotto il letto, cercava lì, fra le lenzuola, la cicala. La serpe bianca delle fiabe. Anche la strega.
Niente.
Solo quel fiato che diventava sciame e la faceva scappare giù in cucina, col sudore fermo sulla pelle, a cercare qualcuno in compagnia.
Perché allora la voce si spegneva, ma tornava di colpo, nella casa vuota, anche solo ad aprire la credenza o a scendere in dispensa, per una bottiglia di conserva.

Scheischeischeischeischeischeischeischeischeischei

Veniva voglia di correre più forte della voce.
Invece restava e sentiva la pelle raggrumarsi, coi puntini duri in superficie, come se tutto il corpo volesse sputare la paura.

Era cominciato nei giorni della carta.
La carta diceva della casa persa.
Sgombrare. Niente più da fare. Tutto mandato all’asta.
E suamamma con lo stringicuore, con la voglia più di fare niente, neanche grattare la barba del salnitro, neanche la tovaglia sulla tavola.
Solo voleva spegnere la luce.
Non vedere quella figlia, matta all’improvviso, con gli occhi da spinone tutti rossi, che scappava, le mani sugli orecchi.
Non vedere neppure suo marito, che nel rustico scortecciava i fusti col coltello e faceva il fondo delle ceste. In mezzo a quell’odore verde di palude. L’odore della vita povera di riva, di canna e di piuma bagnata a macerarsi, l’odore della vita che non si è mai asciugata e che se ne sguscia via, umida come l’anima del salice senza più corteccia: carne bianca e vischiosa, così fredda e nuda.

La madre l’aveva detto al prete, del maligno all’orecchio della Lina.
E dei cesti che restavano invenduti, perché non c’era né vendemmia né raccolta. Della maledizione sopra la sua casa. Di quel dovere andare via, sperando nel cuore del cognato. Un rustico lontano dalla strada.

Basta parlar di soldi in casa, aveva detto il prete, i soldi sono maledetti. E non c’era bisogno di croci e di novene. E il diavolo lo si lasciasse stare e pure le fatture di streghe contadine, ché bastava il pettino benedetto, tenuto sempre sopra il cuore e le rose a Santa Rita, sull’altare.

Poi le ceste presero a partire, sul banco del mercato.
Tornò l’olio sul pane, sopra la tovaglia, nella casa prestata dal cognato.
Si spensero le voci e la vita continuò come poteva, fiele e miele. I vecchi sotto terra, i figli grandi a camminare sulla strada.

Ormai sposa, la Lina qualche volta ci pensava, al fiato stanco e biascicato, sparito per la cappa del camino.
Forse credeva di capire quale genio malvagio di pianura accendesse nella testa dei bambini quel sonaglio sonoro e serpeggiante: ci pensava pezzando le braghe del marito, un colpetto sulla mano della figlia, pronta a prendere un po’ troppa pietanza. Ci pensava mentre lasciava che la stufa si spegnesse già prima di sera…

E non stupì quella mattina: la piccola giù di corsa per le scale, sfregando gli orecchi disperata, gli occhi da spinone tutti rossi.

La Lida

La Lida non sapeva come fare.
Se è una sposa, quella da vestire, per una sarta tutto è complicato.
Specie se il tempo è poco e le idee grandi come chiese, copiate da cento figurini e messe insieme come i giochi dei bambini.
Specie se la Necchi è vecchia e ferragliosa, nell’angolo chiaro di cucina: poco spazio intorno, fra quei muri stretti e la cicoria che cuoce sopra il gas.
E lei era di seconda scelta, questo lo sapeva: la prima sarta, quella vecchia e brava, aveva detto no, già troppo presa. Adesso bisognava essere all’altezza, nascondere timori ed imbarazzi.

La Silva era sposa di giugno, decisa tutta in fretta, perché, d’aspettare settembre, non era proprio il caso. Aveva un suo segreto, da nascondere bene con un vestito impero: lo scollo a madonna e le pieghe, sul davanti, da tenere d’occhio giorno dopo giorno, giusto per inseguire le misure.
Poi alla Lida era venuta quell’ispirazione: compensare il segreto con la coda, lunga, sul dietro: che a reggerla servissero almeno due bambini, addestrati dal Vero, il sagrestano, perché non rastrellasse i sassi del sagrato. Una coda avrebbe distratto le occhiate più curiose e avrebbe dato un grande movimento: ci vuole morbidezza, e mentre lo diceva si sentiva sarta degna non solo del paese.

Madre e figlia furono d’accordo con convinzione svelta e portarono una stoffa fragilina, d’un bianco abbagliante persino verso sera. Chiffon, dissero in tono sostenuto.
La Lida guardava, riguardava e toccava il tessuto con fare circospetto.
Aveva già cucito abiti da sposa. Tre, per essere precisi.
Altri ne aveva sistemati, perché in paese, si sa, se sposa una ragazza, l’abito serve persino alle cugine: basta togliere maniche, aggiustare un fiocco, aggiungere un vezzo alla sottana. Coi rasi c’è da stare attenti: sono come i gigli, si segnano con niente, ma davanti all’ago se ne stanno dritti e dicono la strada. Pure la batista si lascia lavorare, ma questo chiffon, con le cannette tremule e sottili…

Ahhhh, la piega non la tiene, aveva messo in chiaro la sartina, poi se si stira, si slarga e fa pallone…
Pallone. Alla parola, la Silva diventò di cera…
Niente pieghe. Fulminea decisione.
Si ripiegò su un’arricciatura, appena disegnata, con la madre che sempre ripeteva la cosa del far presto, presto, più che si poteva. Le prove fuori dagli sguardi più indiscreti, la sera, magari, dopo cena.
Ma giugno era cominciato e il vestito tardava ad iniziare: la cucina era piena di stampi di velina, le pinces disegnate con il gesso azzurro, l’intarsio della coda che partiva alto e poi si apriva a dare sfondo alla gonna, anche sul davanti. Sì, la carta pareva aver ragione, mancava, però, la prova della stoffa.
Il momento del taglio fu supremo: la Lida mandò sua mamma persino da sua zia, per non avere intorno anima viva, il gatto chiuso nella lavanderia.

Sul manichén tutto filava bene, con un gioco di spilli e imbastiture: ora bisognava cucire, piano piano, con un piedino nuovo e l’ago più sottile, ma c’era così caldo, nella stanza. E tutto così stretto, la Necchi contro il muro, la stoffa a scivolare in ogni direzione.
Pareva che il vestito volesse tracimare.
La paura era anche di sporcare, di lasciare tracce su quel fiume bianco.
Non bastava neppure alzarsi presto la mattina, quando la casa era ancora addormentata: il caldo arrivava a balzelloni, se la rideva della tenda a fronteggiarlo e colava lungo le pareti.
La Lida se lo sentiva tutto addosso, a fare appiccichino con la seta.
Mancavano sei giorni a quello dell’altare. Sei giorni.

Fortuna che ci furono le calle, una mattina. Fiorite insieme con le ortensie.
Sotto le finestre alla dispensa, in fondo, a dare pace.
Così fresche, nell’ombra, e delicate, nello spiazzo d’erba, prima del brolo.
Come poteva non averci mai pensato?
Si stesero due belle lenzuola, di quelle fitte, tessute col telaio: nel mezzo la Necchi, come una regina, e lo chiffon, finalmente a casa sua, a scendere per terra e a stare vaporoso.
Così la Lida, nel primo pomeriggio, faceva l’atelier nel suo cortile e lasciava che la macchina trottasse, cucitura dopo cucitura.
Ormai restava solo l’orlo, quello della coda. Tagliato di sbieco, faceva disperare.
Arrivò la Marta, allora,  col ditale e un cuscino, da appoggiare sul lenzuolo, perché a cucire mica si sta in piedi. Non mancarono neppure le ragazze da marito.
Tutte con l’ago e con la scusa che, se una sarta cuce nel cortile, è quasi meglio di un filò, la sera.

Era l’inverno che …

Era l’inverno che s’ammalavano i bambini.
Arrivava la febbre con la tosse, quella cattiva che s’attacca come colla e fa caverne velate nei polmoni. E lo stringimento in gola.
(lo strazio del gattino quando ingoia un boccone troppo grosso)

La bambina era ferma a letto.
Tanti giorni chiusi, coi rumori che parevano lontani, fasciati con il feltro.
Erano venute anche le suore, mentre il nonno di nascosto faceva gli scongiuri.
A portare certi cartoncini bianchi con cani e casine da passare a filo, punto su punto, con l’ago dalla punta grossa: giochi per passare il tempo a letto.
Molti bambini erano scappati dal paese, dal suo cordone di maledizione.
Il dottore diceva Via, portateli in montagna, a cambiare l’aria nei polmoni.
La bambina era rimasta lì: troppo alta la febbre per andare.
Non bastò il brodo di pollo a tenere basso il calore.
Neanche l’alcol sfregato sul torace, che mostrava il telaio delle ossa, perché i giorni passavano digiuni.
Né il chiodo arrugginito che la nonna aveva nascosto nel cuscino.
La febbre saliva saliva e stampava sul muro le paure. Aquile nere e predatrici, topi con la coda che si faceva ragno o forse scarafaggio, mentre la tosse smuoveva tutto il corpo: la  sentivi arrivare dall’addome con un gorgoglio che diventava soffoco.

Polmonite, ormai è polmonite, il dottore sembrava spazientito, quasi la bambina non l’avesse curata sempre lui. Penicillina e tante inalazioni.
La bambina sentiva le cannule di vetro rampicare dentro il naso, gli sbuffi di sapore marcio e avrebbe voluto strappare i filamenti, ma la mamma le teneva tutte e due le mani strette strette.
(mamma nemica, mamma cattiva, mamma che tiene prigioniera)
E le cannule ormai erano serpenti che prendevano la strada della testa e andavano a imbucarsi nei pensieri: il sonno arrivava e poi sfiniva, tutto il caldo stampato sul cuscino e il sudore che svuotava il corpo. Tanta sete. Voglia di gettare le coperte, alzarsi e correre in giardino, coi piedi nella neve, ma la mamma rimboccava le lenzuola e le fermava come bende.
(mamma nemica, mamma cattiva, mamma che tiene prigioniera)
La febbre prese a scendere pian piano: restavano le ossa tutte molli, la fatica a mettere le gambe giù dal letto, il fastidio delle cannule nel naso subite ogni mattina, il freddo del vetro che voleva entrare.
La bambina cominciò a pensare alla storia che sua nonna aveva letto ad alta voce dal giornale, nell’estate.
Una madre infilava di nascosto gli insetti nelle narici di sua figlia, piccolina. Insetti con le tenaglie adunche, quasi scorpioni di pianura: forbicine scure, lucide  e guizzanti, a invadere le strade della testa.
La  bambina adesso guardava con sospetto la sua mamma e non voleva più mangiare.
E se le cannule di vetro altro non fossero che quelle forbicine? Pronte a scavare, scavare nel cervello, a formicolare dentro gli occhi, a graffiare condotti nel silenzio, a scendere nel sangue?
(mamma nemica, mamma cattiva, mamma che vuole far morire)
Meglio fingere di dormire sempre, a pancia in giù, con la testa nascosta nel cuscino. Muta, più neanche una parola. Per giorni e giorni.

Poi una notte sentì un tremito caldo sul suo corpo: sua madre era lì vicino e piangeva con voce di bambina, un miagolio di gatta disperata, tante i i i a pungere il silenzio, le braccia abbandonate sopra il letto, a carezzarle le gambe e le ginocchia. La luce della lampada smorzata.
Così giovane e stanca, con gli occhi pieni di dolore, come avrebbe potuto far del male?

La figlia si drizzò. Ho sete disse, finalmente. E’quasi  primavera?

Ci sono delle storie

Ci sono delle storie che nascono al finire dell’anno, come un pegno d’amore da spendere più in là.

Bisogna prendere un 28 di dicembre di tanti anni fa, con la nebbia fitta, sposata a galaverna, una sbrisolona di ghiaccio, forse zuccherato.
E due ragazzette, una in visita all’altra, con la scusa del greco e del latino, nel viale di robinie: la prima ferrarese quasi di città, la seconda di qua, terza casa in fondo, quella col balcone che la fa sentire giulietta, le sere d’estate con le lucciole.
Il treno fra poco partirà, ma le chiacchiere, le chiacchiere al posto dei quaderni, non sanno d’orologi.
Lui ha l’officina e pure fa servizio pubblico, con una millecinque tutta blu.
(Lui non sa che la ragazzetta da tempo lo sogguarda. Ha saltato tutti i paracarri per farsi notare almeno per meriti sportivi, ha fatto mille pellegrinaggi in piazza, pur di passare vicino all’officina. In un viaggio in taxi di tutta la famiglia ne ha spiato gli occhi nello specchio: belli, scuri, con ciglia lunghe e folte)
La mamma, che ha raccolto ogni segreto, guarda l’ora e dice, un po’ marpiona, dai, correte all’officina che certo il ragazzo ha ancora aperto e vi porta per tempo alla stazione.
Ricerca affannosa del basco che, inclinato, le sta proprio tanto bene, una strusciata dei mocassini contro i calzettoni, e, mentre la mamma non la vede, il cappotto nuovo di natale, corto sulle gambe ben tornite. L’amica trascinata di corsa per la mano.

Certo il colore del viso è rosso pito, ma la voce esce persino disinvolta: Avremmo bisogno di un passaggio …
La millecinque blu fende la nebbia perché i minuti son contati.
Si saluta l’amica in tutta fretta.
La macchina ora non ha voglia di tornare indietro.
Il ragazzo va molto, molto piano: ci vuole prudenza con il buio, l’aria è una calotta di latte andato a male.
Ti interessa il teatro dialettale?
Moltissimo, mente la ragazza.
Faccio le scene, ma occorre un tocco femminile …
Trovato, assicura la ragazza, che odia quegli interni finti, con la tavola imbandita a quadrettini e la credenza disegnata sul cartone.
E si parla, si parla del liceo che anche lui frequentava con la voglia di scappare via, e i sogni di un lavoro ancora da inventare, i progetti ragazzi di cambiare il mondo e l’amore per gli alberi che unisce tutti e due …
La macchina ferma, sotto il lampione.

La nebbia, dolcissima, accoglie ogni pensiero, come stanotte, come sempre, d’altronde, fin da allora.

Traslochi (parte seconda)

Che di  soldi ce ne fossero pochi, in casa, ormai lo si capiva, magari da piccole cose, non solo dal gioco della casa che si restringeva.
Erano cose che non si leggevano tutte insieme, ma che affioravano in abitudini nuove o nell’infittirsi delle meno gradite, fra le vecchie.
Era la Rosa miamamma, adesso, a frugare il mercoledì mattina; negli abiti della “mericastrass“, dove la Norfa, regina dell’usato neanche si dava da fare per vendere, neanche più decantava i pregi delle sue cose: erano in tanti a cercare, a frugare, nel mucchio e lei poteva stare grassa e immobile a fumare la sigaretta col bocchino, nei suoi ricci di permanente.
Eppure le sottane o le maglie o le stoffe che arrivavano a casa, non avevano la vecchia magia.
“Adesso lo vedi così, ma dopo diventa una meraviglia”- diceva la Iris miazia, drappeggiando incredibili vestiti attorno alla vita della Diana. E io li vedevo davvero già belli e finiti, perchè aveva un modo la zia, che a non crederle, pareva di farle un torto.
Era facile, invece, deludere la Rosa, stare impalata a guardarla cercare tra gli stracci, col fastidio dell’odore di vecchio e la vergogna di essere vista dalle amiche, e poi, a casa, fare una smorfia davanti alla gonna a pieghe, che doveva diventare diritta, per andare bene, e più lunga, da corta che era.
Era facile farle il dispetto e dire che mai, assolutamente mai, quella gonna sarebbe entrata nell’armadio; salvo poi, nel silenzio, infilarla di nascosto e ammettere, davanti allo specchio che non era così male.

A parte l’antico transito dei vestiti, le cose davvero cambiavano: il cibo, ad esempio, per certe teorie della Rosa, che mai si erano sentite prima. Se si era noi tre, e mio padre lontano, la sera, miamamma preparava il budino Sanmartino gusto vaniglia, perchè era leggero e “andava benissimo”. E profumava la casa di latte dolce.
Che bastasse una polvere chiara e mezza bottiglia di latte per quella crema che induriva di colpo e fermava in superficie le bollicine della cottura, come schiuma di gomma, era un mistero senza risposte.
E c’era anche il caffelatte a prolungare la cena, con certo pane biscottato nel forno, con l’odore del secco pulito e caldo.

Ma quando mio padre tornava a riempire la sera col suo fischio gentile, c’era la festa dello spezzatino con le patate e il sugo e radi pezzi di carne, che apparivano e si scioglievano morbidi in tanto sapore.
Buono quasi quanto i toast  che la mamma della Cri preparava nella padella sulla stufa, e si sbruciacchiavano bene, e facevano fumo, ed erano così moderni, così moderni e così americani, mentre a casa mia, di moderno c’era solo il budino Sanmartino, e il resto aveva i segni di quello che c’era già stato, solo con qualcosa di meno, come la carne sparita, o la frutta contata, che, stranamente, aveva sempre qualche segno.
E bellissima era la carta-premio che mio padre mi portava dalla Federazione e mi faceva sentire ricca di trentamila lire di libri, da scegliere fra quelli bianchi strisciati di rosso, con parole difficili e forti, e quelli con la copertina di cartone avorio e il timone d’oro.
E non c’era criterio, per scegliere: solo ascoltare la musica di un nome sirena, che chiama , che chiama.
Majakovskij, allora, arrivò per caso, su una nuvola in pantaloni, col suo flauto di vertebre a reclamare un amore immediato, nelle sere di novembre, quando gli altri dormivano nel letto di ciliegio e io restavo nella cucina solo mia.

Arrivarono i libri, da allora, puntuali ogni anno, a cancellare rinunce così lievi da non essere avvertite o da diventare il gioco fra noi, nella casa piccola, dove non si poteva scappare agli odori, ma neppure alle canzoni di miamamma.
Arrivarono i libri cui tagliare le pagine unite; con la smania di non perdere tempo, da covare in attesa di poterli capire.
Libri da buttare dentro, da riscrivere in quaderni piccoli per paura di perderli.
Libri dove mettere la testa e il cuore, dove gustare l’incontro e sapere che sarà per sempre.
Pareti color di crema di quel mondo sì da annusare e tastare, ma ora anche da dilatare, fino a contenere ogni idea.
Libri per riconoscere, nelle parole già scritte, ciò che si sente si pre-sente: sconnesso, non chiaro, perché non vissuto ma adesso trovato, descritto così per bene da diventare specchio. O memoria.
Libri anti-dolore, ma il dolore ti trova sempre; anche nei porti sicuri.
E non è schiaffo. Non è sferza. E’ riprendere, di colpo, lo sguardo vero.
Quello nudo e freddo, non quello che tu hai coltivato, carezza che accetta o traveste il poco che hai, fino a farti credere che va bene così.

Si rideva, noi, dopo due anni di casa piccola, delle corse da fare, se suonava il campanello di casa, per girare la pentola sul fuoco e offrirne il lato nobile: l’unico manico che le era rimasto.
E si faceva finta di niente se arrivava l’estate, la seconda estate, e i letti non tornavano al piano di sopra. Quasi una pigrizia a calamita teneva giù, nel fitto un po’ disordinato del pianoterra.
Ma il terzo novembre, proprio nel giorno in cui la stufa buona si mise a sputare fuliggine e i letti neppure erano fatti, perchè l’influenza aveva già preso sia me sia il bambino, e la Rosa miamamma da sola puliva il nero con grossi secchi e la cucina sembrava un campo di guerra, suonò il campanello ed entrò l’uomo importante, non atteso e neppure conosciuto, con la macchina grande, che cercava mio padre, il presidente.
La Rosa non fece neppure in tempo a girare la pentola, che non mostrò il suo lato nobile, ma i buchi del manico mancante. E neanche riuscì a chiudere la porta sul lazzaretto dei figli malati, e neanche a tirar su lo straccio………
Lo vedemmo tutti lo sguardo dell’uomo, non divertito, non carezzevole, uno sguardo di cartavetrata, che insisteva,senza scivolare via.
“Abita qui , vero, il presidente? E’ in casa?”
“Sta qui, ma è via con sua moglie. Sono rimasta io con i muratori, perchè i putlet sono malati.”
Così la Rosa miamamma finse di essere la donna di servizio e il pomeriggio stesso, con i falegnami del viale, freddo o non freddo, cominciò il trasloco verso l’alto.