Preghiere

Nel paese a ferro di cavallo, con la chiesa in punta e l’argine di dietro, la Matilde e Bigìn erano due vecchi con diverse preghiere.
Lei prendeva la messa dell’alba, anche d’inverno, con la neve di grana grossa e leggera.
Metteva gli orecchini d’ingranata per mangiare il suo Cristo.
Lui aveva mani cotte di pane, ossa magre e gentili, pensieri grandi come il mare. La domenica, al tocco, era con la moglie fino sul sagrato, la guardava sparire dietro la porta scura, e, fuori, seduto fra i bossi e la mortella, dava voce al suo Valdo: “ La vita è oceano, non seguite le guide cieche, i preti sono uccellacci neri. Lux lucet in tenebris. Seguite la lampada del Cristo: sette stelle ha nella sua mano. Siate poveri insieme ai poveri. Solo la croce unisce…”. Salutava così chi entrava in chiesa.

Poi, all’ ‘andate in pace’, la vecchia usciva, con l’incenso addosso, contenta della sua ostia benedetta, si toglieva lo scialle, copriva le spalle del suo uomo, se c’era freddo, e lo lisciava bene.
Senza una parola, dritta e impettita, andava a casa.

L’onda della voce intanto si perdeva.

Qui come altrove

Qui come altrove, c’è la donna che accorda le speranze, verso sera.
(La mattina ha l’energia sognata del giorno tutto intero, la sera, invece, non mente quasi mai)
Chi la chiama ha perso la misura: vive nell’attesa, fra pareti di sogni e desideri. Solo il pavimento ancora tiene il senso delle cose.
La donna entra nella casa e appoggia la speranza sulla spalla per provarne le corde ad una ad una, poi batte il piede sull’ammattonato, per capire la voce del reale e trovare la giusta simmetria.
Se le corde sono troppo tese, la speranza rischia il volo e la caduta, se le corde si slentano già stanche, la speranza sprofonda, senza rete, nel tremolo di foglie scivolose.
La donna tende stringe e scioglie, con la mano più leggera: basta un niente per rompere una basta un niente per rompere una corda, basta un niente per perder la speranza.

Mieli

Mieli

Più ci penso, più mi pare che la casa grande avesse il miele per vecchi e per bambini.
Era un trovare la Rosa miamamma alla fine di una pitapitela ‘incantadora’, gratia plena, soffiata a bassa voce fra gli alberi. Una pitapitela filastrocca conta o canto, incapace di indicare la strada, nella boschina di rovi e di pioppi: solo cantata per disperdere ombre e paure o, almeno, per sorriderne.
La Rosa miamamma chiamava a sé con la seduzione di un esserci sparso e vaporoso, mutevole e indeciso.
Paritaria nei giochi e nei litigi, bugiardissima attrice di fiabe e teneri inganni, non ha mai avuto età: carta assorbente degli anni altrui, bambina coi bambini e vecchia con i vecchi.

Anche allora lasciava che ragazzini cavalletta le infestassero la casa e soprattutto l’orto, con l’intento di rosicchiare carote di un centimetro e bucce tenere di piselli in divenire.
Soltanto lei permetteva ai bambini del viale il gioco delle case fra lenzuola stese: pareti ondeggianti, precari appartamenti per precarie famiglie di bambini.
(La Lola costretta, uggiolando, a far da figliolina nel canile, con cuffie di rivalsa)
Il pegno era la promessa di spostare il mastello di zinco, pieno d’acqua, a cercare il sole, d’estate, in certi pomeriggi, tronfi di caldo come tacchini. Perché l’acqua cotta al cielo fa bene alla pelle, come gli impacchi di petali e limone. Più giochi che rimedi, seguiti in assoluta fede e vanità.

Ma la Rosa miamamma dava il meglio di sé nei conversari al buio, quando le luci si spegnevano e i saluti triangolavano le stanze, passavano le pareti e nessuno aveva voglia di finirlo, il transito della buonanotte.
La casa sembrava restar zitta, in cerca di un pretesto, quando, al limitare dell’ attesa, spuntava una parola nuova.
Domani….”, diceva lei….e domani era un ponte troppo bello per non essere attraversato.
Domani cosa…?”, “…e allora domani cosa?”…
Frittelle.”
Frittelle?”, la voce speranzosa del bambino diceva molte cose.
“ Sì, con le mele, anche con le uvette, se ce n’è…

Bellissimo addormentarsi col sapore annunciato di frittelle: rendeva la notte corta e calda, impuntata di uvette e croccantina.
Un buio sbiancato di zucchero a velo.
Dava la voglia di dormire in fretta tutte le ore che bisognava, per accelerare le cose… più che si poteva.
Era volare leggeri sul presente, fra giorni fuori norma.
Novembre raccontava già natale, in certe mele messe ad essiccare.
Da natale si aspettava febbraio, disegnando maschere e modelli, testa in giù sul tavolo della cucina.

Il destino attaccato al lampadario.
Bastava, a fare luce, una promessa.

Carlon Patoi, ovvero dell’accoglienza

Un risotto di zucca, una montagnetta compatta di colore e sapore, può diventare un cilindro da cui escono storie di famiglia e dintorni.
A schizzo e inaspettate.
E’ successo qualche sera fa, nel cerchio tiepido della tavola.
Con la confidenza che favorisce scambi e p-assaggi.
Come sottofondo i gridolini di un bambino felice e il ronzio dolce della nostra parlata, appena corretta da un tocco d’Oltrepò.
Si stava bene, dentro il parlare e quell’ascoltare che nasce dalla voglia di sapere.
E così è saltata fuori a mulinello la storia di Carlon Patoi, un po’ vecchio e un po’ strano, col volto spiegazzato e i movimenti legnosi di chi fa tante volte una sola azione, sempre uguale, a convincersi d’averla compiuta per davvero. Montare e scendere di sella, mettere e togliere il gilè … Meccanico e preciso, nella ripetizione.
Una passione per la bicicletta, non cancellata dai voli della mente che si sbanda, sale e plana, senza protezione. Il giro d’Italia impresso nella mente: primo Coppi, secondo Bartali, terzo Guerra, …., nongentesimo Fantinati Bruno, nell’enigma mai spiegato dell’ultimo nome.
Un ritornello scandito alla bisogna, quando qualcosa si deve pure dire, per dichiarare una presenza.
E la sua presenza, Carlon se la portava a spasso su due ruote, comparendo nella casa amica esattamente ogni settimana: all’una della domenica, a pranzo.
E lì trovava apparecchiato. All’apparizione, gli bastava dire : Racchette, parole chiare.
Era la formula che faceva scodellare la minestra, mettere in tavola il secondo, con un contorno caldo di patate e un bicchiere di rosso, che non manca mai.
Economia di dizionario, un apriti sesamo senza spiegazioni, che trovava la porta spalancata, una porta che continua a restare schiusa, per bimbi che hanno gli occhi neri e vecchie ragazze di campagna.

E in queste giornate così scure, di pioggia e di freddo arrivato all’improvviso, è bello sapere di porti che non conoscono paure e diffidenze.

Innominabile

L’aria era dolciastra di ciance, resti grinzosi di barbabietole sfrangiate .
Uscivano dallo zuccherificio sui rimorchi e lasciavano sulla strada strie bavose di lumaca, umide di un odore grasso, rotondo e caldo.
L’odore di ciancia saturava il naso e la testa, sembrava arrivare in tutte le parti del corpo.
Era più quieto l’odore delle barbabietole bagnate, sui carri infilati l’uno dietro l’altro, ai bordi delle strade- nervature che portavano allo zuccherificio.
Tanti carri, tanti camion e tanti uomini, concentrati nella strada grande e nelle vie piccole in attesa dell’accesso.
Ti svegliavi la mattina con le voci sotto il balcone e dovevi stare attenta per non farti vedere fra le fessure rosa della laghestroemia, così, con la camicia della notte, leggera.
Avevano sguardi invadenti, gli uomini, e invadenti erano i carri che neanche lasciavano vedere le finestre basse della casa di fronte: un esercito di barbabietole, una occupazione straniera.
E se volevi andare dalla lattaia , dalla Elsa lattaia che sembrava una gnoma buona col corpo poggiato su gambe a polpa di rana, dovevi zigzagare in mezzo a tanfi di sudore e di vino e braccia nude e certe parole che facevi finta di non sentire e certi manifesti o foto attaccate ai vetri dì camion di donne spogliate e tettute, che non c’era confronto.
La stessa cosa se dovevi andare dalla Luciana magliaia. Sarta al bisogno, era stata eletta a segreta custode dei nostri transiti di abiti, da quando, nella casa, la famiglia non era più quella di prima.
La famiglia grande era sfragolata via, sciolta in bocca come la grana grossa di una torta sbrisolona, mangiata dall’età dei vecchi e dalle partenze dei giovani. Ma ancora ne restava il dolce, a tavola, quando da ogni cosa o gesto o parola usciva il nodo di un richiamo. Solo, non sapevi se avresti trovato, dentro, una mandorla buona o un grumo di farina gialla, senza troppo sapore.

Andare dalla Elsa lattaia o dalla Luciana magliaia era la mia prova di disinvoltura, che preparavo con minuziosi piani, per vincere rosolanti vampate di vergogna.
Perché le vergogne erano molte. E montanti.
Il naso, ad esempio.
Antico, diceva la Rosa miamamma, per consolarmi. Antico. Ma cosa se ne fa una, a tredici anni, di un naso antico…
E il petto, che cresceva mortificato dalla schiena, apposta incurvata fra i gomiti stretti, per nasconderlo.
E le gambe nude, a cui non mancava il pudore della stoffa, ma che la bicicletta scopriva e non c’era niente che si potesse fare se non l’andare a piedi.
Sul petto, in particolare, gravavano preoccupazioni grosse.
“Un sostegno”, diceva miamamma, con grande soddisfazione della Leda miazia di piazza, la più mondana delle mie zie, in visita perenne, che già profilava all’orizzonte le calze fine.
“Ci vorrebbe un sostegno”, diceva miamamma, attenta a non farsi scappare la parola impronunciabile, innominabile, quella che bastava a sollecitare le mie rabbie secche e i miei mutismi di cemento.
Ma cosa c’è da reggere, se si vuole cancellare, fasciare, rimpicciolire, o, meglio ancora, nascondere assolutamente? Ah, il sogno della mummia….
Cosa c’è da reggere, se poi c’è da ammettere che si è saltato il fosso?
Ignorare bisogna, per restare nella sospensione, per non dover fare domande che urgono, ma che restano lì, a strati, senza parole capaci di dirle.

Dal giorno in cui era cambiato qualcosa e miamamma, con una confidenza che non volevo, mi aveva parlato a voce bassa, fra me e il mio corpo non c’era più allegria, non sapevo più cosa mi riservasse né quando.
C’era da vivere con un altro tempo, che aspettavo a orologi strani: la testa con il caldo dentro, il male alla schiena, gli occhi intorbiditi.
E la malinconia….come se, nel corpo, nel cuore, scorresse una vena tiepida che scioglie i pensieri, toglie i confini, e lo star bene e lo star male non hanno più bordi, ma impigriscono nel medesimo stagno.
Era meglio prima. E non volevo segni definitivi, io, e rispondevo male anche alla Luciana magliaia, alleata di miamamma, nella crociata dei sostegni.
Molto meglio i miei metodi: fingere che non era cambiato niente.
Passavo fra i camion misurando per un attimo le distanze con gli occhi.
L’importante: non fissare in faccia nessuno, non cercare gli sguardi, e magari concentrarsi su un gioco.
Era in quei momenti che scommettevo con me stessa: se vedo un chiodo arrugginito per terra, se le ombre sono almeno sedici, da qui a là, va tutto bene, e anche se sono sedici gli alberi.
Rassicurante il mio mondo da contare, un mondo esatto che assorbiva tutti i pensieri e le paure, da raddoppiare coi multipli per farlo durare di più.
Sì, perché se ero sicura di avere davanti un tratto lungo, alzavo la posta : trentadue, sessantaquattro, centoventotto. Erano belli questi numeri, perché, a dividerli per due, si arrivava a uno. Il più bello e irraggiungibile era duecentocinquantasei.

Non ero neanche arrivata a contare trentadue sassi con la punta, quando la mano, da dietro, mi sfiorò l’attaccatura dell’orecchio, con la carezza dell’indice contro il collo, lenta.
E il calore sembrò venire, assieme alla vergogna, da luoghi lontani.
“La ga la pel ad persac, la putleta”, rideva l’uomo coi peli rossi.
E io lì, coi miei numeri spezzati, non sapevo se ridere o se piangere, con tutto il sangue del corpo in faccia; io non la volevo la pelle di pesca e non volevo che nessuno la vedesse e ridesse e mi toccasse.
La Diana mica la toccavano, se passava, le fischiavano dietro, perché lei era già arrivata…, non era un po’ e un po’. Con lei nessuno si prendeva una confidenza così.
A chi sta in mezzo, invece, tutti si sentono in diritto di fare persino una carezza, di dire qualcosa.

“Me lo metto, il reggipetto – dissi tutto d’un fiato alla Luciana magliaia – però sopra la canottiera”.

Saluti

Ci sono momenti in cui si vorrebbe chiedere alla vita d’avere mani gentili e al tempo di tornare indietro, per sentirsi bambini, una volta ancora, al riparo di braccia forti e sicure.

S’è riaperta la cesta degli affetti, questa sera, come accade ad ogni saluto, ad ogni partenza.

E le cose già state fanno sciame. Confondono i tempi e i luoghi, ma non il senso di quanto ricevuto. Sfoglie di ricordi volanti, leggere come i vestiti della Diana, cuciti in casa dalla Iris (trionfi di sangallo e sottogonna), o le chiacchiere di schiuma con l’Antonietta bella e saggia,  nel secchiaio, o i capelli della Rosa, cotonati ad arte e in fretta premurosa, prima della scuola. E certe cantatine per le strade di montagna, al buio coi cugini, quando aspetti che qualcosa accada. ( L’ombra silenziosa del padre da lontano, perché non si sa mai …)

C’era una volta un altro rito: quello del gigante buono, che sapeva addolcire ogni distacco, con la mano  a ventaglio, fuori dal finestrino, fino alla svolta dell’auto, in fondo al viale. Chi restava si teneva quel saluto come la promessa di un ritorno, nel tepore della famiglia grande.

Vorrei vederla ancora, quella mano, perché sarei sicura di un rientro, di una gioia restituita, all’improvviso, in una giornata rossa di conserva.

Agosto 2

L’estate poteva ben avere questo profumo di pareti ritinte, o il colore tenero di muri sirena, ma se un colore doveva imporsi sugli altri, se un odore doveva straripare, ad accorpare giorni sempre uguali, quello era il rosso. Della conserva di pomodoro.
Un grosso di forze, richiedeva, che aveva corrispondenza solo nella lavata di primavera, quella con i paioli fuori e la cenere dell’inverno, e con la liscivia quasi turchina, in certe venature.

Un dispiegamento di vasi di vetro usciti da profondità nascoste della casa, forse dalla dispensa, che si prolungava in un sottoscala orrido di ragni solo immaginati.
E stracci, stracci per avvolgere i vasi perchè non avessero a tintinnare, a urtarsi, quando il bollore inventava scoppi di caldo e impennate di schizzi.
L’odore si accampava nella casa, per restarvi. Acido e dolce, insinuante e vischioso, capace di bucare il naso e lo stomaco.Un languore cavo era il regalo del pomodoro, che si strozzava nelle unghie del tritaverdure, e si gonfiava in bolle compatte nel pentolone in cui sobbolliva.

Erano giorni di agitazione, quelli della conserva. Venivano convocate zie e cugine, persino la nuora lontana, in un concitato desiderio di sfidare il tempo.
Non so quando lo capii. Forse ne ebbi la certezza leggendo lo sguardo con cui la Dina fasciava di dolcezza le sue bottiglie piene. Non c’entrava per nulla la gara quotidiana dei sapori, per far dire agli uomini di casa, quando c’erano, “che buono!”

Dentro alla stanchezza di giornate spese a trinciare e a salare e a pesare, stava tutta la voglia di battere il tempo, di aggirarlo, di chiuderlo in un barattolo.
Conservare, tenere da parte un vasetto di colore, una bottiglia di sole, una cucchiaiata di odore. L’estate, da riaprire in inverno: metamorfosi di una giornata di nebbia, schizzata col rosso del caldo, della luce.
E’ che a vivere in pianura , con la nebbia che già ad agosto ti aspetta la mattina presto, si diventa un po’ matti, o bisogna esserlo,  per inventare.
Indovinare le cose dentro la nebbia è come scoprire il sapore dentro una bottiglia.
Un sapore di vetro che cammina all’indietro e va a scavare una scia. La percorrerà chi l’ha segnata, chi ne ha posto, dall’altro capo della memoria, il primo sasso. Ma anche chi è stato dentro la scia, testimone o fattorino, compagno o ospite di un’estate rossa rossa di conserva.

La nuora lontana, quella fuori casa, arrivò aggrappata al vespino del figlio giovane della Dina, bello e geometra, il primo ad avere studiato a scuola in casa mia. L’ altro aveva studiato sfogliando strade e libri di partito. E l’altro ancora non c’era più.

Si attendeva sempre con manifesto piacere l’arrivo di questi zii perchè portavano l’eco di una cadenza ferrarese nel parlare e regalavano il senso del lontano, del quasi mare, dove, d’estate si poteva andare.
Lei, così bionda, teneva i capelli con il foulard chiaro non annodato sotto il mento ma stretto dietro a fasciare il collo, come la Loren in un film.
Il vestito bianco col collo sciallato sembrava la cosa più lontana dalla conserva che potessi immaginare, era tutte le cose buone e candide del mondo.

Miamamma si lisciò la sua vestaglia scura di pomodoro, prima di salutare la cognata, col dispiacere di farsi sorprendere così, in quella domenica laboriosa, col vestito brutto che non aveva fatto in tempo a cambiare. E addosso il forte della salsa che si rapprende.
Il vestito bianco liberava, invece, un odore felice. Dopo tanto rosso, dopo tanto acido…

Quando abbracciai la zia fui sicura: cose e odori potevano avere complicità, il colore di un vestito sapeva restituire la sua promessa di profumo, quasi di gusto, senza inganni. Dolce su dolce, bianco su bianco. Segreto o sortilegio di pelle. Invisibile.
Finalmente la pace fra cose e respiri e sapori, giocata a un crocevia di latte o di giglio, di cipria o di schiuma.

Stretta di pelle fresca e nuvola chiara nel naso, l’abbraccio.
Dentro, tuberose zuccherate, gardenie candite, fra pareti color di crema.
Conquista di armonie, “leggere e vaganti”.

Agosto

Era facile riconoscere agosto negli odori che abitavano la casa e ne vestivano i contorni più prossimi, in un continuo tracimare di vapori.
Erano i peperoni, i pomodori e le cipolle, insieme all’aceto e allo zucchero, a sprigionare un’armonia così intensa che avresti volentieri intinto pane tenero nell’aria. La salsa accompagnava i pasti e si alternava alla fragranza dolce del finocchio tagliato sottile e ben assortito al rosa del tonno.
“Quando mi sposo, a nozze io voglio solo finocchio e tonno”.
Buono, lasciava nel piatto una memoria generosa d’olio, insaporito di fresco, da assorbire con certe rosette di crosta gentile, senza fatica.
A tavola si rideva. “Gli agnolini mangerai”- si scherzava e intanto la Dina mianonna, con geometrica precisione, divideva la carne del pollo, secondo regole gerarchiche, prima gli uomini, poi i bambini e le donne.
Era importante il cibo a casa mia.
Mentre si mangiava, si favoleggiava dei tempi in cui la Dina teneva la trattoria nel paese piccolo.
Venivano i viaggiatori che apposta allungavano la strada pur di godere della sua pasta ben condita e della sua cacciatora, e quelli senza un soldo, che mangiavano e facevano allungare il conto, e qualche volta si portavano un amico. Ma una volta era venuta, per intera, anche l’orchestra del maestro Angelini, che una canzone aveva dedicato alla grazia di tanta cucina.
I ricordi scorrevano sulla tavola e il cibo prendeva altri sapori: diventava il selvatico del fagiano abbattuto con la fionda e si faceva morbido come il burro del vecchio caseificio di casa , che , rovesciato dal secchio, restava madido di piccole gocce di umore. Il burro che la nonna aveva imparato a far da sola, durante il confino in Francia del suo uomo.
Il cibo diventava il cibo di un’altra casa, di altri bambini, di altri racconti, che solo così tornavano in circolo piano piano.
Come per un moto indolente, le storie chiamavano altre storie, che non chiedevano il tepore del camino, ma sbucavano così, un po’ sudate, sulla tavola, col piacere di un uditorio senza fretta.
Quando il giro della memoria aveva già colmato la testa dei piccoli di uno sciame di nomi senza volto, allora miononno e mianonna finivano col parlare l’uno per l’altra, stretti nel loro cerchio di companatico.
“Era brava la Dina. Sempre vista a lavorare, da subito. Però quel giorno, con la veste a quadrettini, è pur venuta nella camera buia sul dietro……”
Infuocava mianonna e zittiva il marito con burbere, agrodolci occhiate.

I cibi, in casa mia, erano flauti di ricordi. Invadevano persino i colori, che ne prendevano le sfumature.
Mentre le donne di casa assaporavano la morbidezza di certe stoffe che le clienti di miazia portavano in rotoli o pezze, la Dina sentenziava col suo vocabolario strano.
“Bello questo color crème e questo nocciola, più bello del burro della camicetta della Silvana. No, no, ‘sto giallo è troppo zabaione. Ma che sfacciato ‘sto sangue di bue, va bene solo per le bistecche”…….
I colori si portavano dietro l’ombra, il fantasma dei cibi e il mondo, stoffa o muro, capello o fiore si caricava di una pastosità di fiaba, di pareti di marzapane e di tetti di biscotto.
Così le cose finivano per non essere cose: rivestite di panna, burro o nocciola, di zabaione o di carta da zucchero, si facevano dolci e belle, quinte per giochi di fantasia, in un mondo che si poteva annusare e gustare.

Quando vennero i pittori per la cucina e le donne decisero il color di crema , misi un dito dentro il secchio dove il colore schiumava di latte e, mosso da un bastone, diceva consistenze impensate. Assaggiai, ma non c’era sapore di vaniglia, solo un salato freddo. E un odore di pulito di calce, che non compensava la bocca amara.

Via del centro

C’è una strada, qui: curva dolce e cuore scuro in un androne.
Ha un nome alto e libertario, ma ora basta uno sguardo e te la prendi tutta.
Le han fatto il pavimento nuovo, tempo fa. Piccole selci, irregolari come pestate di bambini.
A camminarci, senti la polvere dura che trattiene un po’ la suola.
Ci fosse gente, sarebbero altri i rumori.
Ma la gente…
O si accrocchia al caffè (quel che resta di anziani mediatori coi numeri in testa e le donne ancora negli occhi, di passaggio)
O tira dritto veloce: c’è poco da comprare, ormai.
L’anima dei negozi non ha retto al centro commerciale: qualche bagliore di vetrina qua e là, poi pannelli, a chiudere gli occhi alle finestre, o porte nuove.
Se qui non si vende più, meglio abitarci: tende e tendoni aggraziano buchi di serrande.

Io lo percorro piano, questo ‘adesso’, insipido e ridotto, e mi resta il senso del vecchio cancellato.
Certi odori di cuoio e corde grosse che segavano la gola prima della pelle.
Certo umore di cipolla a fetta spessa che cuoceva unta nel pane.
Certo rumore secco di ferro sul tagliere, sul collo della tacchina grassa, la voglia di scappare perchè il sangue (il battente di una porta semovente, così pesante per mani di bambina).

Ha un doppio, questa strada sghemba, qui, nella memoria: le voci, i segni, i gesti delle botteghe morte scorrono sottili dentro le mie età.
Sono quell’altra sponda.
Come vedere, dietro la vetrina di zeppe e sandalini, la porta in fondo, che non dà sul magazzino, ma su pezze di stoffa e giocattoli a molla…

Paradosso del vivere pensando: le due rive del tempo si guardano e si chiamano, presenti nel luogo dove ho pianto e camminato, inciampato in un sasso e sussurrato.
I ricordi sono le nostre tracce, le briciole che, per ritrovarci, abbiamo seminato.
In gara con la chioccia che becchetta alle spalle, grano dopo grano, questa nostra vita.

25 luglio

La sposa aveva i bigodini in testa.
E i jeans, gli zoccoli e la maglietta nera: quella che a lui piaceva tanto perché aveva lo scollo da madonna e la pelle sembrava ancor più chiara.
Erano le sette del mattino e il cielo era sgombro, di un pulito che pareva lustrato con la pomice.
Bisognava fare le tartine, mentre il padre avrebbe curato la regia di tavoli e tovaglie nel giardino di Villa Bisighini, prestata al bisogno senza storie.
La madre a casa, perché era commossa e c’era da accogliere i parenti.
Lo sposo suonò alla porta: sorriso d’intesa, multiplo e abbondante, zoccoli e camicia a quadrettoni.
Bellissimo, pure di mattina, e calmo, anche se la porta del bagno era ancora da montare e non si sapeva se i pasticcini sarebbero arrivati per tempo. Da Mantova, in corriera.
Carbonara era lì, a pochi chilometri di strada: gli amici già al lavoro.
Il padre, con piglio da caserma, cominciò a dirigere spostamenti e pulizie.
Le tavole fra gli alberi fiorivano come margherite di lino e porcellana, perché va ben una cosa campagnola, ma con la finezza dell’apparecchiare.
Che non sembri la festa di partito, con le bandiere rosse e tutto quanto, aveva implorato la madre, preoccupata, perché già aveva dovuto digerire l’assenza di bomboniere e partecipazioni: solo bigliettini scritti a mano dalla figlia, con l’inchiostro di china…

Villa Bisighini sorrideva a tanto brulichio.
La Lia era maestra di tartine: tutti col coltello in mano per spalmare multistrati di salse profumate e rapidi passaggi di tartufo, regalato alla sposa come omaggio. Collane di uova sode al gusto di paté, sfogliatine al profumo di formaggio, creme di tonno montate come spuma, fantasie di verdure ed affettati: una gioia per gli occhi e il palato, anche se la sposa non riusciva nemmeno ad assaggiare, persa nel dopo ancora da arrivare.
Faceva tanto caldo e di colpo si materializzò il sogno dell’Artide e del ghiaccio.
Serve un camion frigorifero?
Un compagno del padre, sua sponte, era arrivato per caricare tutto su un gigante bianco: il suo dono aggiuntivo con sorpresa.
Però.
Il cielo cominciò a perdere limpore: nubi a raduno, molto, molto grigie.
Un temporale al galoppo. Senza preavviso, mentre la chiesa improvvida batteva gioiosa il mezzogiorno.
Al padre si afflosciò tutta la regia, alla sposa perfino i bigodini.
Piatti bicchieri immenso tovagliame … il tutto affogato sotto un’acqua a rovescio, mentre in un corri corri generale si spostavano tavoli in precari, funambolici equilibri, dentro la villa, nell’andito, piano B mai preso in considerazione. Mica può piovere il 25 luglio! Appunto.
La sposa fu portata a casa, umida e moscia: ad attenderla una madre in pianto greco, che ripeteva a le cinco de la tarde non si sposa e non si parte, addomesticando Lorca a modo suo.

Ma poi si sa che le fiabe sono vere …
Le donne del paese vennero in fila a prendere tovaglie e tovaglioli: asciugarono tutto con le ferrine calde e tornarono a sistemare lo stoviglie, ora luccicanti per l’ennesima sfregata, con un regista ammansito dalla pioggia e dall’effetto.
Alle cinque del pomeriggio anche il sole non si perse la festa: lo sposo montò la porta del bagno, uscì per ultimo di casa, fra gli applausi dei bambini che contavano i minuti, scommettendo perfidi sui tempi. Corse ad attendere la sposa, in chiesa, per il rito, sperando che i testimoni non si fossero perduti. Anche gli amici arrivarono un poco trafelati, uno in ciabatte perché le scarpe chissà dov’erano finite, durante il temporale.

Anche la sposa arrivò, a testa nuda ma zampettando su improbabili scarpini: i primi col tacco, dopo secolari mocassini …, giusto per essere all’altezza della situazione.

Sono tanti anni che ripasso questa nostra giornata e ogni volta torna la solita colonia di pesci guizzantini fra petto e gola.

Oggi di più.

Viserbeide (la fuga)

La bambina Ughetta aveva camminato. Tanto camminato.
La spiaggia era piena di cose da guardare. Nell’ora del dopo bagno, lenta e pigra.
Com’era successo, proprio non sapeva.

C’è da dire che la Rosa, una delle zie, era rimasta in casa, la mattina, perché il mare la faceva un po’ nervosa. Anche la piccolina era restata lì con lei, a mettere i semi di girasole tutti in fila.
(Gli ultimi giorni di spiaggia fiaccavano le donne, che avevano la testa già al tornare indietro)
La Iris, l’altra zia, invece era più soda: la tenda arrotolata sotto il braccio, la borsa con gli asciugamani, era partita con passo bersagliere: lei e la Diana al seguito, ancora poco sveglie.
Dopo il bagno in mare, la Iris l’aveva ben lavata e fasciata col costumino che piaceva a lei, sotto la tenda fresca e gli asciugamani per tappeto.
La bambina aveva mangiato la sua fetta di pane con il burro, coscienziosa, attenta che la sabbia restasse a casa sua.
Non c’era niente da fare, mentre la zia si prendeva la doccia per cambiarsi poi in cabina.
La Diana rosolava al sole con l’odore di cocco come aureola. Gli occhi chiusi e le bretelle del costume scivolate, per succhiare la luce in modo pari.
Passò una palla rossa. Ecco forse cominciò così.
La palla rossa era un gran richiamo: diceva seguimi bambina, non sarò rotolata qui per caso…
C’era praticamente solo da obbedire.
E darle un calcetto per vedere dove andava, poi ancora un altro e un altro ancora e ancora e ancora.
La palla rossa se la prese l’onda e la bambina la lasciò andare: non poteva bagnare il costume asciutto e c’era un castello di sabbia da guardare, con quelle pareti così lisce che parevano sfregate con un panno …
Servono conchiglie, sentenziò uno dei bambini muratori e lei si mise d’impegno per cercarle, ma poi passò quella ragazza che pareva una modella: tutto un lavoro di fianchi a camminare. Troppo bello seguirla appena un poco da lontano, imitando le mosse come un cagnolino, e le mamme che ridevano a vederla.
E poi, e poi quel gioco di biglie che correvano su e giù per piste d’acqua e sabbia: bastava lo schiocco dell’indice col pollice di ragazzi piloti infervorati.
C’era da fermarsi per capire, con la voglia di averle tutte fra le mani, quelle biglie di vetro coi colori dentro. Ne vide una ferma fra la sabbia, si chinò come per grattarsi un piede, invece se la prese di nascosto. Stette un po’ lì, per non destar sospetti, poi corse via, felice del bottino.
Si fermò quando non respirava più, per guardare per bene il suo gioiello.
Bello era bello, con quella striscia un po’ d’oro e un po’ turchese…
Lo pulì con cura e si guardò intorno.
Un bagno con gli ombrelloni tutti uguali, azzurri, con le frange.
E il mare che pareva un altro, così pulito, senza sfilacci di cozze o di catrame.
E i pattìni bianchi, tutti allineati.
E le signore che parlavano fra loro. Sullo sfondo un albergo che rifletteva il sole.
Tutto sconosciuto.Si sedette così, sul bagnasciuga, con la biglia di vetro nella mano. E pianse, pianse disperata, come una pollicina senza sassi, nel bosco infìdo e traditore.

Sì. Aveva camminato. Tanto camminato. La spiaggia era piena di cose da guardare. La palla rossa, il castello, le conchiglie, la modella, le biglie … E adesso come si faceva? Attorno a lei il bagnino e le signore con il birignao.
Poverina poverina, ti sarai perduta. Come ti chiami?  Ma perché non sei con la tua mamma?  A sentire la parola mamma, si mise a piangere più forte. No, che non c’era, la sua mamma, lì.
C’erano solo le sue zie, subito avvolte da un’aura di matrigne cattive e sfaccendate .
Solo sapeva che stava in una stanza lunga, dove le cugine mangiavano la marmellata sua . E di sopra entravano i pipistrelli. E c’era il bagno fuori. E anche una fontana dove la piccolina era caduta dentro.
Fra i gemiti di orrore dei presenti, il bagnino fece l’elenco dei cognomi di tutti gli affittacamere del luogo. Fu riconosciuta la levatrice del paese.

Il ritorno fu un trionfo in bicicletta, alle tre del pomeriggio, sotto un sole sudato e gocciolone.
Le zie con i sali, in preda a svenimento, la Diana lasciata in spiaggia per vedetta, i parenti allertati per telefono fino al terzo grado, il nonno già in corriera per riportare a casa tutto il gregge. O quasi.

Qui come altrove

qui-come-altrove_effigieC’è un piccolo libro, nato fra le pagine di questo blog.
E’ “Qui come altrove”.
E’ uscito qualche giorno fa per i tipi di Effigie: Teréz Marosi e Giovanni Giovannetti l’hanno accudito con cura affettuosa.
Dentro ci sono le vite minime che amo tanto, fissate in un gesto e con lo spillone di mille caratteri (al massimo, spazi compresi).
Piace pensare che, a togliere, ad alleggerire, si possa trovare, al fondo delle storie, una scheggia di senso, un’unità semplice e ‘discreta’. Con un po’ di luce.

A convincere

A convincere che la terra è specchio d’altro sono i segni dopo la pioggia.
Triture di zampine nel fango.
Righe azzurre, storte e luccicose, fra scavi di nutrie e accenni di granturco.
Parole, che hanno preso l’acqua, adesso stese sul filo del bucato.

Molti segni stanno fitti nella casa bianca.

E’ lì che arrivi  se, dopo la pioggia, è rimasta la nostalgia di una nuvola e del suo singhiozzo.
Allora chiedi a un albero il racconto dell’alto.
Giusto per spargerne la voce o la speranza.
(Un  nocciòlo sa dire della valle, un salice parla di sguardi alle golene, del ciliegio nuovo si contano le foglie come baci)

Si va per il pioppo spezzato,oggi, per il garbuglio di fili e tegole disfatte, di vetri che la burrasca ha seminato.
Il pioppo ora è una nave senza vela, un gigante ammarato sul suo fianco.
I passeri per pudore stanno zitti, ma la Rodiana resta una cesta di bisbigli: l’invito segreto ad andare avanti, ché la vita trova le sue tane.

L’intelligenza della specie

Elena Ghiretti, L’intelligenza della specie, Baldini & Castoldi.

Tre coppie si frequentano separatamente in una proporzione armonica, dettata da livelli diversi di conoscenza, di interessi e di affinità. Anna e Marco : Cri e Massimo = Cri e Massimo : Nathalie e Daniele.
Tutto accade quando la coppia mediana decide di far incontrare gli estremi, dopo averne acceso reciprocamente la curiosità. Il gioco dell’armonia si inceppa e propone una nuova, ironica edizione della teoria delle catastrofi, con la destabilizzazione, l’incrinatura e la decomposizione del gruppo.
L’attrazione per Daniele, infatti, intrappola Anna in un tortuoso gioco di seduzione che si avvita su se stesso, staccandosi dalla realtà per diventare un pensiero ossessivo.
A quel punto la proporzione diventa sproporzione: fra investimento emotivo ed oggetto del desiderio, fra virtualità ed esperienza, fra volere e potere, fra supposizione e situazione reale.

Non amo le strettoie delle definizioni, specie quando riguardano la letteratura, eppure l’opera d’esordio di Elena Ghiretti è così particolare e riuscita da sollecitare l’azzardo di qualche marca ‘territoriale’.

E’ romanzo della contemporaneità, spaccato di una società complessa, fatta di ‘caste mobili’, che allignano, come mondi rotanti e non comunicanti, in una Milano non massificata né convenzionale. Una Milano in cui il lavoro è etichetta di prestigio, citato come brand e non come mansione: una città che sa d’Europa, restituita attraverso un tour fra luoghi scelti (la libreria buona, i localini, il negozio alternativo, la bottega bio, il cantiere/ cornice di una festa o di un evento), spazi che i personaggi presidiano come simboli di uno status e di una distinzione culturale.
Seguire i luoghi citati dall’autrice non consente di tracciare una mappa di comunità, ma una mappa d’élite, animata dalle abitudini e dalle inquietudini di trenta/quarantenni creativi, rampanti cultori dell’inedito, che hanno meticolosamente costruito la propria vita come un artefatto, un qualcosa fatto ad arte nel segno del bello e del non usurato. C’è tanta voglia di viverlo, il bello, in una immersione totale: abbigliamento o natura, corpo o arredo, persona o film non fa differenza.

E’ romanzo che minimalizza l’azione e la trama, eppure non statico, anzi scandito in situazioni cicliche e rituali (la cena, il balletto di avanguardia, il cinema, la fuga dalla città verso una Liguria selvatica), ma costantemente indefinite, interrotte o rimandate, fluide negli esiti e nelle implicazioni.

E’ romanzo di s(og)guardo: i personaggi di maggior rilievo, gatto compreso, si osservano gli uni con gli altri nei minimi dettagli, si soppesano, si esplorano senza darlo a vedere: ciò che passa per gli occhi è oggetto di una valutazione continua, perché indizio di un modo di stare nel mondo. Lo sguardo è, infatti, l’attributo fondamentale di Anna, la protagonista, che filtra (e manipola) la realtà attraverso il suo punto di vista centripeto.

E’ soprattutto romanzo di ‘re(l)azioni a catena’, pensate, desiderate, qualche volta agite, e sempre allineate sul filo della seduzione. Sono relazioni in cui lo “stare insieme” all’interno della coppia sancisce una sorta di alleanza nonostante i silenzi, gli attriti, i segreti e le menzogne, e, all’esterno, fra coppie, costruisce uno stato concorrenziale, che colpisce soprattutto la componente femminile, ma da cui non è esente neppure quella maschile.
Se le relazioni non sono amicali ( perché all’amicizia sono state sottratte autenticità, fiducia e confidenza), le reazioni sono addirittura ostili, soprattutto quando vige la sensazione di uno sconfinamento di campo, di un’appropriazione indebita di relazione.
E’ allora che le buone maniere non reggono più e il risentimento rompe la superficie liscia delle apparenze, rendendo necessario il cambiamento.

Un romanzo raffinato, intelligentemente sottile, orchestrato da una regia sorvegliata, che consente alla lingua di scorrere piana, ironica, credibile.
Sono felice di presentarlo, insieme alla sua autrice, il 3 giugno, alle ore 21, alla biblioteca di Ostiglia.

L’uomo col cane, ovvero le storie di Po

E poi ci sono le storie di Po.
Sono storie di gorgo e di riva, di sole e di nebbia.

Le tiene l’uomo col cane, che cammina cammina sull’argine.

Vede il Po quando è ruga magra d’estate, spiaggia di zampine d’airone e spire di cappe (lente) di fiume, segrete talpe di sabbia.
Vede il Po quando è gufo che gonfia le ali in autunno e ha voce bagnata e dà righe di muschio ai pioppi.

L’uomo col cane cammina cammina e sa le storie del fiume, che prende chi nuota con mani di acqua e tira al fondo, senza restituire.
Sa le storie che si contano in piazza, ma che nascono a riva, a occhi chiusi, in incontri fugaci, che lasciano rossa la pelle e il cuore sospeso.
Le sponde di Po sono ceste di bisbigli, la sera, a saperle ascoltare.
L’uomo col cane cammina cammina e non dice.

Solo una notte, alle parole che mossero il cespuglio di madresilvia, alla risata che pigolò a riva, rispose col nome di una donna.
E si allontanò.