Cronache dal terrazzo 1.

L’alfabeto della primavera produce i suoi suoni.
È il caldo, che scoppia come un soffione.
È il verso (mai battezzato) della tortora, che chiama la femmina, con il basso in gola.
È la ghiaia, che sgrana i passi, non più impastati di fango.

Si dirama la parola in forma di “lama senza resa”: in attesa del profumo, la madresilvia si sta impossessando della grata.

Il vento non trova pareti in questa pianura.
E la sera, che viene, è in forma di odore.
Un’altra sera che vorrei sciogliere in conversari pigri, quelli che girano attorno alla tavola dei pensieri e dimenticano da dove son partiti.
Una sera senza luci, per favore.
Perché le bastano gli amici e la promessa di un’albicocca.

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Pensieri in fuga 12.

Amo le vite piccole. Apparentemente piccole. E apparentemente uguali.
Occorre uno sguardo setaccio per trattenere sulla rete le variazioni: foglie, insetti, forse schegge di luce.
Amo le differenze percettibili soltanto sottovoce e amo il gesto gentile che le indica. Solo così si scopre il ciclamino di montagna che nessuno ha piantato, eppure sta fiorendo ai piedi di una rosa.
Amo i padri che guardano gli alberi e suggeriscono i mutamenti: raccontano di leopardiane minime offese ad un tronco, di momentanei cedimenti…(si commuovono, con la voce, per una fioritura improvvisa).
Amo il merlo che chiacchiera e tiene sollevato l’ultimo tono nell’aria, come una coda. In dialogo a distanza con il nido, fra la madresilvia ancora nuda.

E amo, amo soprattutto la vita porosa, che assorbe e impara, ad ogni età.

 

 

Pensieri in fuga 11.

Sul terrazzo sono fiorite le pervinche, sui cordoni lunghi, ancora un po’ nudi di foglie.
Sono tenaci e silenziose, le pervinche.
Navigano dietro le fioriere, viaggiano nelle crepe dei muri e non si fermano di fronte ai vasi già presi.
Poi, quando, ormai all’esasperazione, decidi di sfoltirle, perché son spettinate e invadenti, fioriscono.
Fioriscono di colpo, senza preavviso.
E allora non c’è azzurro più intenso: forse solo quello della lobelia può andargli vicino, se decide di lasciare il cobalto e si sfuma di porcellana.
Non ho cuore di togliere le pervinche.
Le lascio far razza e mi vergogno del mio non saper tagliare.
Sarà il sogno del tenere tutto.
Sarà che ho voglia di colori, ma anche una pervinca mi sembra una rete a strascico, che prende, dentro il suo giro, parole nuove.

Pensieri in fuga 10.

Erano giorni di agitazione, quelli della conserva. Venivano convocate zie e cugine, persino la nuora lontana, in un concitato desiderio di sfidare il tempo.
Non so quando lo capii. Forse ne ebbi la certezza leggendo lo sguardo con cui la Dina mianonna fasciava di dolcezza le sue bottiglie piene. Non c’entrava per nulla la gara quotidiana dei sapori, per far dire agli uomini di casa, quando c’erano, “che buono!”

Dentro alla stanchezza di giornate spese a trinciare e a salare e a pesare, stava tutta la voglia di battere il tempo, di aggirarlo, di chiuderlo in un barattolo.
Conservare, tenere da parte un vasetto di colore, una bottiglia di sole, una cucchiaiata di odore. L’estate, da riaprire in inverno: metamorfosi di una giornata di nebbia, schizzata col rosso del caldo, della luce.

E’ che a vivere in pianura , con la nebbia che già ad agosto ti aspetta la mattina presto, si diventa un po’ matti, o bisogna esserlo, un poco, per inventare.

Indovinare le cose dentro la nebbia è come scoprire il sapore dentro una bottiglia.

Un sapore di vetro che cammina all’indietro e va a scavare una scia. La percorrerà chi l’ha segnata, chi ne ha posto, dall’altro capo della memoria, il primo sasso. Ma anche chi è stato dentro la scia, testimone o fattorino, compagno o ospite di un’estate rossa rossa di conserva.

Pensieri in fuga 9.

Il mondo ri-scritto diventa specchio o spartito in cui cercarsi, qualche volta trovarsi o riconoscersi (per intero, per unità discrete, a scaglie o a fi-lamenti). Forse in questo la scrittura trova la sua necessità.
Ciò che passa per la parola scritta nasce da una vita ed entra nella vita, non per portare o dare ordine, ma per essere la tela grande del possibile, il simulacro dove trova spazio ogni proiezione.

Affidare la propria scrittura al suo viaggio incrocia il malessere e il piacere. A volte si teme questo suo destino di viaggio fra gli altri, perchè, come il figliol prodigo, la scrittura, che ha camminato nel mondo, ritorna a chi le ha dato vita, ispessita e cambiata.
Altre volte la si licenzia, invece, come un frutto maturo, senza timore, nella gioia di vederla rotolare rotonda di significazioni aggiunte.
A volte resta conficcata dentro come un desiderio, ritardato e covato. Ed è spina.

 

Pensieri in fuga 8.

Vi racconto una storia di freddo e di neve.
Regalo delle sere d’inverno.

Savino è un vecchio.
Abita nel paese più in là, quello delle due fedi e delle due chiese.
Ha spostato tanta terra con le mani e non ha molte parole.
Per avere il tempo di cercarle, si ferma su una lunga lunga e la ripete sempre, come se fosse una briciola per i passeri. Intanto arrivano, le parole, con un po’ di soggezione, ma arrivano.
Mi ha detto una volta che i suoi, da bambino, lo avevano prestato per un po’ a della gente con la terra, perché lavorasse e mangiasse in quella casa, naturalmente.
Tornava ogni tanto con la corriera blu, che lo metteva giù all’incrocio, naturalmente.
Tornò dopo un mese, la prima volta, una sera che c’era la neve e all’incrocio un odore di fritto buono, quello dei pincini che si fanno in casa per salutare la prima nevicata. Basta un niente, del pane crudo ben stirato e dello strutto bello caldo per gonfiarlo e farlo sfrigolare. E poi lo si volta  al dolce o al sale. A piacere di gusto o sentimento.
Il bambino sentiva l’odore e pensava, naturalmente.
Se fossero a casamia, i pincini, sarei capace di mangiarne cinque. Ma ci dovrebbe essere lo strutto in casa, e la farina bianca… Invece in casa c’è solo l’acqua per la polenta.
E camminava, naturalmente…
Se fossero a casamia, i pincini, sarei capace di mangiarne dieci (perchè la strada nel freddo mette appetito, naturalmente).
E l’aria era grassa di fritto dolce e di desiderio.
Erano proprio in casa sua i pincini, perché la madre aveva barattato due uova per un po’ di farina bianca e di felicità.
E il vecchio si commuove a ricordarla.

Anch’io, perché gli odori di cibo fanno casa, nel freddo vuoto.

La bambina della bottega dei semi

La strada spegneva piano la sua voce.
I tonfi di mannaia calavano in sordina sul ceppo del beccaio: la vetrina li teneva dentro.
(Non urlava il grembiule con gli schizzi rossi, se si passava in fretta, magari senza sguardi)

Due passi ancora e tutto si taceva, perchè la via cambiava ad ogni soglia.

E chi voleva un po’ di vita sfusa, la speranza di un bulbo addormentato o di un cespo dischiuso a primavera, lì poteva entrare, nella bottega scura: non le bastava il portico per l’ombra, c’era bisogno di una porta buia e del regalo fresco di un’imposta.
La bottega dei semi stava zitta, come con l’ovatta intorno: solo alterni pigolii dietro la tenda e dialogo di cocorite, sospeso nella gabbia.
Chi si fermava incerto sull’ingresso, nella penombra che tutto indistingueva, si lasciava chiamare dagli odori: dall’alito della terra grassa, dal cotto del sole in forma di granaglia, dalla foglia che si macera e si scioglie e dal sale amaro, ruvido alla gola. Un senso di pastone da pollaio, di umore assorbito dalla crusca.

La bambina entrava senza far rumore, con la lista piegata nella tasca.
Se la signora parlava col fattore, c’era modo di infilare la mano nei sacchi con l’orlo rivoltato.
Bello muovere le dita, sentire lo scorrere dei grani e trovarsi il palmo quasi bianco: polvere di frumento che sfarina.
Bello toccare il freddo dei cristalli azzurri, lasciarsi un poco pungere, volendo: si poteva pensarne una montagna che luccicasse contro il sole o sperare d’averne uno in dono, perché il verde rame diventa talismano prima di arrivare sul muro della vite.
E poi guardare i semi e le sementi, tutti così fini. Nei cassetti in pila sopra gli assi, a fare da parete e da granaio. Ci dormivano anche i tuberi di dalia, in certa terra soffice e sgranata.
C’era da aspettarsi che un chicco si rompesse con rumore o un bulbo si crepasse all’improvviso e un soffio verde, a punta o arrotolato, si snervasse fuori dal cassetto e diventasse foglia, tralcio addirittura, veloce come pisello magico da fiaba.

Cosa vuoi? disse la signora.
Dopo tante meraviglie, la vergogna di leggere misure dettate da suanonna: dieci pizzichi di semi di lattuga, dieci pizzichi d’insalata ricciolina, un cucchiaio di semi di radicchio, una sessa minore per fave e fagiolini, una tazza di semi per le zucche e un po’ di zampe d’asparagi, se fresche…
A dosi di pozioni e sortilegi, tutto l’orto finiva e cominciava in cartocci di carta di giornale.

Non ho resto di moneta spiccia. Aspetta che ti do una cosa.
La donna sparì dietro la tenda e tornò con un pulcino giallo.
-Ti spiego come devi fare.
C’era da tenere le ali tutte ferme, strette nel pugno, senza aver paura, ma la bambina aveva mani piccole: servivano proprio tutte e due.

Ricevette il caldo del pulcino come l’oracolo nel gioco, quando in cerchio, con i palmi a conca, si aspettava l’arrivo del tesoro: l’amica lo teneva nelle mani giunte e passava in rassegna le altre mani, con un gesto quasi di preghiera. In quale conca sarebbe scivolata la biglia oppure la conchiglia? Chi avrebbe premiato nel segreto della filastrocca?
Attesa di un segno d’elezione.

La bambina restò come incantata, l’orto ficcato nelle tasche e le mani piene di bellezza. Bellezza viva. Perfetta nel becco di un pulcino che cercava un pertugio fra le dita. Perfetta nel solletico di piuma, proprio sul polso, sulla vena azzurra.

 

 

Pensieri in fuga 7.

Dalla libreria, segno premonitore, stamattina è scivolato un libro, anni ’70, degli Editori Riuniti …
Ricordi a frotte, a piedi, in bicicletta e in motorino.

Era bellissima la carta-premio che mio padre riceveva dal partito e mi faceva sentire ricca di trentamila lire di libri, da scegliere fra quelli bianchi strisciati di rosso, con parole difficili e forti, e quelli con la copertina di cartone avorio e il timone d’oro.
E non c’era criterio, per scegliere: solo ascoltare la musica di un nome sirena, che chiama, che chiama. Majakovskij, allora, arrivò per caso, su una nuvola in pantaloni, col suo flauto di vertebre a reclamare un amore immediato, nelle sere di novembre, quando gli altri dormivano e io restavo nella cucina solo mia.
Quattordici anni,
Arrivarono i libri, da allora, puntuali ogni anno, a cancellare rinunce così lievi da non essere avvertite o da diventare il gioco fra noi, nella casa che, da grande, era diventata piccola per risparmiare il riscaldamento. Non si poteva scappare agli odori, ma neppure alle canzoni di miamamma.
Arrivarono i libri cui tagliare le pagine unite; con la smania di non perdere tempo, da covare in attesa di poterli capire.
Libri da buttare dentro, da riscrivere in quaderni piccoli per paura di perderli.
Libri dove mettere la testa e il cuore, dove gustare l’incontro e sapere che sarebbe stato per sempre.
Libri per riconoscere, nelle parole già scritte, ciò che si sente e pre-sente: sconnesso, non chiaro, perché non vissuto ma adesso trovato, descritto così per bene da diventare specchio. O memoria.
Un sovramondo di parole che cancella il salnitro sui muri, l’umidità che fa sembrare lucidi i pavimenti, i soprabiti riadattati con finta allegria.

Libri anti-dolore, ma il dolore ti trova sempre; anche nei porti sicuri.
E non è schiaffo. Non è sferza.
E’ riprendere, di colpo, lo sguardo vero.
Quello nudo e freddo, non quello coltivato come una carezza che accetta o traveste il poco che hai, fino a farti credere che va bene così …

Sì, arrivò anche il dolore, ma c’erano altri libri da aprire.

 

Pensieri in fuga 6.

Tanti mi chiedono perché non esco mai.
Infatti non esco mai.
A volte penso che la casa sia il mio corpo, e allora cosa esco a fare.
Senz’altro un corpo.
Oggi la sento respirare.
Sono sfiati di luce che sbiancano la penombra, polvere fra le fessure di questa finestra, socchiusa come una bocca.
Anch’io respiro al ritmo della casa.
E l’ascolto.
Sembra che fermarsi sia questione di un attimo, il prossimo.

Da piccola tenevo il fiato più che potevo, perché doveva pur succedere qualcosa. Magari il fiato trovava altre strade. Fluitava nelle vene?
Perdevo la scommessa e aprivo la bocca.

Adesso, se la bocca si aprisse si romperebbe qualcosa, forse il silenzio, forse questa regolarità.
I rumori di fuori, sfusi, senza corpo, si ascoltano da dentro, smerigliati dalle pareti.
Arrivano a schegge, con le ultime lame gialle che rigano la stanza.

Si tace per non perdere anche questo sogno d’interezza, oltre a quanto già si è perduto.

 

Pensieri in fuga 5.

Chi pensa mai all’amore bambino…
Quando un maglione steso all’aria ad asciugare sembra il messaggio di una presenza lasciato solo per te, briciola di pane nel bosco.
Quando, per simpatia, si amano tutte le persone col ciuffo, se il tuo moroso pensato ha il ciuffo, e tutti quelli biondi, e tutti quelli con la bicicletta blu, e tutti quelli che si chiamano Marco.
E’ un amore per classi, per generi, per insiemi, pagato a fughe davanti ai segni, alla voce che nomina, all’ombra che disegna.
Si scappa, seminando scie di vergogna color rosso-pito e di gioco, in chi sa.
E tutti, inevitabilmente tutti, sanno: dai fratelli che fanno i furbi, alle amiche che si danno di gomito, e, ai rari passaggi (attesi come apparizioni), si riempiono gli occhi al tuo posto.
Perché, chi è innamorato bambino, si innamora attraverso gli occhi degli altri.
Chi è innamorato bambino non ha la persona, ne ha il nome, da ripetere in una filastrocca che smemora, da scrivere e cancellare, ovunque, sui vetri di vapore che si condensa, il nome da rubare ai giornali, da misurare in lettere e numeri.
E poi da dimenticare, domani, quando il nome assume concretezza: senti il nome parlare, per caso, e avverti nella sua voce una nota che stona; vedi d’un tratto il nome passare, scendere goffo dalla bici e non è più il tuo amore di prima.
E’ attento alle sfumature, l’amore bambino, e si disamora di un nulla, per sempre.

 

Pensieri in fuga 4.

I ricordi non hanno disciplina.
Non stanno separati in vetri di bottiglia, con etichette a dire il cosa e il quando.
Si arrampicano, improvvisi, sul filo di un odore di verdura, che cuoce a sera sul fornello.
I più pesanti e nuovi, quelli impastati di lacrime e sudore, scoppiano in bolle a rapida espansione.
Salgono in alto e cercano la gola.
Stringono, non lasciano la presa.
E sono schianto e nodo.
Senza la schiuma della memoria bella.

La memoria bella.

Certo ritornerà.
Per lei, per la sua vena d’acqua, si chiede tempo al tempo, perchè diventi spazio, in forma di distanza.
O  aria.
O  pagina, chissà.

Per lei non si preparano fiale trasparenti né vasi rotondi come grembi: solo un riquadro bianco per piccole parole.

Parole e nomi di una casa bianca e gialla

A convincere che la terra è specchio di altro sono i segni dopo la pioggia.
Triture di zampine nel fango.
Righe azzurre, storte e luccicose, fra scavi di nutrie e resti di granturco.
Parole, che han preso l’acqua, ora stese sul filo del bucato.

Molti segni stanno fitti nella casa bianca e gialla.

Nella casa bianca e gialla arrivi se dopo la pioggia ti è rimasta la nostalgia di una nuvola e del suo singhiozzo.
Se la terra s’è arresa con tale piana apertura che chiedi a un albero il racconto dell’alto.
(Giusto per spargerne la voce o la speranza. Un noce per dire alla valle, un salice per dire alla golena)

Nella casa bianca e gialla arrivi se ti vien voglia di stare come un fiore in fresca.

Lì il mio amico ascolta le meraviglie dei felici e le fissa sul pentagramma con l’inchiostro.
Così sono musica e rose.
E basta.

E’ l’amico delle fiabe sotto la porta.
Delle poesie latinate in pastello.
Dei rami di ciliegio a fare la compagnia del muro.
Delle parole che bisbigliano nelle ceste.

È l’amico che ha aperto la porta ai Tre Giardini (balenavano fra la strada e l’argine).
I Tre Giardini hanno detto grazie e sono entrati nel suo nome, con il profumo dell’enothera e fianchi morbidi.
Alberi e parole, note e passeri si son confusi nella casa bianca e gialla di Tregiardini. o, forse, nella sua anima vegetale.
Ancora si scambiano cose.
E nascono poesie così. Arrampicate all’aria come i convolvoli.

delle parole

Esisterono voci dell’aria
Non significavano erano annunci
Le alte rincorrevano le gravi
Le gravi si davano per vinte
Scorzuti alberi le innamoravano
Echeggiavano le casse d’armonia
Vennero gli umani ad assediare
Le voci allegre a prorompere a fuggire
Gli alberi a fantasticar di braci
Alla sorte delle braci si legò la poesia

Pensieri in fuga 3.

Il vento sembra puntare alla dispersione dei confini, oggi.

C’è che si vive di respiri.
Le cose si slargano e si slentano, si stringono e si chiudono col battito di cadenze irregolari.
Dentro o fuori, soffi d’aria o sguardi, non c’è differenza.

C’è che si vive di configurazioni.
Una questione di vicinati inattesi o di casuali disposizioni.

Il “qui ed ora”, in questo momento, è uno sbieco di tenda sollevata, che taglia una fetta di strada, ladra, a sua volta, di un tono di luce.
Una variazione che non si ripeterà.

Saper essere poeti, in questi attimi.
Come catturare il cielo nell’aia.
Come accogliere un rotolo di stelle sotto il balcone.
E tenerlo in serbo, con fermagli di parole.

 

Pensieri in fuga 2

C’è che la scrittura asseconda il ritmo della vita.
Il passo, o il non passo, dentro l’esistenza.

La narrazione sta tutta nello scatto dal prima al poi (o dal poi al prima). Gioca sul filo del tempo e del cambiare. Corre, poi indugia, recupera fiato: segue il movimento, in divenire.

Ma se resti nel fisso, nel fermo del “durante”, le cose finisci col covarle: le guardi, le sogguardi, le trattieni, mentre la vita scorre tutt’intorno.

La descrizione è la maglia circolare che cattura nel suo giro caldo: è una caffettiera che sonnecchia e borbotta, mentre fa salire, in bolle scoppiettanti, il senso delle cose.

Pensieri in fuga 1.

 

Mi piacciono i minuti di frontiera, quelli in cui è impercettibile il momento del cambiamento.
Ieri sera, dopo qualche graffio rosa, il cielo s’è fatto, di colpo, grigio piombo, prima del buio. Sembrava metallo fuso.
Scrivevo e i colori mi cambiavano sotto le mani.
Eppure tutto era assolutamente fermo.
Come in certe pause dalla vita.
Pare che nulla cambi e invece tutto imprendibilmente è già cambiato.