A favore di vento

Gli era sempre piaciuto camminare, sull’argine, per lasciare correre gli occhi sulla terra. E arrivare fin dove le hanno tirato via la prima pelle, per fare i rotoloni.
Quasi si aspettava un verso di dolore, al passaggio della macchina da pressa, sotto il sole.
A Nedo piaceva seguire la sua scia, che diventava piccola e lontana, fino a sparire in fondo, dove, a puntellare il cielo, c’era solo l’orlo dei pioppi cipressini.
E aspettava l’autunno, intanto, ripassando nella testa la rete dei suoi posti buoni.
Perché, in autunno, ci sono i tartufi da svegliare, quando la luce comincia ad essere più corta.
Era il suo mestiere, ormai, e, insieme, il suo piacere delle ore vuote dai lavori dell’orto e del frutteto.
Coi primi freddi. Perché il tartufo, nella bassa, è amico del fresco e dell’umido. Pure del buio.
Ottobre già è un buon mese, con certi cieli a goccioloni, con certi temporali lividi che portano frescura e con le nebbie che arrivano a velluto, morbide e silenziose.
Come se la terra rivoltata mostrasse il suo lato di vapore e rendesse incerto l’orizzonte, a galleggiare sulle cose.

Bastava poco: stivali senza paura della mota. C’è che al tartufo piace stare ai bordi di un campo o di un fossato, nascosto su una riva di Po o in un boschetto rado. Poi un bastone, serviva, per spostare un rovo o un cespuglio. E un vanghino, certo, ma di lama delicata, per scavare con misura, perché il tartufo è in un nido di radici e le radici sono come uova, vanno trattate con gesti gentili.
Sono buoni i pioppi e i salici, i tigli nei pressi delle strade, sui cigli, e le querce vicino a una vena d’acqua, così le radici non si affaticano a cercarla e si piantano un po’ meno..
Nedo giurava che, a favore di vento, l’odore del tartufo, proprio del suo cuore, lo sentiva. E più ancora lo sentiva il cane, uno spinone con le zampe grosse che si era tirato su neanche fosse un figlio, tanto che la Leila quasi era gelosa.

La Leila sì, che era figlia sua, anche se pareva venire dalla luna, smorta come la saliva, con quell’affanno al cuore. Mai corso, in tutta la sua vita: bastavano tre passi frettolosi per vederla con le gocce di sudore freddo. Doveva andare calma, senza far fatica, allora aveva studiato da maestra, nel collegio delle suore: la scuola più alta di tutta la famiglia. Adesso aspettava la chiamata per andare a insegnare chissà dove.
Nedo aveva soggezione di quella figlia che sapeva di latino e parlava tanto bene: a tavola sempre in punta di forchetta e sua mamma che cercava di tenerle dietro.
Lui si vergognava a mostrare le sue mani grosse, coi segni di nero intorno alle unghie. Non s’aggiustavano neanche con la varechina. Così mangiava poco, si infilava la giacca con le tasche e si prendeva il cane: a chiamarlo bastava un fischio prolungato.

Si andava, con lo spinone che correva avanti indietro e poi puntava attento, la zampa davanti sollevata, se una frasca si muoveva, se uno squittio di topo spaventato tinniva fra l’erba cavallina. Abbaiava per fare rimostranza, perché il padrone lo sapesse, si sa mai.
Quando Nedo gli dava la sua scheggia, una raspata di grana dal profumo piccante e saporoso, il cane lo sapeva cosa si andava poi a cercare. E allora era tutto un andare rasoterra, fra l’umido e il verde. A vederlo zampare fitto fitto, con il muso intubato fra i cespugli, a Nedo saliva il cuore il gola, perché lo spinone non si sbagliava mai. Per questo il mediatore della Palazzina, il caseificio, glielo avrebbe comprato a peso d’oro…

Anche quel giorno non era andata male: un grano per dar sapore al riso, all’osteria di piazza, l’avrebbe venduto di sicuro. Ma era mezzogiorno e preferiva andare a casa.
Trovò le donne in pianto e in visibilio.
La Leila con il telegramma in mano.
Il posto, da dopodomani. Nella scuola di Cavo. Ci vado in bicicletta, che la corriera non ci passa più.
La Leila pareva gran contenta, ma la madre guardò suo marito e scosse la testa, con la bocca che tirava in giù.
Nedo non ci dormì tutta la notte: si vedeva la Leila arrancare in bicicletta, con le gocce di sudore intorno al labbro, bianca da far paura.

Sì alzò più presto che poté, chiamò il cane e prese la traversa che rotolava secca dentro la corte della Palazzina. Il cane sembrava ancora addormentato e non faceva la festa neppure alle cornacchie, che tagliavano l’aria in diagonale.
Ritornò con una Topolino color caffelatte un po’ sbiadito.
Da solo.
Da solo senza il cane.

11 giugno

Sono stata parecchio lontana dal blog, negli ultimi tempi.
Moretti direbbe ‘ho fatto cose, visto gente ….’
In effetti è stato così. Anche così.
E ve lo voglio raccontare.

E’ successo che, in mezzo a tanti problemi, ho rinnovato la passione di fare cose per il mio paese, all’interno del gruppo di cui, ormai storicamente, faccio parte: Alla Luce del Sole. Tante storie diverse accomunate dalla condivisione di valori forti, quali il bene comune, l’inclusione, la solidarietà, l’amore per l’ambiente e per una politica pulita, slegata dagli interessi e dal concetto di utile.

Mi ha aiutato l’interagire con l’energia e il cuore dei giovani, che sanno mettersi al servizio di una comunità, sfatando il mito che li vuole ‘sdraiati’, indifferenti o svogliati.
Non dice la verità, questo mito, naturalmente senza generalizzare, ed è un privilegio scoprirlo.  Un privilegio che scalda e richiede la presa in carico di una responsabilità: quella di esporsi in prima persona, se si vuole essere credibili nel proporre e nel seminare valori e obiettivi.

Così, nella nostra casa – più povera perché non c’è più la parte più importante della mia vita – sono entrate le idee, i progetti, la voglia di fare di tanti ragazzi e non ragazzi, e le risate, le luci accese in tutte le stanze, le sedie occupate. E poi giri vorticosi di mail, squillini telefonici, bozzetti a matita, planimetrie, foto dall’alto… E incontri erratici, qua e là, per capire, per spiegare, per relazionare.

Ci saranno le elezioni, l’11 giugno, nel mio paese che si è appena fuso con un altro: si cercherà di continuare un’esperienza già avviata, con l’innesto di progetti nuovi e persone nuove.
Non so come andranno le cose, ma qualunque sarà l’esito, il frutto di mesi e mesi di lavoro è già tangibile: un NOI bello, articolato, solidale e complementare, un NOI che non ha perso la memoria di chi ha fatto la sua parte ed ora dimora in un altrove, ma ha saputo fondere età, percorsi, competenze, persino orientamenti religiosi e ruoli, nello stesso impegno.

I ragazzi del gruppo a questo punto direbbero: Zena, questo è un pippone.
Sì sì, verissimo … e me ne assumo la responsabilità
:)
Zena

Ps) andate qui, per favore, su fb
Sermide e Felonica Insieme – Alla Luce del Sole

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Registri

Fu l’estate di Georges.
Nel senso di Calonghi Badellino. Il migliore dei dizionari di latino.
Tutto il sapere tutto, in due volumi neri e pettoruti. Di carta a grana grossa e segni di formica a dire la differenza fra regola ed eccezione.
Bisognava averlo, perché quello di casa ormai cadeva a pezzi e  c’era da inventare: il nastro adesivo per pacchetti (marrone, per altro) già si era  mangiato intere colonne di parole in giunte provvisorie.
Insomma c’era da prendere una decisione.
Il costo del Georges Calonghi Badellino era imponente e si sommava ai libri di greco e tutto quanto, per la scuola alta.

Perché non vieni a dar ‘na mano, la ragazza va in ferie e te sei svelta, disse la Ines del negozio, una mattina: già da piccola ci andavo per cerniere, spagnolette e ogni tipo di grosgrain, sussiegosa per i compiti maturi che miazia, la sarta, da sempre mi assegnava (scegliere il colore del filo da cucire, contare gli automatici due volte, cose che riempiono di soddisfazione…).

In realtà non c’era un gran da fare, nei pomeriggi caldi dell’estate. Però si stava bene.
La bottega era un luogo di frescura: entravi e la luce veniva da lontano, scriveva un corridoio nell’androne, foderato di pezze di stoffa alle pareti, di manichini con le dita mozze e  spilli a modellare improbabili drappeggi sulle spalle.
Il vecchio marmo, che faceva pavimento, dava un frigidino persistente, come in ostaggio fra le ali dei banchi laterali: lì, lì sopra, si  poggiavano richieste di bottoni, sospiri per pizzi e taffetas, svelature di calze e sottovesti, campioni di tessuti che chiedevano spighette in armonia.

C’era in fondo solo da ascoltare e poggiare le cose possibili sul banco: sorridere, anche. Ed essere gentili: scomporre le cartine dei bottoni perché facessero proprio il loro occhio e dare un colpetto con il polso: così la biancheria pareva un sortilegio volato fuori dalla scatola, con le pieghe ancora ferme al loro posto.
Piaceva, alla signora Ines, se aggiungevo frasi un po’ da grande … come ha scelto bene, …  ah, piace anche a me, … l’ha comprato pure la miamamma
La vedevo assentire con la testa.

Forse fu questo a darle un’altra idea.
Vieni più presto, domani pomeriggio.
Al banco ammiraglio, quello col cassetto dei conti e dei tesori, c’era un registro, assieme ad una penna.
Scrivi, mi disse, ché non ho mai le idee se muore o si sposa qualcheduno. Scrivi, così faccio una figura buona, anche per i battesimi e le comunioni. E’ che ci vogliono parole per tutte le occasioni. Scrivi ben qualcosa pure per gli auguri.

Fu l’estate delle parole in fila, a compensare i vuoti dei clienti con tanti bigliettini in ordine di tema e di lunghezza.
Con nascite e nozze andava a meraviglia, la mistica invece un poco difettava. Ma era nelle frasi di cordoglio (parola sempre odiata con fierezza) che fruttava il lato drammatico di casa. Certe espressioni che sfuggivano a mianonna, certe poesie di Foscolo recitate da miamamma, ritornavano in  frasi piene di urne, di ombre e di celesti doti… Scrivevo e rileggevo proprio col magone quei ‘nel giorno della vita più angusto e doloroso’  e mi veniva da tirare su col naso.

L’estate finì ed io fui ricompensata, moderno baratto fuori norma, con due scampoli di lana e di cotone: prima avvisaglia di simil-sfruttamento che germinò in mute proteste e grandi pianti.
Il Georges  Calonghi Badellino me lo comprò mio padre.

Il sarto

Era arrivato da lontano.
Succhiato in faccia.
E riccio.
Con quel parlare chiuso e duro, che sapeva di caldo, non di nebbia.
A fare il sarto sotto la chiesa, con le campane che piovevano diritte, come le squadre sulla stoffa, per tenere in riga il gesso.
Una stanza per bottega e casa.
La singer che di notte tartagliava.
Lui e il figlio, piccolino, tirato su a latte con il pane, e le uova portate dalle donne, per l’orlo da rifare in fretta. Un po’ di frutta raccolta dentro il brolo.
Era bello, il bambino, pulito e ben vestito anche con poco, perché il padre era sarto fino e di una coperta sapeva cosa fare.
Se ne accorsero anche i possidenti che il riccio aveva mani d’oro: passarono cappotti, per quella stanza stretta, e completi dalle spalle larghe che parevano tirate con il piombo.
Arrivarono i quaderni della scuola, sul tavolo, giù in fondo, ché il ragazzo adesso aveva da studiare: era cresciuto troppo in fretta e il cuore si era messo a saltellare.
Il padre ascoltava le parole, anche se le mani filavano veloci e le forbici seguivano le righe tirate con il filo d’imbastire.

Poi venne il giorno che il ragazzo, fatto grande, sposò la Cinta, Cinta la bella, Cinta la formosa.
Al padre qualcosa s’incrinò nel petto, perché tutto sembrava troppo piano: il figlio che faceva l’usciere in municipio, il podestà che lo guardava buono, il lavoro che ora non mancava.
Tutto sembrava troppo piano adesso che il figlio era al sicuro e la guerra lasciava ormai i suoi buchi fra i giovani mandati chissà dove.
Quasi il sarto sentiva l’imbarazzo per quella fortuna inaspettata.
Il cuore, il cuore che restava ballerino, teneva il ragazzo via dal fronte, a fare il suo mestiere, fra carte, annonarie, timbri e bolli. La moglie gli portava il pasto, ché non avesse neppure la fatica di correre a casa e poi tornare.

Cinta la bella, Cinta la formosa non poteva passare inosservata, col suo petto glorioso e un modo spavaldo di sciogliersi i capelli perché facessero carezza contro il collo.
Lasciava un profumo di mele e di promesse, lungo le scale, dentro il municipio.
Il podestà la vide e ne fu subito preso.
Cominciò con l’accompagnarla per la strada, la gente che taceva ma guardava.
Poi cercò di più. Se la voleva in casa e in casa la portò.
Bastò mandare al fronte, quello russo, il marito e il suo cuore ballerino.
Sotto gli occhi del padre che capiva e sapeva solo piangere in silenzio.
Il ragazzo dalla Russia non tornò, la moglie sparì per la vergogna, e il padre non ebbe bisogno di parole.
Lasciò la stanza sotto il campanile: niente più squadre, né gessi, né forbici cantanti.
Andava nelle corti per un po’ di pane e solo per dormire nei fienili: rappezzava le braghe da lavoro, puntava le giacche sfilacciate, ma solo verso sera.
Ogni mattina (piovesse, ci fosse il sole o freddo o caldo), prendeva il suo sgabello sotto il braccio e andava a sedersi proprio là: davanti alla casa grande, quella del podestà.
Restava tutto il giorno, per essere la prima e l’ultima cosa da vedere, la faccia ferma, le mani ferme, sopra le ginocchia.
Fino al 25 aprile.

Ivano

Ci sono vocazioni che nascono sotto le volte di una chiesa, coi cori angelici in visione, le trombe del giudizio e un profumo di viole tutt’intorno. Altre, le portano i sogni, ‘na squasadina ad niula, un tremito di nuvola ad indicare la strada. Poi ci son quelle che fioriscono improvvise, incantate da forme di bellezza, e allora scoppiano col vigore delle bergenie rosa a primavera. Ma che fosse il canto di un gallo, una mattina, a dire cosa fare della vita, non si era mai sentito.
Eppure per Ivano andò così.
Il silenzio della notte che si fa mattina, in quel ricciolo di terra in mezzo alle robinie, era un cartone spesso: occorreva il gallo a tagliarlo, secco, col suo grido di esultanza e colonìa.
Era un canto sicuro, di voce che non trema: di luce e di possesso, di forza e, insieme, di controllo, come a dire al mondo intero io ci sono e tu sei mio. A cominciare dal pollaio, che si svegliava in modo un po’arruffato, fra borbottii di cova e schiocchi di ali da scrollare nel salto breve dal trespolo al terreno…
Per Ivano quel canto fu quasi una chiamata: sapere che il mondo si poteva conquistare, senza neppure salire sopra il tetto di un pollaio. Bastava tirare fuori tutto il fiato, ad ugola spiegata, e cantare la giusta melodia, provare nella voce un senso di potenza e libertà.
Lo disse alla moglie, mentre la donna puliva le gabbie dei polli in batteria, la spazzola di ferro, due tafani precoci a ronzare come calabroni, e il sole tenuto a bada col cappello, prima che trasformasse l’odore in un tanfo così giallo da raspare in gola.
Devo cantare anch’io.
La donna lo conosceva, suo marito.
Davanti a una pesca nettarina, sognava un frutteto con gli ombrelli di rete ben drizzati, anche se il conto in banca era stremato, dopo l’autunno della peste. I pulciotti a poche settimane tutti lì, con le piume opache e la debolezza nelle zampe: seduti come dei pinguini, buoni soltanto a bere a garganella e a reclinare il collo a becco aperto. Una morìa. Ma l’Ivano s’era mica spaventato: si era fatto un setaccio, pronto già a giurare che, se c’era l’oro in Adda, doveva ben esserci anche in Po, ché il grande, sul piccolo, la vince e all’uomo non resta che provare.
I soldi, invece, in banca li aveva prestati suo cognato e la peste pian piano se n’era andata via, i tacchini messi in quarantena, perché la colpa era tutta loro.
La donna lo conosceva, suo marito. Solo gli disse: se vuoi cantare, canta, ma il lavoro si manda avanti insieme.

La maestrona aveva un pianoforte a coda e, mentre pensava a farsi suora, insegnava canto e solfeggio a chi voleva. Sudava, sudava tanto: una luna scura sotto l’ascella e certe camicette impiccate al collo, anche d’estate, e un po’ tirate sopra il petto forte.
Tenore, sentenziò, rapita nell’ascolto di O Sole mio, che Ivano sapeva da bambino. Tenore lirico spinto, da impostare bene. Con quel torace tutto da sfruttare.
Ivano tornò a casa impettito di do e battagliero, pronto a graffiare baritoni assortiti per salvare soprani sul punto di cedere al peccato.
Andò a lezione tutti i giorni, per tante settimane, nelle ore morte dal lavoro.
Poi fu tutto un provare e riprovare, in ogni situazione: mentre dava alla vite il verderame, mentre girava il pastone per i polli o metteva i pulcini in sicurezza, nelle ceste più fresche sotto il fico.
Gli spartiti fissati sul tronco del pioppo, come mappe per pensieri e voce.
Le anatre stupite, specie le mute, indecise fra il cortile e il fosso da indagare.
A far da sottofondo il rollo del landini, nei giorni della trebbiatura.

Un pezzo della Tosca. Mariocavaradossi ormai nel sangue. C’era da cantare alla fiera di settembre, il prete ormai convinto che il sacrato potesse ospitare l’aria di un amore più terragno.
Si ridacchiava in paese, nell’attesa, ma nessuno pensava che a decidere fossero i bambini.
In prima fila, e tutti col limone, succhiato con lingua viperina a danno del tenore, denso di saliva.
Ivano, con la sciarpa al collo, gorgogliò la scusa di un’improvvisa afonia.
Tornò a casa, con la moglie dietro e l’orgoglio sanguinante, eppure la sera era tanto bella, annunciata dal gallo che calava le vele del pollaio.
Fu un guizzo d’amor proprio, un lasciare che la passione trovasse la sua via: l’aria, il gallo e i polli, il gatto a coda ritta, ogni presenza viva presa nel giro della voce…

E lucevan le stelle
e olezzava la terra,
stridea l’uscio dell’orto
e un passo sfiorava la rena.
Entrava ella, fragrante,
mi cadea fra le braccia.
Oh! dolci baci, o languide carezze,
mentr’io fremente
le belle forme disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d’amore…
l’ora è fuggita,
e muoio disperato!
E non ho amato mai tanto la vita!

Il sogno non svanì: fu il rito quotidiano per iniziare il giorno e chiuderlo in amore, sempre, da re, dentro la sua corte.

Pesantezze

Qui da noi ci sono giorni che il cielo pare avere voglia di terra, di trovare radici o  impigliarsi in un ramo. Si appoggia, pesante.

Ti faresti bambina, con la treccia sulla spalla, solo per portarlo in giro, come un palloncino: una filastrocca o una poesia per filo.

(Non deve esserci urto fra cose, solo tangenza sfioramento e rimbalzo, e la pesantezza, invece, …)

Ma mentre lo guardi, così umile e grigio, senza limpori e senza slanci, sai che anche i pensieri, in fondo, tornano a terra.
A memoria dell’alto, la riga scomposta, il ciuffo delle idee arruffate.

Fagiane e radici

Le fagiane hanno il colore della terra mossa.
Screziature di castagna e tortora.
Stanno di un fermo egizio, zampa retratta, se l’occhio le snida.
Nel cortile della casa bianca, oggi, due fagiane a barattare pensieri con le radici di un gelso e a becchettarle, come vermi molli.
A foschia sollevata, il fango conserva un silenzio di zampettii.
La radice del gelso, quella che affiora per incontinenza, ora ha piccoli graffi obliqui, una schiuma di legno arruffato.
C’è che, a scoprirsi, i sogni fanno sempre un po’ male.

C’erano colori

C‘erano colori, poco fa, di cui si deve dire.
Come per necessità.
A non scriverne subito, finirebbe a effetto d’aspirina: prima tanta effervescenza, poi tristissima brina sul vetro del bicchiere.
Era tutto rosa il cielo, tutto rosa senza interruzioni.
Solo i rami scuri stampati ad impressione: il bello del mondo scappato verso l’alto, nel gioco del sovvertimento.
Che sia un augurio?
La traccia di un favore, che la terra elargisce in una colata alla rovescia?
L’ispido della galaverna del mattino si è ammansito sotto il sole freddo per sciogliersi nella dolcezza del tramonto, come certe assenze che graffiano nel giorno e poi nel buio carezzano, perché tu non senta male.
Sarà così quest’anno? Partito freddo freddo, con le ferite in un mondo già malato…
Riuscirà a scaldarsi di un qualche tepore?

Questo è il mio augurio: che la quiete della non speranza incroci il calore dei cuori in movimento.
Buon anno.

Preghiere

Nel paese a ferro di cavallo, con la chiesa in punta e l’argine di dietro, la Matilde e Bigìn erano due vecchi con diverse preghiere.
Lei prendeva la messa dell’alba, anche d’inverno, con la neve di grana grossa e leggera.
Metteva gli orecchini d’ingranata per mangiare il suo Cristo.
Lui aveva mani cotte di pane, ossa magre e gentili, pensieri grandi come il mare. La domenica, al tocco, era con la moglie fino sul sagrato, la guardava sparire dietro la porta scura, e, fuori, seduto fra i bossi e la mortella, dava voce al suo Valdo: “ La vita è oceano, non seguite le guide cieche, i preti sono uccellacci neri. Lux lucet in tenebris. Seguite la lampada del Cristo: sette stelle ha nella sua mano. Siate poveri insieme ai poveri. Solo la croce unisce…”. Salutava così chi entrava in chiesa.

Poi, all’ ‘andate in pace’, la vecchia usciva, con l’incenso addosso, contenta della sua ostia benedetta, si toglieva lo scialle, copriva le spalle del suo uomo, se c’era freddo, e lo lisciava bene.
Senza una parola, dritta e impettita, andava a casa.

L’onda della voce intanto si perdeva.

Qui come altrove

Qui come altrove, c’è la donna che accorda le speranze, verso sera.
(La mattina ha l’energia sognata del giorno tutto intero, la sera, invece, non mente quasi mai)
Chi la chiama ha perso la misura: vive nell’attesa, fra pareti di sogni e desideri. Solo il pavimento ancora tiene il senso delle cose.
La donna entra nella casa e appoggia la speranza sulla spalla per provarne le corde ad una ad una, poi batte il piede sull’ammattonato, per capire la voce del reale e trovare la giusta simmetria.
Se le corde sono troppo tese, la speranza rischia il volo e la caduta, se le corde si slentano già stanche, la speranza sprofonda, senza rete, nel tremolo di foglie scivolose.
La donna tende stringe e scioglie, con la mano più leggera: basta un niente per rompere una basta un niente per rompere una corda, basta un niente per perder la speranza.

Mieli

Mieli

Più ci penso, più mi pare che la casa grande avesse il miele per vecchi e per bambini.
Era un trovare la Rosa miamamma alla fine di una pitapitela ‘incantadora’, gratia plena, soffiata a bassa voce fra gli alberi. Una pitapitela filastrocca conta o canto, incapace di indicare la strada, nella boschina di rovi e di pioppi: solo cantata per disperdere ombre e paure o, almeno, per sorriderne.
La Rosa miamamma chiamava a sé con la seduzione di un esserci sparso e vaporoso, mutevole e indeciso.
Paritaria nei giochi e nei litigi, bugiardissima attrice di fiabe e teneri inganni, non ha mai avuto età: carta assorbente degli anni altrui, bambina coi bambini e vecchia con i vecchi.

Anche allora lasciava che ragazzini cavalletta le infestassero la casa e soprattutto l’orto, con l’intento di rosicchiare carote di un centimetro e bucce tenere di piselli in divenire.
Soltanto lei permetteva ai bambini del viale il gioco delle case fra lenzuola stese: pareti ondeggianti, precari appartamenti per precarie famiglie di bambini.
(La Lola costretta, uggiolando, a far da figliolina nel canile, con cuffie di rivalsa)
Il pegno era la promessa di spostare il mastello di zinco, pieno d’acqua, a cercare il sole, d’estate, in certi pomeriggi, tronfi di caldo come tacchini. Perché l’acqua cotta al cielo fa bene alla pelle, come gli impacchi di petali e limone. Più giochi che rimedi, seguiti in assoluta fede e vanità.

Ma la Rosa miamamma dava il meglio di sé nei conversari al buio, quando le luci si spegnevano e i saluti triangolavano le stanze, passavano le pareti e nessuno aveva voglia di finirlo, il transito della buonanotte.
La casa sembrava restar zitta, in cerca di un pretesto, quando, al limitare dell’ attesa, spuntava una parola nuova.
Domani….”, diceva lei….e domani era un ponte troppo bello per non essere attraversato.
Domani cosa…?”, “…e allora domani cosa?”…
Frittelle.”
Frittelle?”, la voce speranzosa del bambino diceva molte cose.
“ Sì, con le mele, anche con le uvette, se ce n’è…

Bellissimo addormentarsi col sapore annunciato di frittelle: rendeva la notte corta e calda, impuntata di uvette e croccantina.
Un buio sbiancato di zucchero a velo.
Dava la voglia di dormire in fretta tutte le ore che bisognava, per accelerare le cose… più che si poteva.
Era volare leggeri sul presente, fra giorni fuori norma.
Novembre raccontava già natale, in certe mele messe ad essiccare.
Da natale si aspettava febbraio, disegnando maschere e modelli, testa in giù sul tavolo della cucina.

Il destino attaccato al lampadario.
Bastava, a fare luce, una promessa.

Carlon Patoi, ovvero dell’accoglienza

Un risotto di zucca, una montagnetta compatta di colore e sapore, può diventare un cilindro da cui escono storie di famiglia e dintorni.
A schizzo e inaspettate.
E’ successo qualche sera fa, nel cerchio tiepido della tavola.
Con la confidenza che favorisce scambi e p-assaggi.
Come sottofondo i gridolini di un bambino felice e il ronzio dolce della nostra parlata, appena corretta da un tocco d’Oltrepò.
Si stava bene, dentro il parlare e quell’ascoltare che nasce dalla voglia di sapere.
E così è saltata fuori a mulinello la storia di Carlon Patoi, un po’ vecchio e un po’ strano, col volto spiegazzato e i movimenti legnosi di chi fa tante volte una sola azione, sempre uguale, a convincersi d’averla compiuta per davvero. Montare e scendere di sella, mettere e togliere il gilè … Meccanico e preciso, nella ripetizione.
Una passione per la bicicletta, non cancellata dai voli della mente che si sbanda, sale e plana, senza protezione. Il giro d’Italia impresso nella mente: primo Coppi, secondo Bartali, terzo Guerra, …., nongentesimo Fantinati Bruno, nell’enigma mai spiegato dell’ultimo nome.
Un ritornello scandito alla bisogna, quando qualcosa si deve pure dire, per dichiarare una presenza.
E la sua presenza, Carlon se la portava a spasso su due ruote, comparendo nella casa amica esattamente ogni settimana: all’una della domenica, a pranzo.
E lì trovava apparecchiato. All’apparizione, gli bastava dire : Racchette, parole chiare.
Era la formula che faceva scodellare la minestra, mettere in tavola il secondo, con un contorno caldo di patate e un bicchiere di rosso, che non manca mai.
Economia di dizionario, un apriti sesamo senza spiegazioni, che trovava la porta spalancata, una porta che continua a restare schiusa, per bimbi che hanno gli occhi neri e vecchie ragazze di campagna.

E in queste giornate così scure, di pioggia e di freddo arrivato all’improvviso, è bello sapere di porti che non conoscono paure e diffidenze.

Innominabile

L’aria era dolciastra di ciance, resti grinzosi di barbabietole sfrangiate .
Uscivano dallo zuccherificio sui rimorchi e lasciavano sulla strada strie bavose di lumaca, umide di un odore grasso, rotondo e caldo.
L’odore di ciancia saturava il naso e la testa, sembrava arrivare in tutte le parti del corpo.
Era più quieto l’odore delle barbabietole bagnate, sui carri infilati l’uno dietro l’altro, ai bordi delle strade- nervature che portavano allo zuccherificio.
Tanti carri, tanti camion e tanti uomini, concentrati nella strada grande e nelle vie piccole in attesa dell’accesso.
Ti svegliavi la mattina con le voci sotto il balcone e dovevi stare attenta per non farti vedere fra le fessure rosa della laghestroemia, così, con la camicia della notte, leggera.
Avevano sguardi invadenti, gli uomini, e invadenti erano i carri che neanche lasciavano vedere le finestre basse della casa di fronte: un esercito di barbabietole, una occupazione straniera.
E se volevi andare dalla lattaia , dalla Elsa lattaia che sembrava una gnoma buona col corpo poggiato su gambe a polpa di rana, dovevi zigzagare in mezzo a tanfi di sudore e di vino e braccia nude e certe parole che facevi finta di non sentire e certi manifesti o foto attaccate ai vetri dì camion di donne spogliate e tettute, che non c’era confronto.
La stessa cosa se dovevi andare dalla Luciana magliaia. Sarta al bisogno, era stata eletta a segreta custode dei nostri transiti di abiti, da quando, nella casa, la famiglia non era più quella di prima.
La famiglia grande era sfragolata via, sciolta in bocca come la grana grossa di una torta sbrisolona, mangiata dall’età dei vecchi e dalle partenze dei giovani. Ma ancora ne restava il dolce, a tavola, quando da ogni cosa o gesto o parola usciva il nodo di un richiamo. Solo, non sapevi se avresti trovato, dentro, una mandorla buona o un grumo di farina gialla, senza troppo sapore.

Andare dalla Elsa lattaia o dalla Luciana magliaia era la mia prova di disinvoltura, che preparavo con minuziosi piani, per vincere rosolanti vampate di vergogna.
Perché le vergogne erano molte. E montanti.
Il naso, ad esempio.
Antico, diceva la Rosa miamamma, per consolarmi. Antico. Ma cosa se ne fa una, a tredici anni, di un naso antico…
E il petto, che cresceva mortificato dalla schiena, apposta incurvata fra i gomiti stretti, per nasconderlo.
E le gambe nude, a cui non mancava il pudore della stoffa, ma che la bicicletta scopriva e non c’era niente che si potesse fare se non l’andare a piedi.
Sul petto, in particolare, gravavano preoccupazioni grosse.
“Un sostegno”, diceva miamamma, con grande soddisfazione della Leda miazia di piazza, la più mondana delle mie zie, in visita perenne, che già profilava all’orizzonte le calze fine.
“Ci vorrebbe un sostegno”, diceva miamamma, attenta a non farsi scappare la parola impronunciabile, innominabile, quella che bastava a sollecitare le mie rabbie secche e i miei mutismi di cemento.
Ma cosa c’è da reggere, se si vuole cancellare, fasciare, rimpicciolire, o, meglio ancora, nascondere assolutamente? Ah, il sogno della mummia….
Cosa c’è da reggere, se poi c’è da ammettere che si è saltato il fosso?
Ignorare bisogna, per restare nella sospensione, per non dover fare domande che urgono, ma che restano lì, a strati, senza parole capaci di dirle.

Dal giorno in cui era cambiato qualcosa e miamamma, con una confidenza che non volevo, mi aveva parlato a voce bassa, fra me e il mio corpo non c’era più allegria, non sapevo più cosa mi riservasse né quando.
C’era da vivere con un altro tempo, che aspettavo a orologi strani: la testa con il caldo dentro, il male alla schiena, gli occhi intorbiditi.
E la malinconia….come se, nel corpo, nel cuore, scorresse una vena tiepida che scioglie i pensieri, toglie i confini, e lo star bene e lo star male non hanno più bordi, ma impigriscono nel medesimo stagno.
Era meglio prima. E non volevo segni definitivi, io, e rispondevo male anche alla Luciana magliaia, alleata di miamamma, nella crociata dei sostegni.
Molto meglio i miei metodi: fingere che non era cambiato niente.
Passavo fra i camion misurando per un attimo le distanze con gli occhi.
L’importante: non fissare in faccia nessuno, non cercare gli sguardi, e magari concentrarsi su un gioco.
Era in quei momenti che scommettevo con me stessa: se vedo un chiodo arrugginito per terra, se le ombre sono almeno sedici, da qui a là, va tutto bene, e anche se sono sedici gli alberi.
Rassicurante il mio mondo da contare, un mondo esatto che assorbiva tutti i pensieri e le paure, da raddoppiare coi multipli per farlo durare di più.
Sì, perché se ero sicura di avere davanti un tratto lungo, alzavo la posta : trentadue, sessantaquattro, centoventotto. Erano belli questi numeri, perché, a dividerli per due, si arrivava a uno. Il più bello e irraggiungibile era duecentocinquantasei.

Non ero neanche arrivata a contare trentadue sassi con la punta, quando la mano, da dietro, mi sfiorò l’attaccatura dell’orecchio, con la carezza dell’indice contro il collo, lenta.
E il calore sembrò venire, assieme alla vergogna, da luoghi lontani.
“La ga la pel ad persac, la putleta”, rideva l’uomo coi peli rossi.
E io lì, coi miei numeri spezzati, non sapevo se ridere o se piangere, con tutto il sangue del corpo in faccia; io non la volevo la pelle di pesca e non volevo che nessuno la vedesse e ridesse e mi toccasse.
La Diana mica la toccavano, se passava, le fischiavano dietro, perché lei era già arrivata…, non era un po’ e un po’. Con lei nessuno si prendeva una confidenza così.
A chi sta in mezzo, invece, tutti si sentono in diritto di fare persino una carezza, di dire qualcosa.

“Me lo metto, il reggipetto – dissi tutto d’un fiato alla Luciana magliaia – però sopra la canottiera”.

Saluti

Ci sono momenti in cui si vorrebbe chiedere alla vita d’avere mani gentili e al tempo di tornare indietro, per sentirsi bambini, una volta ancora, al riparo di braccia forti e sicure.

S’è riaperta la cesta degli affetti, questa sera, come accade ad ogni saluto, ad ogni partenza.

E le cose già state fanno sciame. Confondono i tempi e i luoghi, ma non il senso di quanto ricevuto. Sfoglie di ricordi volanti, leggere come i vestiti della Diana, cuciti in casa dalla Iris (trionfi di sangallo e sottogonna), o le chiacchiere di schiuma con l’Antonietta bella e saggia,  nel secchiaio, o i capelli della Rosa, cotonati ad arte e in fretta premurosa, prima della scuola. E certe cantatine per le strade di montagna, al buio coi cugini, quando aspetti che qualcosa accada. ( L’ombra silenziosa del padre da lontano, perché non si sa mai …)

C’era una volta un altro rito: quello del gigante buono, che sapeva addolcire ogni distacco, con la mano  a ventaglio, fuori dal finestrino, fino alla svolta dell’auto, in fondo al viale. Chi restava si teneva quel saluto come la promessa di un ritorno, nel tepore della famiglia grande.

Vorrei vederla ancora, quella mano, perché sarei sicura di un rientro, di una gioia restituita, all’improvviso, in una giornata rossa di conserva.

Agosto 2

L’estate poteva ben avere questo profumo di pareti ritinte, o il colore tenero di muri sirena, ma se un colore doveva imporsi sugli altri, se un odore doveva straripare, ad accorpare giorni sempre uguali, quello era il rosso. Della conserva di pomodoro.
Un grosso di forze, richiedeva, che aveva corrispondenza solo nella lavata di primavera, quella con i paioli fuori e la cenere dell’inverno, e con la liscivia quasi turchina, in certe venature.

Un dispiegamento di vasi di vetro usciti da profondità nascoste della casa, forse dalla dispensa, che si prolungava in un sottoscala orrido di ragni solo immaginati.
E stracci, stracci per avvolgere i vasi perchè non avessero a tintinnare, a urtarsi, quando il bollore inventava scoppi di caldo e impennate di schizzi.
L’odore si accampava nella casa, per restarvi. Acido e dolce, insinuante e vischioso, capace di bucare il naso e lo stomaco.Un languore cavo era il regalo del pomodoro, che si strozzava nelle unghie del tritaverdure, e si gonfiava in bolle compatte nel pentolone in cui sobbolliva.

Erano giorni di agitazione, quelli della conserva. Venivano convocate zie e cugine, persino la nuora lontana, in un concitato desiderio di sfidare il tempo.
Non so quando lo capii. Forse ne ebbi la certezza leggendo lo sguardo con cui la Dina fasciava di dolcezza le sue bottiglie piene. Non c’entrava per nulla la gara quotidiana dei sapori, per far dire agli uomini di casa, quando c’erano, “che buono!”

Dentro alla stanchezza di giornate spese a trinciare e a salare e a pesare, stava tutta la voglia di battere il tempo, di aggirarlo, di chiuderlo in un barattolo.
Conservare, tenere da parte un vasetto di colore, una bottiglia di sole, una cucchiaiata di odore. L’estate, da riaprire in inverno: metamorfosi di una giornata di nebbia, schizzata col rosso del caldo, della luce.
E’ che a vivere in pianura , con la nebbia che già ad agosto ti aspetta la mattina presto, si diventa un po’ matti, o bisogna esserlo,  per inventare.
Indovinare le cose dentro la nebbia è come scoprire il sapore dentro una bottiglia.
Un sapore di vetro che cammina all’indietro e va a scavare una scia. La percorrerà chi l’ha segnata, chi ne ha posto, dall’altro capo della memoria, il primo sasso. Ma anche chi è stato dentro la scia, testimone o fattorino, compagno o ospite di un’estate rossa rossa di conserva.

La nuora lontana, quella fuori casa, arrivò aggrappata al vespino del figlio giovane della Dina, bello e geometra, il primo ad avere studiato a scuola in casa mia. L’ altro aveva studiato sfogliando strade e libri di partito. E l’altro ancora non c’era più.

Si attendeva sempre con manifesto piacere l’arrivo di questi zii perchè portavano l’eco di una cadenza ferrarese nel parlare e regalavano il senso del lontano, del quasi mare, dove, d’estate si poteva andare.
Lei, così bionda, teneva i capelli con il foulard chiaro non annodato sotto il mento ma stretto dietro a fasciare il collo, come la Loren in un film.
Il vestito bianco col collo sciallato sembrava la cosa più lontana dalla conserva che potessi immaginare, era tutte le cose buone e candide del mondo.

Miamamma si lisciò la sua vestaglia scura di pomodoro, prima di salutare la cognata, col dispiacere di farsi sorprendere così, in quella domenica laboriosa, col vestito brutto che non aveva fatto in tempo a cambiare. E addosso il forte della salsa che si rapprende.
Il vestito bianco liberava, invece, un odore felice. Dopo tanto rosso, dopo tanto acido…

Quando abbracciai la zia fui sicura: cose e odori potevano avere complicità, il colore di un vestito sapeva restituire la sua promessa di profumo, quasi di gusto, senza inganni. Dolce su dolce, bianco su bianco. Segreto o sortilegio di pelle. Invisibile.
Finalmente la pace fra cose e respiri e sapori, giocata a un crocevia di latte o di giglio, di cipria o di schiuma.

Stretta di pelle fresca e nuvola chiara nel naso, l’abbraccio.
Dentro, tuberose zuccherate, gardenie candite, fra pareti color di crema.
Conquista di armonie, “leggere e vaganti”.