Pensieri in fuga 27.

Amo questa poesia di Walcott.
La amo tanto, perché disegna un tratteggio rosso fra necessità e ineluttabilità.
Dice come si può essere scelti dalle cose, dagli affetti, dalle passioni.
Dice come si può essere raggiunti dalla vita e, di colpo, leggerne la richiesta che dà voce a un bisogno.
Dice come si può essere raggiunti dalla poesia, ad esempio, che, palafitta o cuneo, si inchioda dentro.
E mi viene da pensare che davvero ciò che prende e cattura non galleggia lieve sui giorni, non è occasionale schiuma, ma va al fondo, ad occupare bisogni cavi.
Davvero il tempo non toglie il “bisogno d’ingombri”, né il bisogno di sentire.
Regalo grande, l’ingombro del cuore.
Regalo grande, il sentire.

Concludendo

Vivo sull’acqua,
solo. Senza moglie o figli.
Ho aggirata ogni possibilità
per approdare a questo:

una casa bassa presso l’acqua grigia,
con finestre sempre aperte
sul vieto mare. Certe cose non si scelgono;

noi, siamo quel che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano,
ci liberiamo di tante zavorre, ma non del bisogno

d’ingombri. L’amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto l’acqua grigia. Ora, non chiedo niente

alla poesia, se non vero sentire,
non pietà, non fama, non sollievo. Sposa silenziosa,
possiamo sederci a fissare l’acqua grigia,

e nella vita che tracima
mediocrità e rifiuti
vivere come roccia.

Dimenticherò il sentire,
disimparerò il mio dono. E’ più grande
e arduo questo, di quanto là passa per vita.

(Derek Walcott, Prima luce, Adelphi,2001)

Annunci

Che siano i sogni

Che siano i sogni a prendere la mano è cosa buona.
I sogni hanno fili così lievi, diversi dalle corde dei doveri: hanno un estro vagabondo e repentino, che trova per amico solo il vento.
Fernando lo sapeva che avere un sogno era cosa buona.
Per questo l’aveva tirato fuori dalla tasca, una mattina, e se ne era andato via. La valigia con due maglie e poco altro, per tenere dietro al suo pensiero: voleva perdere la terra sotto i piedi, fare le strade per vedere il mondo. O almeno un pezzettino.
A cominciare, per esempio, da Torino.
Per via del Carosello, la giostra vista da bambino: gli era sembrata la meraviglia in terra, con la musica di carillon e il movimento lieve dei cavalli che andavano su e giù, in morbidezza, con una grazia e una melodia capaci di restare dentro.

Gli stupori che ti prendono bambino crescono a cercare la seconda volta.
Nel tempo, il ricordo sa aggiungere qualcosa quando il cuore vi ritorna, finché il desiderio si stacca ormai maturo e rotola come pesca nell’agosto: c’è solo da seguirlo, senza mappe e senza pensamenti.
Così fece Fernando. A Torino c’era Malagò, il padrone della giostra bella.

Torno presto, disse in famiglia, ma prima ho da vedere delle cose: poi vengo a casa e mi sistemo. Se Bigìn vuole, lavoro anch’io nel forno.

Fra camion e corriere un po’ scassone, a piedi e dormendo nei fienili, non fu difficile raggiungere Torino.
Piazza Vittorio, prima ancora di sbucare da Via Po, stava già tutta nell’odore dello zucchero, messo a cuocere nel rame, insieme alle nocciole, e nel bruciato di castagne nel braciere, e nella nuvola che si alzava dai bacili, promettendo dolcezze di frittelle.
Fernando seguì l’onda dei profumi, contando in tasca quel che rimaneva.
Se la fame vince i desideri, la bellezza però non ha rivali.
E su Fernando la bellezza calò dal cielo, in forma di sirena. Su fragile altalena, soggetta ai colpi del destino: tre soldi per un tiro di freccette, un centro per farla profondare sotto, nel mare di un telone. Coi suoi capelli biondi, i fianchi morbidi di scaglie e un guizzo di coda che pareva un volo. Pelle di giglio, chiara chiara.

I soldi servirono a Fernando per comprare il diritto a non tirare: tutte le frecce tenute dentro al cuore, in adorazione della ragazza sospesa a mezza via. Per salvarla dall’acqua e dagli scherzi che i giovani urlavano ai bordi.
Sì, l’avrebbe tenuta sempre là, come le madonne di campagna fissate nella nicchia di un pioppo generoso.
Nilde la bella guardò il giovane che bloccava il giro e uscì dal suo guscio di sirena per chiedere ragioni, ma già aveva capito, perché dall’alto si vedono le cose.

Ci sono decisioni che rompono gli indugi: tutta la vita dentro un gesto solo.
Quello, ad esempio, di chiedere lavoro al seguito di una giostra coi cavalli, per stare vicino a una sirena dalla vita doppia: di giorno a rischio d’immersione, di sera stella del bersaglio…
E quando il luna park mosse le tende, Fernando non pensò a tornare a casa.
La dote della Nilde fu una vecchia carovana, al seguito del grande Carosello: un gancio al camion come firma del contratto, le fedi scambiate in una chiesa, il guscio di sirena ceduto a una cugina.
Ma sulla carovana c’era tutto quello che serviva: fare l’amore sottovoce, le tendine doppiate per pudore, sognare un nuovo tiro a segno, ideare un gioco con gli anelli dai premi favolosi e forse persino un gran serraglio, fra donne ragno e serpenti rampicanti.

Intanto si sentiva la terra scappare sotto i piedi, le strade srotolarsi come bisce: la vita che si amava, nello strappo silenzioso di radici.

Paglierine

Se l’era portata a casa, a mo’ di preda.
Forse da Viterbo: una gran fiera.
(Certe scorribande per vendere e comprare. Vitelli, soprattutto)
A risalire, un viaggio lungo e storto. Con il treno.
E la paura che patisse aria o sete. Il braccio torno torno, cedevole al ritmo di sbattuta.

La guardava, esile e sguarnita, e già sapeva i frutti, odor di erba tagliata: melette paglierine, del verde agro del fieno, quando ha perso ogni prepotenza.
Le aveva viste al margine di un prato, piccole da sembrare nane.
Mele d’estate, non d’autunno.
Ne aveva assaggiata una: aspra da schiuma in bocca, ma anche delicata, con lo zucchero che spunta. In fondo in fondo.
E aveva pensato alla mietitura: lavorare, sudare, poi tirarsi sotto un’ombra e sentire il fresco di una mela.

Interrò la pianta alla Contotta, ai bordi dell’aia, per infittire il brolo.
Un poco ti somiglia, disse alla sposa, perché era un uomo che aveva poesia, ma la Mabilia se ne restò zitta e arrovescia, aveva altre piantine per la testa: tener dietro alla casa, al pollaio, alle chiacchiere delle donne nella corte.

Ci fu da aspettare un paio d’anni: arrivarono i fiori un po’ rosati. Diversi frutti legarono per bene.

L’uomo guardava il verde e il picciòlo che teneva, tastava la polpa appena appena: voleva capire il tempo delle cose, trovare un segno che le legasse al resto e aggiustasse il cuore per l’attesa.
Alla calendra dei giorni di gennaio chiedeva pioggia e sole, fino a luglio.
Alla merla il passo della stagione nuova.
Col viburno aperto e bianco sentiva il maggio, prima delle rose.
Cosa avrebbero detto le mele paglierine, le mele di san giovanni?
C’era da aspettare, per vederle cambiare sotto gli occhi.

Non sono da staccare, disse a tutti, per essere ben chiaro. Han da restare lì, finché non son mature. C’è ancora tutto da capire.

Ma qualcosa andò per conto suo.
I frutti parevano malati.
Rosicchiature, ad arte. Fini fini.
Da un lato solo delle mele, quello nascosto, che dava contro il muro.
Vespe di terra? Insetti forestieri?
Non c’erano tracce che dicessero qualcosa.

Poi vide e fu come sciogliersi nel sole del primo pomeriggio.
La bimba piccolina trascinava un mattone sotto il melo, ci saliva e, in punta di piedi, tenendo un frutto con le mani, lo grattava a denti e morsichini.
Appesa senza peso.
Ad una mela.
Non sono da staccare, sorrise al padre.

Cine

Si andava il martedì, al Verdi: doppia visione.
Prima, o un drammone d’amore o un filmino alla dorisday, roba di sentimenti, insomma, e, poi, al secondo turno, l’azione: o un film di guerra o un western o un mitologico pieno di sansoni.

Si andava, comparto femminile di casa, sdegnosamente assente il nonno: amava solo ernest borgnine o e.g.robinson (perché avevano la faccia da bulldog) e se ne restava in salotto col bambino piccolo: con noi l’unica compagnia maschile del Bigio, il gatto grigio, che prendeva la scorciatoia della ferrovia, quella della stazione porto, e ci aspettava davanti al cinema.

Il Verdi era un teatrone senza gloria e senza bellezza, senza boria e senza finezza.

D’estate si sfiatava nell’estivo, sul retro: un giardino con le sedie ballerine piantate davanti al muro bianco. Il proiettore, disposto nel camerino delle gazzose, fra le mastelle piene di ghiaccio, lo animava di vita propria, con figure incrinate da rughe di crepe.
Le parole svaporavano, facendo il giro del giardino, passavano per le bocche dei portoghesi, affacciati alle finestre delle case intorno, e ritornavano sulla platea, che non stava mai zitta di suo.

A settembre il Verdi ritornava in casa.

A noi piaceva andare al cinema nelle prime sere fresche, quando si usciva col golfino, e si entrava nel tepore del teatro, senza preoccupazioni sulla durata: tanto le scuole mica erano cominciate e la Diana aveva già dato i suoi esami. Pure quelli senza gloria e senza bellezza, senza infamia e senza lode, predicava mianonna, che usava i “senza” per spiegare ogni cosa, in un mondo raccontato per continue sottrazioni.

Mianonna camminava lenta, sottobraccio alle nuore, a cui non pareva vero di uscire la sera.
Dietro, io e la Diana.
La Diana tutta garrula, perché sicuramente avrebbe visto i suoi belli, qualche fila più sotto. Io con la sensazione che qualcosa doveva pure accadere.

E tu ce li hai i morosi?” – mi chiedeva piano, miacugina.
Certo che li avevo, solo non avevo ancora capito che “moroso” è una parola reciproca e non richiede solo un’andata, ma anche il ritorno.
Piena di morosi a una sola andata, ero.
Alla Diana, niente, non dicevo proprio niente. Però ridevo, perché era più semplice ridere, in quel tratto breve fra la casa e il Verdi, coi pensieri già al cine doppio, alla gente, alla disposizione dei posti, ai beni di conforto.

Sì, perché non si dà cine senza beni di conforto.

All’ingresso del cine stavano i due baluardi dei beni di conforto, a cui si riservavano le monete della settimana: uno piccolo e uno grande, uno chiacchierone l’altro muto, uno compagno l’altro democristiano, uno a sinistra del Verdi l’altro a destra, uno venditore di brustoline secche e d’un sapore di legno bruciato e l’altro venditore di ceci lessi, tristemente pallidi, spesso freddini e un poco umido-collosi in superficie.

Per motivi politico-gustativi si optava per le brustoline, con qualche ripensamento, qualche vacillamento di fede, quando le si trovava così salate, ma così salate: piccoli semi di zucca incrostati di cristalli, tiepidi tiepidi, che – e fu scoperta poco digeribile – covavano sempre al caldo, nell’ultimo sportellino in basso della cucina economica, in cartocci di carta da giornale, assieme alle pantofole.

Con le tasche piene di brustoline, ogni film, col sottofondo di un sommesso crocchiare anti-chiacchiera, diventava bellissimo, anche se il cinemascope usciva dallo schermo e si imprimeva su mattoni larghi.

Era bello vedere i baci, sbiecando di sottecchi miamamma per sapere se mi osservava mentre li guardavo, era bello ascoltare le parole d’amore, mentre le donne di casa tiravano su col naso, era bello sentire il calore della sala che pareva una carezza col sospiro.

Si usciva un po’ intorpidite, strette, così ci si faceva tepore, a chiacchierare fitto di nomi storpiati e costellati di “et vist…”

La Diana era muta, persa in chissà quali sogni.

Il Bigio andava avanti e indietro, a intrappolarsi fra le gambe.

Io mi passavo un dito sulle labbra….Un bacio avrebbe fatto quell’effetto lì?
Forse, chissà, sotto la luna.

La birichina del duce

Di lei si ricordano le mani: due copie di pane, coi tagli nei bordi.
E la faccia scivolata in basso: di bello neanche gli occhi o la pelle, scura nel naso e attorno alla bocca.
E la parlata, svelta svelta.
E la fretta.
Sempre andare, sempre fare, anche se non c’era famiglia da accudire, né pentola da mettere sul fuoco: solo chiacchiere e gerani, da scambiare.
In giro, bicicletta e un brio scattante nel collo, anche vecchia, quasi in risposta a un’interna fanfara.
Perché, lei, ragazza, era stata benemerita massaia rurale.
La più benemerita.
Con l’attestato.
E nell’adunata in città, quando aspettava e sperava, sfilando e cantando davanti a Benito, con orgoglio aveva teso le braccia e mostrato il grembiule e le spighe e le spillette di merito.
A lui, al duce.
E quello, preso da tanto giovanile e campestre ardore, l’aveva carezzata sulla testa.
“Birichiiina…”, le aveva ripetuto, due volte due, accostandosi vicino vicino, benevolo e un poco marpione.

Mille volte la storia fu raccontata e mille volte la distanza fra l’augusto labbro e il trepido orecchio fu accorciata.
Tanto tintinnò quel birichiiina che il nome della donna andò smarrito: nell’erba di qualche cavedagna, in qualche spiffero di madia, in qualche pietra di mulino.
E col nome si perse anche la vita.
Non ci furono nozze né mani d’uomo, nel sogno di un niente mai accaduto.
La benemerita massaia rurale rimase per tutti, sempre e soltanto, la birichina del duce.

Ché le formule acchiappano le cose per metterle in gabbia.
O in croce.

Cronachette all’improvviso 5.

C’è una gigantesca giraffa azzurra, e chiara chiara chiara, dietro le sagome delle case.
La vedo attraverso la finestra che ne inquadra solo il collo.
Certo che non la vedo intera!
Ma si sa che i presentimenti valgono tanto quanto le visioni, quindi so con assoluta certezza che trattasi di giraffa.
Azzurra e chiara chiara chiara.
Perché tanta sicurezza?
Ma perché ne vedo le chiazze!
Irregolari.
Irregolari e rosa come i fiocchi che annunciano la nascita delle bambine.
Un rosa pallido e dolce, da confetto che quasi pare candito
Ecco: questo è il cielo di stasera.
Giraffuto.

La Maria mistica

La Maria mistica si riconosceva da lontano: sbucava dalla piazza della torre e andava verso il viale, da certe cugine centenarie.
Soprabito grigio che pareva taffetas, se c’era fresco e se c’era caldo.
Colletto largo col bottone grosso.
Camminava, poi si fermava a interne tappe, in risposta ad un fiato pellegrino.
Aveva tante parole in arretrato: a pubblico sparito, se le contava lei da sola; per spiegarsi bene, interrompeva il passo, all’ombra di robinie al suo servizio.
Fermava i capelli con la fascia a nodo: meno di un turbante, più d’un cerchio d’osso.
E, da attrice, li teneva lunghi al collo, aperti e spampanati, vecchie chiome gialline che, persa la memoria di ricci e permanenti, s’erano fatte stoppa.

Con sé aveva sempre la bibbia, con la croce incisa.
Dentro la borsa a rete: quella giusta per le cipolle, che prendon aria e poi non gettano.
Dentro la sporta di bottega, vicino al libretto per i debiti del mese.
Dentro la busta di pelle, tenuta sotto il braccio, buona per la messa, ché non è d’ostacolo al bastone e prende poco posto.

L’è la me Banca, la bibbia,– amava dire, mostrando il libro, con la croce e tutto, ai sospettati di dimenticanza – la Banca del… (col dito puntato ad ammiccare al cielo, dubbi non c’eran più: banca di angeli in coro, banca beata di celesti, fra rose e nuvole santissime)
Perché lei, la Maria mistica, era donna di miracoli: sentiva la mano buona sulla testa, la carezza di tutti i santi proprio lì.
signur signur signur, era giusto sapere…
C’erano stati i ladri, ladri zingari – lei giurava e spergiurava- zingari, perché niente d’argento, che porta dolore, niente di perle, che son tutte lacrime, avevano portato via.
signur signur signur, era giusto sapere…
Nella casa rovesciata, dove l’oro già se n’era andato per patria ed altro, i ladri zingari avevano cercato e ricercato solo il denaro: nei cassetti con la lingua fuori, nelle tasche dei vestiti, nelle pentole della cucina…
ma, signur signur signur, mica avevano aperto la bibbia.
Eh, la bibbia.
Ché i soldi eran tutti tutti lì: ripiegati in ordine stirato, tanti bei fogli da dieci, larghi e rosa.
Quel che c’era: per la bottega da pagare, per la legna da bruciare, per le tombe da pulire, per il calzare e il vestire…
Miracolo celeste e generoso.

Ma al paradiso non si bussa due volte.
Allora, in qualche luogo segreto la scorta dei biglietti salvi.
E la bibbia con la croce, lo Scudo Universale…come la si poteva mai lasciare?
Insieme, sempre insieme.
Giorno dopo giorno.

Persino in cabina elettorale.
Scudo e croce guidavano la mano, oh, se guidavano la mano…

Luartis

Si cercano i luartis, germogli di luppolo, che tengono in fondo in fondo, prima di salutare, un sapore di asparago, con l’in più del selvatico.
Cambiano di nome, di terra in terra, come il Gurdulù del cavaliere inesistente. E forse anche per questo sono inafferrabili, spostati sempre un po’ più in là, nella pagina bianca, dove il ciglio dell’argine è già vuoto e diventa solo aria e cespuglio. Chiedono pericolo e graffi sulle braccia.
Amici dei rovi, abitano fra le spine delle more: il luppolo sta bene lì, coi suoi viticchi arricciolati e le sue foglie a cuore triplo.
Lì.
Lì sta bene anche la casa della Possioncella.
Vi si arriva con indolente calma sulla scia dei germogli da spuntare.
E la cerchi, nel fianco dell’argine, piccola e chiara. La casa dell’esattore in bicicletta, che entrava gentile e si fermava a parlare di reumi, caffè in mano.
Sull’argine c’è un verde che solo l’erba nuova può.
E il verde continua, dove sai la casa, ma non la trovi più: coperta, presa, stretta, dentro le braccia di rami e rampicanti.
Non abitata, la Possioncella ha chiamato edere e madresilvia e viti americane e gramigna e zucche selvatiche.
Rotto il patto con gli uomini, dorme sotto una lanugine di foglie, ora.
Non bisogna svegliarla.
Non ci appartiene più.

Ha un suo modo, la natura, di riprendersi le cose e farle proprie.
L’erba non vuole passi verso.
Ti aspetti che si apra una finestra, all’improvviso, ed esca, robusto e proprietario, un fascio di pervinca.

Ci si allontana, con i luartis a mazzetto: hanno teste serpentine di lucertola. A guardarli bene, penzolano irritati.

Cronache dal terrazzo 11.

I terrazzi fra muri non danno per scontati i prestiti di sole.
Si accendono anche di cieli incerti, belli di attesa, ma, quando la luce arriva e si apre come una pesca, allora è festa. I terrazzi fra muri la fermano, la stampano sulle pietre e ne accudiscono il tepore.
Torni pure il grigio, torni pure il freddo: la luce in conserva sarà cristallo, nel tempo.

I terrazzi fra muri si affezionano alle cose.
Tengono i segni, per tanto tempo: macchia d’umido o zampine di cyssus, non importa.
Lo sa l’edera, che ha radici nell’aria e tenta, sarmentosa, un’improbabile fuga.

I terrazzi fra muri abbracciano la pigrizia di certi risvegli d’estate, la domenica, quando il tempo fa come il lumino: resta lì, impaludato nella cera sciolta, a girare su se stesso.

I terrazzi fra muri accolgono colazioni e passaggi: pensieri spalmati col burro, sul pane, risatine quiete e assaggi d’uva fragola e melagrana.

I terrazzi fra muri s’incantano delle voci e dei ricordi: li nascondono fra le fessure.
Chi parte si accorge che dovrà tornare, per riprenderseli.
Non sta bene lasciare parole e memorie in giro, come corallini scappati dal filo.

Pensieri in fuga 26.

Ho ritrovato un cartoccio di fotografie.
Non proprio un cartoccio: una vecchia busta maltrattata, gonfia di figurine.
Dono della Rosa miamamma, come in un passaggio di consegne.
Certe sono così piccole, coi bordi dentellati, da sembrare francobolli del passato.
Altre hanno i colori degli anni settanta, lucidi.
(Andava l’arancio, anche in foto, non solo nei disegni delle tende)
Sono di tempi diversi: lei, ragazza con le amiche, occhi neri e capelli dolci, mio padre, smilzo con la sigaretta accesa, lo zio, col cappello sulle ventitré e lo sguardo che fa innamorare. Io e mio fratello, bambini. Mio fratello, noto martellatore di statuine del presepe, con l’aria angelicata della prima comunione. E guanti bianchi, molto mistici. Io imbronciata. Sorrido un po’ solo nella foto dove sfoggio una vestina a quadretti bianchi e rossi, serpentino-munita. In stile derviscio, sembro in procinto di una piroetta. Mia cugina grande ha lo stesso vestito, ma in versione più adulta: cintura in vita e maniche moderatamente a sbuffo.
Alcune foto hanno quella muffa giallina che fa da collante fra l’una e l’altra: quale sacrificare se ci si attenta a staccare? Molte sono state ritoccate da scarabocchi infantili o ritagliate o ridotte. Anche un po’ strappate.

Le ho lasciate così, solo impilate a pacchetto e legate con l’elastico, che poi si mineralizzerà e si spezzerà, sfiduciato.
Le ho infilate fra il De bello gallico e Il fiume di pietra. Tanto fra un po’ le coordinate cambieranno o me le sarò dimenticate. Di nuovo.

Io e miamamma, così diverse fra noi, abbiamo sempre avuto in comune questa strana gestione delle foto. Niente album, niente contenitori di metallo ben sigillati, neppure una scatola per le scarpe. Molto spesso neppure le cornici.

In realtà nella mia famiglia estesa ci sono due scuole di pensiero: una invita all’ordine della raccolta.Tutta la storia di affetti e vite amorevolmente custodita, cartoncino dopo cartoncino, diapositiva dopo diapositiva, con le date chiare sulle cassette.
Io ammiro questa scuola, ma appartengo all’altra, quella delle foto finite dietro i mobili, infilate in mezzo ai libri o nei ricettari di cucina, oppure lasciate nelle tasche dei cappotti, dentro le borse che non si usano più, nei cassetti fra le chiavi e le penne che non funzionano, i biglietti della spesa mai buttati e le impegnative scadute per esami non effettuati.
Così, in libertà.
Ci penso, ogni tanto, a questo non saper/voler fare ordine.
E non so dare la colpa solo alla mia pigrizia.
C’è che vivo coi ricordi a porte aperte: in circolazione nella mia giornata e dentro le cose.
Mi piace che arrivino e mi prendano senza preavviso, per essere come i cronopios di Cortazar: “quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: “Non farti male, sai”, e anche:”Sta’ attento, c’è uno scalino.”
Forse spero pure in un giro d’aria, in un po’ di corrente che scompigli i tempi e non faccia dire ‘prima’, ‘poi’ oppure ‘c’è già stato’.
Un respiro che tolga immobilità.

Sono immobili solo le conclusioni.

In effetti quello fu…

In effetti quello fu l’anno dei passamontagna gialli.
L’inverno di mio padre lontano.
In Sicilia.
Io grande a metà.
Mia madre grande a metà, più un pezzettino.
Mio fratello piccolo e basta.

Risucchiata dall’alto, la parte dormitorio di casa si era ripianata nelle stanze di sopra, così come doveva essere, mentre la tavola grande e i divani erano tornati a fare il soggiorno. Il falegname sembrava averli lustrati col fiato, sfregando la manica del grembiule.

Sopra, però, restava il freddo delle case in cui non si abita da un po’, con l’odore dell’umido, che va via solo a primavera, insieme alla naftalina sbriciolata.
Molto freddo.

Per questo, la sera, la Rosa miamamma fingeva il gioco delle partenze.
Si doveva comunque andare a letto e la rampa di scale diventava lo spartiacque fra la casa da giorno, tiepida e lucida ora, sempre con la stufa a lingua di cane, e la casa da notte, gelida di spifferi, calda solo sotto le coperte, dove la padellina con le braci, dentro a una nicchia di legno, scottava le lenzuola e le cuoceva di un odore di pane.
Mica si poteva rischiare la traversata delle scale al freddo.
No no.
E poi il bambino aveva una cera da schifo, pallido e con la tosse.

Allora miamamma metteva al bambino un passamontagna di lana gialla e, per vincere le sue resistenze, lo metteva pure lei.
Io no: meglio la morte. Meglio assiderata coi ghiaccioli. Meglio la brina sui capelli.
Il passamontagna mai.
Però mi divertivo, sadica, a vedere la coppia in partenza per i piani alti: brutti tutti e due, con quelle testine da uovo sodo.
Alla fine si rideva insieme, perché non si può stare seri se si calza un passamontagna giallo per andare a letto, e si finiva per cantare “La mooontanaaaaraaaaa ueeeeeeeeeee….” salendo le scale con gran rumore, tre bambini nella casa grande.

L’inverno mollò un attimo.
Fu allora che la fase creativa della Rosa miamamma conobbe una sola parola: cretonne.
Inquietante stoffetta fiorita.
Con la furia delle sue decisioni rapide, con l’istinto del tappezziere, la Rosa rivestì le testiere dei letti e ricoprì gli sgabelli e le poltrone, pure aggredì le ante degli armadi con certe tendine arricciate…niente imbottitura con le puntine a capocchia, no, quella richiedeva una precisione geometrica, estranea a casa mia: solo tendine arricciate.
Senza il mio aiuto, naturalmente, perché i giri del pomeriggio mi tenevano fuori casa, ormai, sospesa come un galleggiante di sughero in un’acqua nuova.
Lontana anni luce dalla fatica della Rosa, insofferente del bambino.
Io avevo i ragazzi da guardare e incantamenti da consumare, poi, da sola nella stanza bomboniera, dove mi imbucavo come una cartolina, appena potevo, a mettere ordine nei nomi e nei volti della giornata, a rivedere a moviola le scene belle, a cercare nelle poesie le parole che avrei voluto.
Dire e Ascoltare.
Adesso ero io, mica la Diana, ad essere accompagnata a casa con certi corteggiamenti di manubrio, magiche impennate sulla ruota davanti …e “domani cosa fai”,“ non verresti domenica al carnevale” e “in gita ti siedi con me…”.
C’era da essere sempre fuori.
In casa c’era solo da provare, davanti allo specchio del bagno, risposte e capelli.
La casa non aveva più muri sirena.
Meglio il giardino, se proprio proprio, dove si poteva chiacchierare fitto, sotto il pruno rosa, con le ragazze, e pure scrivere lettere collettive di risposta ai primi biglietti d’amore…. quando cominciare con “Caro Marco” faceva troppo banale, “Marco caro” troppo innamorato, alla Grand Hotel, “Marco tesoro” troppo peccaminoso…, meglio “Marco, ciao…”, sì, molto meglio…

Mio padre tornò e trovò la casa imbozzolata di cretonne, la Rosa miamamma con gli occhi fieri, il bambino cresciuto e, al mio posto, un tema dove parlavo di un’amica del cuore….
“Coi pantaloni” – disse mio padre, leggendolo.

E appoggiò al muro il ramo di mandarini che aveva portato per me, in treno, da Catania.

Volando

La torre ha grosse aquile arcigne, sulla facciata, ma ha la testa piena di piccioni.
Non quelli che si danno dell’aria, con le zampe a stivale di piuma, mosse a scatti nervosi.
Neanche quelli gozzuti e dondolanti, lunghi di collo a corolla, nella stagione degli amori.
I piccioni torraioli nemmeno ricordano la gentilezza di certe colombine bianche bianche che indugiano sui loro passi per guardarsi intorno. Son piccioni quasi di terra, loro, con colori d’autunno e di nebbia.
Le zampe storte.
Camminano come i vecchi: avessero le braccia, le terrebbero dietro la schiena; portassero un maglione, l’avrebbero col collo alto e ghignoso, che stringe e fa tirare la testa a tartaruga, per via del soffoco.

Ci stavano Volando e sua moglie, sulla torre, insieme con gli uccelli, amici e scorta per l’inverno.
Alto e sornione, lui: le mani in tasca e certi occhi chiari…
Piccola e tonda, lei: grembiule pronto ad ogni cosa.
Due piccioni, con carriola al traino: piccole fascine di Po, a bruciare su, in alto.

Nel giro dalla piazza al fiume, in fila indiana, uno davanti, la seconda dietro, in compagnia della ligéra, che è l’arte del vivere con poco, di un orto preso in prestito a stagione.

Sulla torre, più vicini al vento, lei riparava ombrelli, lui, con l’ago, passava filo in un chicco di granturco: collane di esche per piccioni, sui merli della torre.
Sapeva aspettare che il grano viaggiasse nello stomaco, per tirare piano: “Ci vuole occhio” – diceva. “E pasiensa”- aggiungeva lei.

D’inverno, con la stufa intubata verso una finestra, tagliavano la latta raccolta nell’estate, quella delle scatole grandi dei pomodori. Ne uscivano stelle e galline, mobili su bastoncini: girandole da vento, per chiamare la primavera.

E nessuno ricorda bene chi volò via per primo.

Pensieri in fuga 25.

A volte il tempo è una specie di bozzolo avvolgente: te lo senti addosso, con il suo ronzio, e ne indovini lo spessore di ovatta.
Non sembra scandito in giorni e ore, o in fili ordinati come le frange di un tappeto, che si possono contare così bene.
No, è una matassa che tiene insieme Il Tempo Perso, Ieri, Il Tempo Che C’E’ Da Qui A Là (beeello, quello: sembra lunghissimo), Il Tempo Che Ti Rubano Gli Altri, Oggi, Il Tempo Che Ti Rubi Tu, Il Tempo Per Restauri Alla Vita, Domani…

Nella matassa mica c’è separazione: il tempo è tutti i tempi e ciò non è male. Sta lì attorno come una nebulosa placida, come una grossa goccia o un mattone trasparente.

Il male c’è quando ti rincorre, quando le lancette sembrano mettersi d’accordo per diventare spadine, quando fa rumore e balla al passo di tachicardia, con quei suoi piedini ticchettanti.
Allora i minuti fanno la ronda, ad ogni giro d’ora si fanno sentire. Dalla mia cucina cantano con la voce del picchio, del cuculo, e pure dall’allocco, e di ora in ora mi pare che l’intervallo si abbrevi, che i minuti abbiano imparato a procedere a coppie. Vardali lì: persino a piramide, gli esibizionisti, sulla bicicletta. Passati in trentacinque…

Ecco, io sono in questa fase: coi minuti che mi fanno lo sberleffo mentre passano e le spadine e i piedini ticchettanti. Tutto quanto.
Insomma, la mia pigrizia sta subendo un durissimo colpo.
Sogno il bozzolo, la matassa, spero che i minuti cadano dalla bicicletta e che inciampino.

Cronache dal terrazzo 10.

Il merlo è immobile sul ramo del nespolo, consenziente. E’ muto.
(Si vede bene, stagliato contro il muro, che accoglie le cose e le fa ombre)
Gira il capo a scatti un po’ nervosi. Cerca il piccolino, fuori dal nido: sono giorni di cauta iniziazione.
(Ah c’è stato un gran gioco di richiami, fra le pause del cielo, proprio ieri)

Il merlo nel becco tiene un verme.
Ne avverti l’interna indecisione.
Fischiare non si può: il rischio è perdere il bottino. Ma il piccolo ha pure da mangiare…
C’è dunque da chiamare senza voce, con segni e saltelli forse da inventare.

D’un tratto ci si sente merli dal fischio imploso.
Sospesi sul ramo delle scelte.
La vita nel becco, fragilina, con la sua paglia di tempo e il suo filo di miele. Da tenere stretta, comunque, in ogni modo.

C’è che si vive di dubbi ed esiguità.
E la voce per dirlo trova un nodo.

Sì, 25 aprile

C’è un cielo scuro, stamattina.
Forse pioverà.
Peccato.
Ha da essere festa, il 25 aprile: un lungo respiro che sappia di colori, di gioia dello stare insieme a testa alta, senza paura o nascondimento. Una festa di giovani, con la voglia di correre per strada, di cantare con la voce forte, di abbracciare chiunque ti sorrida.
Questo mi diceva mio padre.

La mattina del 25 aprile si faceva bello, camicia bianca e prima giacca leggera di stagione: una scia di colonia per le scale.
Per andare alla manifestazione: salire sul carro, davanti al porticato, trovare le parole che fossero di orgoglio e di speranza, insieme. Libere e cariche di sogni. Libere ‘da’ un passato che gli stringeva il cuore e libere ‘di’ essere futuro. Un futuro con la vita buona. Con i progetti messi a cova, sotto la colomba grassa della pace.

C’è un cielo scuro, stamattina.
Non solo per nuvole di pioggia.
Nuvole di un passato che rispunta nell’arroganza di gesti e di parole, nelle derive piene di livore, nei porti chiusi, nelle leggi offese, nella faccia dura di simboli odiosi.

Contro questo, serve sgelare la memoria e la coscienza, e ‘fare’, fare per unire, dentro quel progetto fragile e bambino che i ragazzi di ieri hanno seminato. L’hanno chiamato “Costituzione” e questo nome ancora mi commuove.