Pensieri in fuga 29.

E’ una sera liquida.
Gronda umidità.
Non si fa goccia né forma, quest’acqua diffusa.
La vedi obliqua e spezzata, nell’aria, senza compiersi.
Picchia sulla spalla, come un avvertimento, poi si dilata e si sfibra, a mezza quota.
Svapora e si perde.
Misteri che accadono in quella terra di nessuno, troppo bassa per gli uccelli, troppo alta per i fiori, indifferente agli uomini, che nulla fanno all’altezza del petto se non ascoltare il cuore.
Resta l’asfalto umido, fra bordi irregolari e opachi.
Un lucore immotivato, neppure richiesto da questo buio senza luna.

E’ così che la vita raddoppia.
Specchiata.
Uomini fanti su una carta da gioco.
Fari che sgocciolano.
Due versi, due capi, una stessa svolta.
La riga, che separa la cosa e il suo doppio, trema e vacilla.

A quale mondo apparterranno mai i pensieri?

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Armando e Nerone

Bastava un’imposta da fermare o uno sfiato d’aria da implorare al sonno, per aprire una finestra e vederli camminare: Armando e Nerone, presi in eterni conversari e impennate di pause teatrali. Nel buio che si lascia attraversare da brevi fenditure d’arancione: la brace di una sigaretta, un fiammifero di luce repentina…

Cosa avessero da andare e riandare, parlando tutta notte, restò uno dei misteri della Bassa.
Su e giù per i sentieri a pettine dell’argine, fino alla golena.
Su e giù per la via grande e per la piazza, per poi finire al cospetto dei Due Mori, quando pure gli ultimi nottambuli chiudevano giornata: le biciclette incerte, nel pensiero del vino di domani.

Allora le voci dei due amici picchiavano nell’oscurità come le campane.

A ben sentire, la voce era una sola, tale quale il tocco che diceva l’ora.
Alta e massiccia, sempre sopra il palco, a cercare la luce del lampione e il sì sì di Nerone, unico pubblico e unico applauso.

Anche una biscia sarebbe uscita rotta a costeggiare il lungo discorso dell’Armando, che prendeva nel suo giro ogni muro, ogni siepe, ogni biolca di terra del paese.
Qui c’è bisogno di una strada vera, diceva al suo compagno, una strada che si faccia corta e larga, per arrivare svelta. C’è da tagliare giù per la campagna, stringere la corte, quella a squadra, e poi andare dritti, oltre il loghino…
Le braccia si aprivano nel gesto per spiegare meglio il suo pensiero.
Le  mani disegnavano le mappe, carte notturne di transiti nuovi, per passi di sogno e di leone.

C’è che le idee nascevano al mattino, nel caseificio o nella porcilaia, ma solo la notte si scioglievano in parole, che l’Armando allargava, tirava per la giacca e portava dove voleva lui.
In città, soprattutto.
Perché quella era la meta della strada: la città coricata di pianura, morbida e lenta. Coi negozi di pantaloni bianchi e panama con la tesa larga, i tavolini messi sulla piazza, col vermouth fermo nei bicchieri: discorsi e quiete chiacchierate sotto i portici con la pietra vecchia, fra i mediatori di tutta la provincia.

Ma ogni città sarebbe andata bene, coi suoi odori di macchina e petrolio…
La città era fedele morgana di ogni giorno, il senso del pane e del lavoro.
Di notte sembrava più vicina: come un amore da cercare e vivere dal nome.

Le donne coi nomi di città son sempre le più belle, e le censiva, con l’aiuto di Nerone, sotto il fico fiorone dell’Ernesto: la Roma, l’Ancona, la Ginevra, la Parisina…

Forse pensando alla sua Zara, chiara come una piazza sotto il sole, l’Armando salutava il suo compagno con un A n’in parlarem, che galleggiava in aria, promessa di altro tempo, parlato e vagabondo: inarcatura lasciata alle parole.
Un po’ come la frutta raccolta verso sera, acconto e speranza della conserva buona.
Quella di un giorno che ha proprio da venire, fedele a questo pegno.

Il bambino coi capelli biondi

In fondo non era così strano che la natura si lasciasse andare a un gioco di colore.
(Come negli occhi di una vecchia, un fragore d’azzurro a tradimento)
Così, fra pelli d’oliva un po’ terrosa e capi di passeri arruffati, quella testa bionda di bambino. Riccia. Come le foglie del salice, col nervo d’elastico tirato.
Orgoglio di sua mamma.
E bastava un gioco al sole, provare una fionda contro un nido, svirgolare un sasso a filo d’acqua, a Po: i capelli parevano sbiancare, quasi stoppa, quella avvitata ai tubi, golosa di ogni goccia.
Il bambino non li voleva più, quei capelli che arrivavano giù, fino alle spalle.
Maschio maschio, mica ‘na bambina, bisognava sempre dire sul mercato, quando le donne allungavano carezze con un beeella da schegge sotto l’unghia.
Avrebbe fatto vedere qualche cosa, se non fosse arrivato lo strattone, al braccio, della Nellj suasorella, frettolosa.
Il bambino non li voleva proprio più, quei femmini capelli.
Allora vatteli a tagliare, disse la madre asciutta, una mattina.
C’è che, con i soldi in mano, uno si sente re. E il barbiere stava proprio in piazza, a una svolta forse di destino.
E prima, prima c’era la Ghelfa, con la sua bottega e con la sua vetrina, una vetrina con la carta traforata, senza cacche di mosche e moscerini: galletti di zucchero a fischietto, disoccupati di nera liquirizia, confetti appena un po’ appannati e un angelo, appeso per le ali, intento a custodire tanto ben di dio.
I soldi non c’erano già più.
Per guadagnare casa, poi, si camminava piano, un po’ cercando i sassi con la punta per sentirne il male sotto il piede e sfondare la suola compromessa, un po’ sedendo sul muretto a mangiarsi ben la cioccolata, che andava leccata fin sulla cartina, bianca di dentro e fuori di stagnola. Perché la cioccolata questo regalava: l’odore intorno, a benedizione, e morbidezza di lingua e di palato, e il gioco di scrostare con due dita la pelle d’argento dalla carta, fino a trovarsi una lamina croccante di tesoro. Da stendere con gran soddisfazione, cancellando le rughe dal nitore, col piacere dell’appiccichino che restava a lungo sulle mani, a memoria del gusto e del profumo.

Arrivò in casa con unghie lunghe di stagnola, a mo’ di confessione.
Ai capelli pensò la madre, giustiziera: due colpi di forbici arrabbiate, tre scopaccioni in basso, per via dell’equilibrio, i riccioli in pugno da buttare subito, visto che…
La strada dell’esilio offeso passava per la porta.
Il bambino uscì col collo rosso, vuoto all’improvviso e con stupore, come il suo orgoglio ora un po’ scheggiato.
Nessuno lo vide a mezzogiorno. E pure c’era la pasta con il tonno.
A sera la madre andò a chiamarlo nell’orto, a cercarlo nella mezza luce.
Lo trovò che piangeva, tutti i singhiozzi in gola, sui suoi capelli tronchi, sparsi fra bucce di cipolle e fondi di radicchio.
In tetto al letamaio: biondo trofeo e berlina casalinga.
Eppure, fra piccoli bagliori.
Con tocco di poeta aveva sparso strichetti di stagnola, farfalline d’argento, fra riccio e riccio, briciole di funerale al sapor di cioccolato.

Cronachette all’mprovviso 7.

Battaglia peso-colore, in diretta.

Il cielo è grigio e annuvolato. Qualche garza bianca. Piccoli strappi, inutili, di leggerezza.
Lì s’innesta per un attimo un raggio di sole malato.
Vorrebbe trovare spazio ma le nuvole non cedono il passo.

Sono pesanti, le nuvole, e si spostano a gattoni, con la forza che tira al basso.
La luce ha uno scatto d’orgoglio, le scansa a gomitate: un giallino diffuso di malcerta vittoria. Troppo lieve per durare. Trova momentanea ospitalità in una garza bianca.
Intanto il grigio torna a spennellare il cielo, ma di una luce nuova, di opaline con venature chiare.

Ah, la luce adesso si spegne, ma arriva una nube materna, formosa e candida… Chissà.

Ci sono giorni in cui mi pare di assomigliare a questo farsi e disfarsi delle cose, in ostaggio di un raggio, di una garza o di una nuvola.

La vecchia dello stallo

Qui da noi c’era una vecchia minuta, dai modi gentili: capelli raccolti con l’onda, incarnato di cera giallina, caviglie un poco grosse.
Mai un tono più alto, mai una nota nervosa o una parola di troppo.
Restava padrona della casa dell’angolo e signora del muro che costeggiava la strada, con gli anelli di ferro scurito.
La pietra grigia cintava bocche buie e sterrate, tettoie aperte e antri senza porte. Un tempo il marito, lì, dentro e fuori, ospitava carrozze, cavalli e carretti. In odore di cuoio, di corda e di fieno. Poi qualche automobile, che lasciava macchie d’olio sul terreno.

Il tempo si mangia cose e persone, ma la vecchia minuta reggeva, in precarie solitudini.
Ora, il giorno di mercato, camicetta bianca con spilla sul petto, davanti al portone apriva un banchetto: scatola di ferro, biscotti osvego, come scrigno di numeri.
Ospitava biciclette, nel vecchio stallo, senza più carrozze, cavalli e carretti. Senza più signori e contadini col cappello.
Biciclette.
Con bella maniera, ordinata e pensosa, da guardarobiera dell’Opera, le prendeva in consegna, decideva sicura uno spazio, legava con lo spago un numero al manubrio, e in perfetto italiano diceva : consegna prima dell’una, altrimenti…e le mani disegnavano un segno imperioso, di perfetta regia.

Ché si è regine di dentro.
E i modi restano.
Anche in mezzo alle ortiche.

Cronache dal terrazzo 12.

Il temporale è stato intenso e grigio: terrazzo scompigliato.
Ho legato il fascio dei tronchi di ibisco con un filo multiplo e ben ritorto di rafia verde: erano andati a sparpaglio, in ogni direzione. Il filo è resistente ma non ferisce la corteccia delle piante umide, che sono sottili come le adolescenti e pure un poco storte. Irene ci ha attaccato un orecchino luccicoso. I miei ibisco ora hanno una collana con pendente.

A volte penso che anch’io avrei bisogno di un giro di filo che mi tenga stretta, o ancora meglio di una retina a maglie larghe che mi protegga e mi sostenga un po’.
Ci appenderei:
-un sasso poroso e trivellato, sporco d’inchiostro ( assorbirà le parole? arginerà il lavoro?),
-una pietra pomice per grattare spigoli,
-una pietra azzurra per i voli,
-l’anello giallo e liscio di sempre,
-tanti bottoni d’osso, che allacciano gli affetti di casa e dintorni,
-un’ onice nera, perché il dolore non si può dimenticare,
-qualche grano d’argento brunito per gli amici vecchi,
-un foglietto bianco appallottolato, tante volte preso in mano e poi lasciato,
-quattro piccoli gomitoli di lana calda,
-i nodi stretti delle amicizie nuove, che vivono di voci e di rimandi,
-il pezzetto di tela di un lavoro mai finito,
-un’ala di tulle per la leggerezza….

La sento già al collo, ora, la collana, e accarezzo la pietra che non c’è.
Perché il giorno-domani avrà pur da regalare qualche cosa.

Cronachette all’improvviso 6.

Senza preavvisi, neanche un tuono a rotolare lontano, il temporale sta scoppiando assieme alle campane: sintonia perfetta.
Orchestra di un campanile innamorato e di nuvole bianche che si aprono e si rivelano.
Chi annuncia che cosa?
Le imposte di casa sbattono: chiedono di essere chiuse o di unirsi al concerto?
Nella simultaneità dell’esserci la simultaneità del dire: ogni richiesta appare legittima, eppure il ‘mio’ fare resta inceppato.

Provare a difendere le Guinea, così tenere, con l’ombrello che tanto volerà via?

Meglio stare a guardare dalla finestra.

Il  cielo ora ha la luce dietro, come certe lampade di opaline, e suoni gentili contro i vetri.
Acqua che sbuffa e canaletti guizzantini lungo la strada.
Argento sbiancato negli occhi.

Poter  vivere così, all’improvviso, qualche volta, come i temporali chiari.

 

Luglio

Decimata dalla colonia e dalle fughe presso i parenti, la repubblica delle bambine del viale viveva i pomeriggi di luglio come un’occhiata interminabile.
Dopo, si poteva giocare.
Ma prima…, prima si era occhi.
Quando il caldo era troppo appiccicoso perfino per leggere, quando il sole era così invadente da portare fin davanti a casa l’odore delle cipolle marce della stazione – porto, si accettava lo statuto del silenzio e sui gradini di casa o sulla scala di marmo del veterinario si lavorava di occhi.

C’ erano soprattutto i bagnanti, da guardare, che usavano il viale come scorciatoia per raggiungere la spiaggia di Po; nell’ora del sole caldo, scorrevano donne con sporte rigonfie, sgabelli di tela, tende e bastoni e tanti bambini, propri e affidati, pronti a rubare al fiume la parvenza di un mare povero.
Nel viale non tutti andavano a Po.
Non c’erano molti adulti consenzienti a restare sulla sabbia calda e a urlare preghiere e sgridate.
Il Po faceva paura.
E innervosiva le donne, ridacchiava mio nonno…

Noi bambine, poi, avevamo ben altro da fare.
C’erano i morosi da guardare, quelli veri e quelli pensati.
Intanto si spiava la partenza dei più grandi per il Po, quelli che potevano andare da soli e che mai si sarebbero portati dietro i piccoli. E poi, e poi…
E poi c’era anche chi, fra i grandi, non andava a Po.
Il Leo, il più bello del viale, si sdraiava sui tronchi scortecciati che occupavano il cortile della segheria, torace nudo e calzoni corti.
A occhi chiusi e le braccia incrociate dietro la testa.

Come è fatto bene”- diceva piano piano la bionda, che ci guidava a passi felpati vicino alla siepe di confine, lì apposta per separare il giardino del veterinario dalla segheria.
I bossi e gli ireos tagliavano l’intero, ma, fra rami e spade, lui si poteva ben vedere…
Sembra Mercurio”- dicevo io, che non avevo molti termini recenti di paragone.
Ma va làààà”- insorgevano le altre che fingevano di essere più documentate.
E’ tutto Gregory Peck” – faceva la Cri, che andava sempre al cinema dal prete.
Però ha i ricci”- diceva l’altra.
E allora è Gregory Peck coi capelli ricci. Io l’ho visto coi capelli ricci in un film”- mentiva la Cri.

Fra sospiri e gomitate si guadagnava a turno la postazione di spionaggio.
E le ginocchia, a stare sulla ghiaia, si bucavano e assomigliavano a spugne arrossate.
Lui, il bello, succhiava il sole con tutta la pelle e si tirava, lucido, per non perderne neanche un po’.

Pensieri in fuga 28.

Quando mi impigrisco nel primo pomeriggio, nipotina al computer, fratello ancora sul viale del ritorno, affiorano i ricordi della famiglia grande. Erano quiete, allora, le giornate di luglio, impastate di lentezze infinite.
Le cose, nella tranquillità del dopo pranzo, sembravano figure di cartone col piede ripiegato, in attesa che una palla di stracci le buttasse giù.
Niente corpo. Leggere di colori, nella loro immobilità.
E se da strada un urlo lungo di cornacchia o di bimbo di colpo batteva la stanza, solo in quel momento l’attesa sussultava, ferita.
Tutto tornava carne.
La vita, puntuta, ha il suo modo di farsi sentire, aspro d’amarena o ago di suono.
L’aria che avvolge i pensieri scoppia e non c’è più la confidenza sonnolenta fra il dentro e il fuori; il dentro si ritrae, impaurito.

Il “su andéma” della Dina mianonna era la scossa nervosa che pungolava il dopo-mangiato e rompeva i conversari svagati e un po’ intorpiditi che legavano alla tavola.
Prima del riposo stavano i piatti da rilavare e riporre.
La casa, già calda, bolliva per l’acqua che si voleva fumante e le due nuore di fretta, nello stanzino, lavavano, finalmente d’intesa, e asciugavano i piatti.
Gli altri potevano, secondo contratti e bisogni, usare il tempo del pomeriggio…
Ma chi poteva avere il coraggio di svenare il silenzio che, come un cordone, stringeva la casa?
Il silenzio scendeva di colpo anche fuori, migrava leggero e aveva qualcosa di trattenuto: non era assenza, non era vuoto, era un esserci a bassa voce, di rimbrotti e risatine chiocce, quasi dal volume dipendesse il tacito accordo del viale.
E il silenzio portava la frescura di finestre accostate, di porte con un filo di sfiato.
Niente più voci, zitte le radio sulle ultime note di Capodistria, niente più piatti e ciabatte veloci.
Un silenzio arancione.

 

Pensieri in fuga 27.

Amo questa poesia di Walcott.
La amo tanto, perché disegna un tratteggio rosso fra necessità e ineluttabilità.
Dice come si può essere scelti dalle cose, dagli affetti, dalle passioni.
Dice come si può essere raggiunti dalla vita e, di colpo, leggerne la richiesta che dà voce a un bisogno.
Dice come si può essere raggiunti dalla poesia, ad esempio, che, palafitta o cuneo, si inchioda dentro.
E mi viene da pensare che davvero ciò che prende e cattura non galleggia lieve sui giorni, non è occasionale schiuma, ma va al fondo, ad occupare bisogni cavi.
Davvero il tempo non toglie il “bisogno d’ingombri”, né il bisogno di sentire.
Regalo grande, l’ingombro del cuore.
Regalo grande, il sentire.

Concludendo

Vivo sull’acqua,
solo. Senza moglie o figli.
Ho aggirata ogni possibilità
per approdare a questo:

una casa bassa presso l’acqua grigia,
con finestre sempre aperte
sul vieto mare. Certe cose non si scelgono;

noi, siamo quel che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano,
ci liberiamo di tante zavorre, ma non del bisogno

d’ingombri. L’amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto l’acqua grigia. Ora, non chiedo niente

alla poesia, se non vero sentire,
non pietà, non fama, non sollievo. Sposa silenziosa,
possiamo sederci a fissare l’acqua grigia,

e nella vita che tracima
mediocrità e rifiuti
vivere come roccia.

Dimenticherò il sentire,
disimparerò il mio dono. E’ più grande
e arduo questo, di quanto là passa per vita.

(Derek Walcott, Prima luce, Adelphi,2001)

Che siano i sogni

Che siano i sogni a prendere la mano è cosa buona.
I sogni hanno fili così lievi, diversi dalle corde dei doveri: hanno un estro vagabondo e repentino, che trova per amico solo il vento.
Fernando lo sapeva che avere un sogno era cosa buona.
Per questo l’aveva tirato fuori dalla tasca, una mattina, e se ne era andato via. La valigia con due maglie e poco altro, per tenere dietro al suo pensiero: voleva perdere la terra sotto i piedi, fare le strade per vedere il mondo. O almeno un pezzettino.
A cominciare, per esempio, da Torino.
Per via del Carosello, la giostra vista da bambino: gli era sembrata la meraviglia in terra, con la musica di carillon e il movimento lieve dei cavalli che andavano su e giù, in morbidezza, con una grazia e una melodia capaci di restare dentro.

Gli stupori che ti prendono bambino crescono a cercare la seconda volta.
Nel tempo, il ricordo sa aggiungere qualcosa quando il cuore vi ritorna, finché il desiderio si stacca ormai maturo e rotola come pesca nell’agosto: c’è solo da seguirlo, senza mappe e senza pensamenti.
Così fece Fernando. A Torino c’era Malagò, il padrone della giostra bella.

Torno presto, disse in famiglia, ma prima ho da vedere delle cose: poi vengo a casa e mi sistemo. Se Bigìn vuole, lavoro anch’io nel forno.

Fra camion e corriere un po’ scassone, a piedi e dormendo nei fienili, non fu difficile raggiungere Torino.
Piazza Vittorio, prima ancora di sbucare da Via Po, stava già tutta nell’odore dello zucchero, messo a cuocere nel rame, insieme alle nocciole, e nel bruciato di castagne nel braciere, e nella nuvola che si alzava dai bacili, promettendo dolcezze di frittelle.
Fernando seguì l’onda dei profumi, contando in tasca quel che rimaneva.
Se la fame vince i desideri, la bellezza però non ha rivali.
E su Fernando la bellezza calò dal cielo, in forma di sirena. Su fragile altalena, soggetta ai colpi del destino: tre soldi per un tiro di freccette, un centro per farla profondare sotto, nel mare di un telone. Coi suoi capelli biondi, i fianchi morbidi di scaglie e un guizzo di coda che pareva un volo. Pelle di giglio, chiara chiara.

I soldi servirono a Fernando per comprare il diritto a non tirare: tutte le frecce tenute dentro al cuore, in adorazione della ragazza sospesa a mezza via. Per salvarla dall’acqua e dagli scherzi che i giovani urlavano ai bordi.
Sì, l’avrebbe tenuta sempre là, come le madonne di campagna fissate nella nicchia di un pioppo generoso.
Nilde la bella guardò il giovane che bloccava il giro e uscì dal suo guscio di sirena per chiedere ragioni, ma già aveva capito, perché dall’alto si vedono le cose.

Ci sono decisioni che rompono gli indugi: tutta la vita dentro un gesto solo.
Quello, ad esempio, di chiedere lavoro al seguito di una giostra coi cavalli, per stare vicino a una sirena dalla vita doppia: di giorno a rischio d’immersione, di sera stella del bersaglio…
E quando il luna park mosse le tende, Fernando non pensò a tornare a casa.
La dote della Nilde fu una vecchia carovana, al seguito del grande Carosello: un gancio al camion come firma del contratto, le fedi scambiate in una chiesa, il guscio di sirena ceduto a una cugina.
Ma sulla carovana c’era tutto quello che serviva: fare l’amore sottovoce, le tendine doppiate per pudore, sognare un nuovo tiro a segno, ideare un gioco con gli anelli dai premi favolosi e forse persino un gran serraglio, fra donne ragno e serpenti rampicanti.

Intanto si sentiva la terra scappare sotto i piedi, le strade srotolarsi come bisce: la vita che si amava, nello strappo silenzioso di radici.

Paglierine

Se l’era portata a casa, a mo’ di preda.
Forse da Viterbo: una gran fiera.
(Certe scorribande per vendere e comprare. Vitelli, soprattutto)
A risalire, un viaggio lungo e storto. Con il treno.
E la paura che patisse aria o sete. Il braccio torno torno, cedevole al ritmo di sbattuta.

La guardava, esile e sguarnita, e già sapeva i frutti, odor di erba tagliata: melette paglierine, del verde agro del fieno, quando ha perso ogni prepotenza.
Le aveva viste al margine di un prato, piccole da sembrare nane.
Mele d’estate, non d’autunno.
Ne aveva assaggiata una: aspra da schiuma in bocca, ma anche delicata, con lo zucchero che spunta. In fondo in fondo.
E aveva pensato alla mietitura: lavorare, sudare, poi tirarsi sotto un’ombra e sentire il fresco di una mela.

Interrò la pianta alla Contotta, ai bordi dell’aia, per infittire il brolo.
Un poco ti somiglia, disse alla sposa, perché era un uomo che aveva poesia, ma la Mabilia se ne restò zitta e arrovescia, aveva altre piantine per la testa: tener dietro alla casa, al pollaio, alle chiacchiere delle donne nella corte.

Ci fu da aspettare un paio d’anni: arrivarono i fiori un po’ rosati. Diversi frutti legarono per bene.

L’uomo guardava il verde e il picciòlo che teneva, tastava la polpa appena appena: voleva capire il tempo delle cose, trovare un segno che le legasse al resto e aggiustasse il cuore per l’attesa.
Alla calendra dei giorni di gennaio chiedeva pioggia e sole, fino a luglio.
Alla merla il passo della stagione nuova.
Col viburno aperto e bianco sentiva il maggio, prima delle rose.
Cosa avrebbero detto le mele paglierine, le mele di san giovanni?
C’era da aspettare, per vederle cambiare sotto gli occhi.

Non sono da staccare, disse a tutti, per essere ben chiaro. Han da restare lì, finché non son mature. C’è ancora tutto da capire.

Ma qualcosa andò per conto suo.
I frutti parevano malati.
Rosicchiature, ad arte. Fini fini.
Da un lato solo delle mele, quello nascosto, che dava contro il muro.
Vespe di terra? Insetti forestieri?
Non c’erano tracce che dicessero qualcosa.

Poi vide e fu come sciogliersi nel sole del primo pomeriggio.
La bimba piccolina trascinava un mattone sotto il melo, ci saliva e, in punta di piedi, tenendo un frutto con le mani, lo grattava a denti e morsichini.
Appesa senza peso.
Ad una mela.
Non sono da staccare, sorrise al padre.

Cine

Si andava il martedì, al Verdi: doppia visione.
Prima, o un drammone d’amore o un filmino alla dorisday, roba di sentimenti, insomma, e, poi, al secondo turno, l’azione: o un film di guerra o un western o un mitologico pieno di sansoni.

Si andava, comparto femminile di casa, sdegnosamente assente il nonno: amava solo ernest borgnine o e.g.robinson (perché avevano la faccia da bulldog) e se ne restava in salotto col bambino piccolo: con noi l’unica compagnia maschile del Bigio, il gatto grigio, che prendeva la scorciatoia della ferrovia, quella della stazione porto, e ci aspettava davanti al cinema.

Il Verdi era un teatrone senza gloria e senza bellezza, senza boria e senza finezza.

D’estate si sfiatava nell’estivo, sul retro: un giardino con le sedie ballerine piantate davanti al muro bianco. Il proiettore, disposto nel camerino delle gazzose, fra le mastelle piene di ghiaccio, lo animava di vita propria, con figure incrinate da rughe di crepe.
Le parole svaporavano, facendo il giro del giardino, passavano per le bocche dei portoghesi, affacciati alle finestre delle case intorno, e ritornavano sulla platea, che non stava mai zitta di suo.

A settembre il Verdi ritornava in casa.

A noi piaceva andare al cinema nelle prime sere fresche, quando si usciva col golfino, e si entrava nel tepore del teatro, senza preoccupazioni sulla durata: tanto le scuole mica erano cominciate e la Diana aveva già dato i suoi esami. Pure quelli senza gloria e senza bellezza, senza infamia e senza lode, predicava mianonna, che usava i “senza” per spiegare ogni cosa, in un mondo raccontato per continue sottrazioni.

Mianonna camminava lenta, sottobraccio alle nuore, a cui non pareva vero di uscire la sera.
Dietro, io e la Diana.
La Diana tutta garrula, perché sicuramente avrebbe visto i suoi belli, qualche fila più sotto. Io con la sensazione che qualcosa doveva pure accadere.

E tu ce li hai i morosi?” – mi chiedeva piano, miacugina.
Certo che li avevo, solo non avevo ancora capito che “moroso” è una parola reciproca e non richiede solo un’andata, ma anche il ritorno.
Piena di morosi a una sola andata, ero.
Alla Diana, niente, non dicevo proprio niente. Però ridevo, perché era più semplice ridere, in quel tratto breve fra la casa e il Verdi, coi pensieri già al cine doppio, alla gente, alla disposizione dei posti, ai beni di conforto.

Sì, perché non si dà cine senza beni di conforto.

All’ingresso del cine stavano i due baluardi dei beni di conforto, a cui si riservavano le monete della settimana: uno piccolo e uno grande, uno chiacchierone l’altro muto, uno compagno l’altro democristiano, uno a sinistra del Verdi l’altro a destra, uno venditore di brustoline secche e d’un sapore di legno bruciato e l’altro venditore di ceci lessi, tristemente pallidi, spesso freddini e un poco umido-collosi in superficie.

Per motivi politico-gustativi si optava per le brustoline, con qualche ripensamento, qualche vacillamento di fede, quando le si trovava così salate, ma così salate: piccoli semi di zucca incrostati di cristalli, tiepidi tiepidi, che – e fu scoperta poco digeribile – covavano sempre al caldo, nell’ultimo sportellino in basso della cucina economica, in cartocci di carta da giornale, assieme alle pantofole.

Con le tasche piene di brustoline, ogni film, col sottofondo di un sommesso crocchiare anti-chiacchiera, diventava bellissimo, anche se il cinemascope usciva dallo schermo e si imprimeva su mattoni larghi.

Era bello vedere i baci, sbiecando di sottecchi miamamma per sapere se mi osservava mentre li guardavo, era bello ascoltare le parole d’amore, mentre le donne di casa tiravano su col naso, era bello sentire il calore della sala che pareva una carezza col sospiro.

Si usciva un po’ intorpidite, strette, così ci si faceva tepore, a chiacchierare fitto di nomi storpiati e costellati di “et vist…”

La Diana era muta, persa in chissà quali sogni.

Il Bigio andava avanti e indietro, a intrappolarsi fra le gambe.

Io mi passavo un dito sulle labbra….Un bacio avrebbe fatto quell’effetto lì?
Forse, chissà, sotto la luna.

La birichina del duce

Di lei si ricordano le mani: due copie di pane, coi tagli nei bordi.
E la faccia scivolata in basso: di bello neanche gli occhi o la pelle, scura nel naso e attorno alla bocca.
E la parlata, svelta svelta.
E la fretta.
Sempre andare, sempre fare, anche se non c’era famiglia da accudire, né pentola da mettere sul fuoco: solo chiacchiere e gerani, da scambiare.
In giro, bicicletta e un brio scattante nel collo, anche vecchia, quasi in risposta a un’interna fanfara.
Perché, lei, ragazza, era stata benemerita massaia rurale.
La più benemerita.
Con l’attestato.
E nell’adunata in città, quando aspettava e sperava, sfilando e cantando davanti a Benito, con orgoglio aveva teso le braccia e mostrato il grembiule e le spighe e le spillette di merito.
A lui, al duce.
E quello, preso da tanto giovanile e campestre ardore, l’aveva carezzata sulla testa.
“Birichiiina…”, le aveva ripetuto, due volte due, accostandosi vicino vicino, benevolo e un poco marpione.

Mille volte la storia fu raccontata e mille volte la distanza fra l’augusto labbro e il trepido orecchio fu accorciata.
Tanto tintinnò quel birichiiina che il nome della donna andò smarrito: nell’erba di qualche cavedagna, in qualche spiffero di madia, in qualche pietra di mulino.
E col nome si perse anche la vita.
Non ci furono nozze né mani d’uomo, nel sogno di un niente mai accaduto.
La benemerita massaia rurale rimase per tutti, sempre e soltanto, la birichina del duce.

Ché le formule acchiappano le cose per metterle in gabbia.
O in croce.

Cronachette all’improvviso 5.

C’è una gigantesca giraffa azzurra, e chiara chiara chiara, dietro le sagome delle case.
La vedo attraverso la finestra che ne inquadra solo il collo.
Certo che non la vedo intera!
Ma si sa che i presentimenti valgono tanto quanto le visioni, quindi so con assoluta certezza che trattasi di giraffa.
Azzurra e chiara chiara chiara.
Perché tanta sicurezza?
Ma perché ne vedo le chiazze!
Irregolari.
Irregolari e rosa come i fiocchi che annunciano la nascita delle bambine.
Un rosa pallido e dolce, da confetto che quasi pare candito
Ecco: questo è il cielo di stasera.
Giraffuto.