La torre ha grosse aquile arcigne, sulla facciata, ma ha la testa piena di piccioni.
Non quelli che si danno dell’aria, con le zampe a stivale di piuma, mosse a scatti nervosi.
Neanche quelli gozzuti e dondolanti, lunghi di collo a corolla, nella stagione degli amori.
I piccioni torraioli nemmeno ricordano la gentilezza di certe colombine bianche bianche che indugiano sui loro passi per guardarsi intorno. Son piccioni quasi di terra, loro, con colori d’autunno e di nebbia.
Le zampe storte.
Camminano come i vecchi: avessero le braccia, le terrebbero dietro la schiena; portassero un maglione, l’avrebbero col collo alto e ghignoso, che stringe e fa tirare la testa a tartaruga, per via del soffoco.

Ci stavano Volando e sua moglie, sulla torre, insieme con gli uccelli, amici e scorta per l’inverno.
Alto e sornione, lui: le mani in tasca e certi occhi chiari…
Piccola e tonda, lei: grembiule pronto ad ogni cosa.
Due piccioni, con carriola al traino: piccole fascine di Po, a bruciare su, in alto.

Nel giro dalla piazza al fiume, in fila indiana, uno davanti, la seconda dietro, in compagnia della ligéra, che è l’arte del vivere con poco, di un orto preso in prestito a stagione.

Sulla torre, più vicini al vento, lei riparava ombrelli, lui, con l’ago, passava filo in un chicco di  granturco: collane di esche  per piccioni, sui merli della torre.
Sapeva aspettare che il grano viaggiasse nello stomaco, per tirare piano: “Ci vuole occhio” – diceva. “E pasiensa”- aggiungeva lei.

D’inverno, con la stufa intubata verso una finestra, tagliavano la latta raccolta nell’estate, quella delle scatole grandi dei pomodori. Ne uscivano stelle e galline, mobili su bastoncini: girandole da vento, per chiamare la primavera.

E nessuno ricorda bene chi volò via per primo.

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