Cronachette all’improvviso 1.

Hanno preso la nebbia.
Davanti alla mia finestra si è diradata di colpo, tanto che una stella natalizia (forse scesa in ricognizione) è ben visibile sulla facciata della casa di fronte.
La nebbia fitta adesso è in ostaggio nel parcheggio. Quello del Famila, pensato per una città tentacolare, non per un paese di campagna, con VENDESI quasi ad ogni casa.
L’hanno impallata, la nebbia, e spinta indietro, dove c’era la stazione porto, il cimitero delle cipolle.
Se ne sta lì, inquieta come un tappo indeciso se stare o scappare con una scia di schiuma.
E’ rotonda e morbida, bianca che di più non si può, neppure col candeggio.
I pioppi la guardano benevoli dall’alto.

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Dovevo dirlo

Sto lavorando, proprio adesso, al mio solito tavolo che dà sulla strada.

Alzo gli occhi e tra-vedo dalla finestra il cielo, grigio polvere (giornata incerta: volgere al cupo o schiarirsi? Tra un po’, tanto, verrà buio…). In fondo, un’apertura: una strisciata gialla, quasi spalmata da un pollice immenso. E’ come se tutte le foglie dei platani e dei tigli, ancora resistenti, si fossero staccate, insieme, e si fossero appiccicate lì, a far colore. In sospensione. Adesso può anche venir sera, mi dico. Lo slargo necessario, quello che da solo dà slancio ad un pomeriggio insipido, c’è stato. Va bene così.

Alto

Perché, se la città fosse stata dietro l’angolo, non sarebbe successo niente. Uno andava, contratti uffici forniture, poi tornava: prima di mezzogiorno si poteva esser già in officina, attorno a una Vespa, nello stanzone, in bocca al campanile.
Invece no. Tanto lontana la città.
Con quella strada in mezzo, mangiata dai fossati.
Le curve murate dalle case.
Non si arrivava mai.
Con la corriera vecchia, poi: ferma a ogni pisciatina di cane, paese dopo paese, col lamento dei freni e l’odore di benzina cotta.
Sul ponte di ferro, a passo d’uomo stanco.
C’era da restare inchiodati una giornata, ad andare in città.
C’era da tornar la sera, con lo stomaco a rovescio, le chiacchiere dei mediatori e la tosse degli operai.

Allora, in città si mandava chi vendeva il tempo: c’è che la distanza inventa i suoi mestieri, talvolta, e li affida a gambe buone.

Il ragazzone con la berretta di lana faceva il corriere anche per una busta sola, anche per un protesto da salvare all’ultimo momento.
Ci penso io, diceva.
E la giornata cominciava già dal finestrino, a ripassare i paesi uno a uno, il pacchetto o la cartella sempre in mano, perché un corriere ha da essere fidato e la consegna non si lascia neanche sul sedile. Si sta fermi, con il cappotto addosso, ben dritti per l’importanza del dovere.

Ma un giorno la busta non arrivò a destinazione.

Ehssì che era primavera: una mattina con la pelle chiara, sulle nebbie di una settimana. Con un cielo squarciato di stupore.
La busta era pesante: quasi una mesata di soldi, da portare di corsa alla bottega della moto, ché, si sa, i tempi delle banche….
Al negozio non si presentò nessuno.
Preoccupazione grande.
Si lasciò passare la giornata intera.

La sera, si andò alla casa del corriere.
Fu proprio lui ad aprire, un poco imbarazzato.
E i schei?, chiese l’uomo dei soldi, quello dell’officina, col pagamento a pendere.
Inghepiù,  disse l’altro, puntando con l’indice il cielo, volato tutto il giorno.
Proprio lì, al Migliaretto, non aveva resistito a quel cartello: viaggio fra i cieli £ 5000.
Tanti viaggi, per tanti cieli.
Quello sulla città rosa delle pietre vecchie e quello sui chiari d’acqua, col fiume che spalanca al lago.
Quello là in fondo sul boscone grande.
Quello sui quadretti e i cerchi delle case fitte, attorno ai serpenti delle strade.
E, in fondo, il cielo largo sul bianco della reggia e …

Ma parché?, chiese l’uomo dell’officina.
Parché l’era pran bel.

E che altro si poteva dire.
L’uomo dell’officina già sapeva.
In pianura il basso cerca l’alto.
Poi lo ama.

La bambina del freddo

Le notti dell’ inverno leggero erano scaldate solo dai respiri. E da certe padelline di ferro arrugginito, con le braci dentro.
Poggiate dentro una nicchia di legno, che teneva sollevate le coperte del letto, sgelavano le lenzuola, regalando un uovo di tepore, col profumo del fuoco.
Non sfacciato. Solo riflesso, nelle cose.
Ma le notti dell’inverno pesante avevano bisogno d’altro, perché la rampa delle scale succhiava il vento da fuori e lo sputava dentro, con certi mugolii nel vuoto che sembravano presenze.
Nei giorni di gelo, la notte era scaldata da una stufa a carbone.
Pettoruta e arrogante.
Posta a guardia del piano alto.
Una stufa dallo sportello a molla, rumoroso e avido di cocke a pezzi grossi.
Spandeva una circonferenza regolare di calore. Lungo il tubo marrone, i raggi si aprivano in un punto, come un ombrello che ha perso la tela.
Per i panni, perché il fuoco servisse anche ad asciugare.

La bambina amava le notti dell’inverno pesante, fin dai riti della sera.
Si poteva chiedere il gioco delle orecchie fredde, prima di andare a dormire.
Nonno consenziente, disposto a farsi un paio di giri attorno alla casa, per portare il gelo dentro. Bellissimo gioco quello di addormentarsi cincischiando le orecchie raffreddate dall’aria di galaverna, fra l’indice e il medio, con la carezza del pollice.
Bellissimo gioco quello di inventare il respiro trattenuto e la testa dolorante.
Si poteva chiedere posto nel letto mezzo, nella stanza grande.
Si poteva ottenere anche il gatto, in fondo ai piedi. Piangendo piano per un po’ (a singhiozzi appena bisbigliati).

Eppure, nelle notti dell’inverno pesante, il tempo cadeva strano anche nel letto mezzo : e le ore di ‘prima’ si confondevano con le ore di un altro ‘prima’, e il gatto in fondo diventava una mano di osso che trascinava, trascinava giù, in basso, lungo una scala che perdeva i gradini. E la scala che perdeva i gradini diventava una strada senza sassi in discesa: la bicicletta non aveva più ruote e la voce moriva senza riuscire a chiamare.
A quale ora la strada muta si faceva pioggia contro le finestre o pozzo con la fiamma dentro?
La bambina era dritta nel letto, con la voce che non tornava e la stanza che si stringeva attorno.
E allora vedeva.
Dallo sfiato della porta entrava la fiamma.
La fiamma era un brandello di carne appesa, una spalla con il braccio, un braccio amputato, senza una mano.
Faceva paura quel corpo monco e acceso e penzolante.
Verranno le formiche rosse, perché dove c’è la carne ci sono le formiche rosse, come attorno all’osso del cane, pensava la bambina.
E le formiche salivano sul letto e s’infilavano sotto le lenzuola, camminavano lungo la gamba che sembrava fredda all’improvviso, mentre la carne continuava a sbattere a sbattere. In alto, all’altezza della porta.
Verranno anche le vespe, pensava la bambina.
E le vespe ronzavano ed erano quelle dell’orto, ora vespe d’inverno col pungiglione di gelo.
Il tempo restava un nastro nero, squarciato di rosso carne.
La bambina sentiva il peso della stanza addosso.
Tutta la stanza coricata sul letto.
Nell’unità indistinta.
Nel fermo lungo che non ha ‘prima’ e non ha ‘poi’.

Solo la mattina metteva le cose a posto.
La madre toglieva dai raggi dalla stufa la camicia del padre, non più rossa per il riflesso della stufa.
Bianca e asciutta.
Sparivano formiche e vespe.
Il tempo tornava alle campane e si muoveva sulla sveglia.

Alberi

Di fronte alla strage di alberi di questi giorni mi è tornata alla mente una vecchia scrittura. Era nata da una conversazione con una cugina cara, che mi raccontava della sua bambina. Matilde, un giorno, le dice ” hai un albero sulla fronte”,   un albero di piccole rughe, forse una nuvola scura, un pensiero a grinze, una piega improvvisa …

Mi ha intenerito questa immagine vegetale che ferma, diventandone stampo, uno stato d’animo di passaggio.
Ho pensato, allora, a quante volte alberi, maternità e infanzia percorrano insieme un tratto di significato e stringano un patto.
Così, senza preavviso, è risalita in superficie una poesia, che se ne stava annidata a far granaio da qualche parte.
E’ di Sergei Esenin.
Là dove il sole sorgendo innaffia
con acqua rossa le aiuole di cavoli,
un minuscolo acero succhia
la verde poppa della madre.
C’è un acero minuscolo “là”, in un punto senza nome e senza estensione, un punto che riassume l’orizzonte e annoda cielo e terra, due “maxima” spaziali, senza soffocare ciò che è infinitamente piccolo ed esile.
Compendiati in un unico ciclo vitale, tornano tutti gli elementi della natura, che rinuncia all’abito da festa per essere soltanto campagna, orto di cavoli, luogo-casa di cura e nutrizione.
E qualcosa accade, infatti.
Arrivano i colori, a rafforzare il senso delle cose.
Il sole presta il suo rosso, ovvero la sua luce.
La terra presta il suo verde, e quindi la morbidezza dell’erba.
Delicati, amorevoli transiti.
Nel dono il sole diventa acqua, la terra diventa madre.
Il “minuscolo acero” entra nel gioco e si fa lattante che succhia dalla “verde poppa” questo fluido passaggio delle qualità, questo cedevole trasmutare degli aspetti.
Assorbono la scioltezza del cambiare, gli alberi.
Sanno essere crocevia di mondi e di scambi.
Come i bambini.
Per questo da loro si lasciano riconoscere, anche su una fronte.

Sono tante cose gli alberi: non si ricostruiscono. Quanta maternità si perde, insieme a loro…

La bambina della visita

La bambina non sapeva.
Non sapeva se essere contenta o un poco triste.
Per essere tristi, il motivo, a ben vedere, c’era: la supplente, con la veletta nera in testa, era entrata in classe trafelata.
La mamma della vostra maestra non c’è più, poverina. Non aprite neanche le cartelle, si va in visita. L’ha detto il direttore.
Ma anche il bello stava proprio qui.
Niente quaderni, niente esercizi e neanche operazioni. Una mattina a gambe all’aria, con l’intervallo raddoppiato dall’uscita.
In giro, per l’aula, sguardi d’intesa dietro quel pensiero e facce d’occasione, un po’ contrite.
A serpeggiare era un senso di sollievo clandestino, quello che arriva quando ci si sveglia la mattina nel silenzio della neve alta: la scuola sprofonda a mille miglia di distanza, irraggiungibile nel freddo, così si torna a letto, fra le lenzuola calde che sanno di vacanza.

Lungo le scale e il corridoio, in testa la supplente, un corteo di formichine nere, fra ssssccchhh silenziatori e passi cadenzati. Forte la voglia di farsi sentire dalle classi escluse, nel privilegio di una passeggiata imprevista ed elettiva.
In realtà bastava attraversare la strada: la casa della maestra era a due spanne, con la finestra ad arco, il vetro un poco funerario, ruvido e increspato, come di carta pecora.
Più che una casa pareva una cappella.
La bambina, ferma nell’ingresso, insieme alle altre scolare intimidite, si guardò intorno: l’atrio era vuoto, pavimento di marmo così lustro da sembrare ghiaccio. Le porte laterali tutte chiuse e questo andava bene: si era venuti per la maestra viva, per consolarla del dolore, mica per altre cose.
A mettere soggezione era la luce: non arrivava dritta, faceva gioco col vetro smerigliato e si stampava, violetta, sui muri dell’ingresso. Lì imperava un grande crocifisso. Nell’aria, intanto, l’odore di un cesto di garofani con un nastro nero dava il raspo in gola.
Erano proprio i colori e i profumi della chiesa triste, quando il venerdì santo si andava in processione a fare la via crucis.

La supplente diede la voce e la maestra scese dalle scale, con gli occhi stanchi. Le abbracciò tutte, ad una ad una, disposte in fila indiana, in un mormorio un po’ chioccio, e tanti grazie grazieì in coda, sottovoce.
La bambina non sapeva.
Non sapeva se c’era da rispondere con slancio, magari mettere la mano sopra un braccio come una carezza, o almeno dire qualche cosa.
La Gabri, sì, aveva capito come fare: era la cocca e adesso singhiozzava sulla spalla maestra e tirava su col naso.
La bambina, quando giunse il suo turno, restò fissa impalata: neanche una lacrima arrivava, neanche una putina, una quasi goccia che si ferma fra le ciglia e resta lì, incerta se uscire o rientrare. Niente, eppure ci provava e pensava a suo nonno, che non c’era più, per farsi venire un poco di magone o almeno un’espressione addolorata.
La prima volta in un abbraccio non di casa sua, straniero. Non servì annusare la cipria di quella pelle aliena, così diversa dal volto di sua mamma.
Si ritrasse, con la paura di essere sgarbata, ma proprio in quel momento la porta più vicina si spalancò di scatto, come un occhio impaurito. Forse un colpo di vento, venuto a far l’intruso dalla finestra aperta.
La bambina non voleva fare la curiosa ma seguì l’aprirsi della porta con lo sguardo.
C’era la stessa luce livida, nella stanza, ma un raggio filtrò dall’impannata, un raggio di sole ottobrino che non accetta di spegnersi del tutto. Tagliò e illuminò, svelando.
La bambina vide non un letto, ma una tavola, lunga e scura.
Due piedi nudi e colore della liscivia spuntavano dal lenzuolo bianco e ben tirato.
Solo due piedi, e uno con un fazzoletto annodato alla caviglia.
Due piedi. O forse due zampe, come quelle dei colombi viaggiatori, che hanno gli artigli e lo spago, legato a trattenere un rotolino di parole dentro a una cartuccia.
E’ volato in cielo, dicevano a casa sua per annunciare che qualcuno si era spento.
E lei pensò che era così davvero.
Dopo, si diventa uccelli, pronti per il volo, forse con un messaggio da portare in alto.

Le Onoranze tardano a venire, si scusò la maestra, richiudendo la porta.

Pensieri in fuga 18.

Sto pensando ai fili che collegano i pensieri alle parole.
I pensieri vivono nel disordine della fluidità: non hanno stacchi né separazioni, si muovono con l’andamento dei sogni, ad anse lente e tangenti. Onde pigramente mobili. E sovrapposte.

Le parole hanno bisogno di distanza. Le mie, almeno, da sempre cercano la differita.
Per questo ripercorrono spesso la strada del ricordo. Per questo stanno bene nell’attesa.
Ricordo e attesa sono i due modi della distanza temporale. Le due direzioni.

I giorni del silenzio, mi dicevo una volta, hanno l’ovatta intorno: non cose, non persone, non parole. Solo pensieri, invece, a fare fitto, a prestarsi paure rasoterra, domande che s’arricciano come bruchi e brevi respiri di sollievo.
Senza distanze.

C’è solo da accoglierli.
Nell’elogio della pazienza.

La bambina dello zucchero

La bambina non sapeva dove stare.
Sarebbe salita volentieri per quelle scale di marmo così bianco e ci sarebbe scesa, facendosele tutte col didietro, gradino per gradino: sentire il freddo liscio sulle gambe e passare la mano sui ferri di ringhiera.
Ma la casa era grande e non la conosceva.
E poi l’Armida s’era raccomandata tanto. Ferma, doveva stare ferma. E zitta. E non chiedere niente: sua mamma sposava, finalmente.

Erano arrivate la mattina presto, sul furgone di Bindo, loro due: i fagotti della dote, con la mezza dozzina di lenzuola, il paletò di nozze per la sposa e la sottana nuova, sua, col bordo di passamaneria, due giri tutt’intorno.
L’Armida era restata a casa, forse per via del suo grembiule vecchio, pensava la bambina.

Alla bambina pareva cosa bella, questa del matrimonio.
Starete in una casa vera, anche col bagno, le diceva l’Armida, che aveva un suo modo quieto di prenderle i capelli e di tirarli in treccia, assieme alle parole. E vedrai tutti i giorni tuo papà.
Ché, lei, suo papà, lo vedeva solo la sera della festa, quando veniva lì, ai Torelli, a parlare fitto con sua mamma, nella stanza chiusa. Per lei, c’era e non c’era: la prendeva in braccio qualche volta, e la guardava in faccia, come nello specchio. La metteva giù e se ne andava via: sua mamma restava col nervoso e l’Armida piangeva.
Finiva a stare male, il giorno della festa.
La vecchia a dire disgraziata come me.
La giovane a lavare i piatti e a sbatterli sul piano di graniglia, velenosa. A parlare col muro di una figlia senza nome e adesso…
Alla bambina veniva voglia di sapere chi era mai quell’altra figlia senza nome, ché, lei, il suo, ce l’aveva eccome, con la luce dentro e forse anche le lucciole, e sapeva già scriverlo per terra, con il bastone di robinia dolce. Taceva, però, e ballava intorno alla tavola, in quella casa di donne e basta. Perché questo era da fare.

Poi una volta era arrivato ai Torelli suo papà e non era festa.
E’ morto, disse, ‘st’inverno ci si sposa, prima che nasca l’altro.

Quel giorno. Tutto pareva di silenzio lustro, nella casa dov’erano arrivate: le porte con la cornice intorno, gli specchi e le finestre alte.
La bambina non sapeva dove stare.
Sua mamma di là, a puntarsi la veletta, il cappotto poggiato sul divano: neanche una parola.
Suo papà nel bagno lì vicino, a infilare la camicia bianca, e la vecchia mai vista, con la giacca in mano.
La bambina scostò la porta del servizio e provò un sorriso, piccolino.
Va’ a prendere lo zucchero, di sopra, dentro l’armadio delle scale. Per il caffè dei testimoni… disse la voce nuova.
La bambina salì le scale più presto che poteva: c’era da farsi voler bene.
Lo zucchero stava nel vaso grosso: meglio prenderlo con tutte e due le mani, a costo di far senza ringhiera.

Le scale di marmo così bianco diventano burro, all’improvviso, o lacci traditori.
Lo zucchero per terra brillava in mezzo ai vetri.
Un luccichio a punte.
Alla bambina tornò, come un sapore agro, la storia bella dell’Armida.
La contava di sera, quando il sonno tardava e il vapore fermava sul muro la forma dei mattoni.
Storia di principessa e granellini, il dono delle fate. Da non sciupare mai, da tenere più cari della vita: gli azzurri per l’acqua, i gialli per il sole, i bianchi per il bene. I bianchi per il bene.

Si mise a piangere, forte, col singhiozzo.
Lacrime di zucchero e di malinconia, di granellini scappati per le scale. Bianchi.
Tutti pensarono si fosse fatta male.

Pensieri in fuga 17.

‘Spinello’ è una parola che mi fa venire in mente l’odore dell’olio 31.
E allora mi metto a ridere.
Perché mi riporta alla mia capacità di essere imbranata in qualsiasi situazione: basta prenderne una a caso e so darne una interpretazione estemporanea, ma adeguata.
Io non fumo: per una questione di imprinting.
Non fumo proprio nessuna cosa: l’odore delle sigarette mi dà fastidio, il fumo mi fa venire male agli occhi, mi chiude il naso e via scocciando. Però non disturbo chi fuma: gli chiedo solo di farlo in bagno, meglio se chiuso a strati nell’armadietto Billy, o sul terrazzo sotto un sole torrido o passeggiando davanti a casa nei giorni di gelo. Solo questo.

Bene. Questa è la premessa.

In uno dei miei primi anni di insegnamento (decisamente diverso tempo fa, quindi), capito in un Liceo di città, la stessa in cui mio padre, da pendolare come me, riveste una carica molto esposta.
Una sera di gennaio avanzato, la riunione a scuola finisce tardissimo: sessanta chilometri di nebbia fitta, e pure sul ghiaccio, spaventano anche i coyote. Da fare in macchina: impossibile. E non ci sono più treni.
Sono con un’amica cara, del mio paese, con me nella stessa scuola.
E con un altro gruppetto di prof. pendolari e stanche.
E con la nebbia a parete, cui si può appoggiare una bicicletta, senza farla cadere.
Telefonata a casa.
Mio padre mi fa: si dorme lì, pensione V., dove vado sempre io. Mi conoscono, vedrai che vi trovano ‘na stanza.
Si fa così: danno a me e alla mia amica la stanza di mio padre.
Alle altre due colleghe una contigua.
Si va a mangiare una pizza, si ride come si può ridere solo dopo un collegio docenti, quando la vita ha il sapore di un’evasione e tutto ti pare leggero leggero, anche se c’è la nebbia.
Si va in camera: pensioncina piccolina, stanze con muri di vetro: quella dei padroni sullo stesso piano.
Dopo cinque minuti dalla buonanotte collettiva, bussano alla porta della stanza: sono le altre due colleghe che ridono e ridono, entrando con fare furtivo.
Ci fumiamo uno spinello: dicono. In compagnia.
Spinello?
Mai visto da vicino, io.
Molta letteratura in proposito, avanzata e improntata ad un sano antiproibizionismo, ma nessun desiderio di presentazioni ravvicinate. Né contatti.
Sotto sotto, però, mi lavora per bene la vergogna di parere una di campagna e pure bacchettona, una di strapaese, mai stata in treno, mai vista una credenza.
Le due fumano.
Tranquillamente e odorosamente.
Non gliene può importare di meno se noi non si condivide.
Nella stanza c’è l’odore che immagino appartenere ad una fumeria d’oppio. È dolce e appiccicoso.
Naufrago nell’imbarazzo, che mica è legato alla fumatina in sé, ma a quella fumatina nella MIA stanza, che poi è la stanza di MIO padre, nella pensioncina di MIO padre, nella città di MIO padre, in cui MIO padre può fare una brutta figura.
Mio padre comincia a sembrarmi gigantesco.
Potrebbe uscire dall’armadio e dirmi… belle cose che fai in giro e io non mi stupirei. Anzi sarei felice se lo facesse subito, almeno mi tolgo il pensiero.
Mio padre comincia a sembrarmi un gigantesco aspirapolvere che può sentire l’odore spinelloso stando a casa sua.
A sessanta chilometri.
Ancora di più lo potrebbero sentire i proprietari della pensioncina.
Allora geniale intuizione: spalanco le finestre e mi metto, con l’amica che mi conosce a memoria e ha la mia stessa disinvoltura di marmo, al davanzale.
Come le sorelle Materassi.
E facciamo anche finta di avere caldo: pertanto ci facciamo vento.
La gente passa sotto le finestre e guarda in su un tantino perplessa: due ragazze alla finestra di un alberghetto che si sventagliano a mano aperta.
Realizziamo che forse non è un gran bel vedere.
Le due finiscono e se ne vanno, ridanciane e spensierate. Noi restiamo pensierose e col mal di testa, lì, a spolverare l’aria e a versare ovunque gocce di olio 31.
La stanza sembra la succursale di una caramella svizzera.
E noi ora ridiamo come cretine.
Uno spinello all’olio 31.
Altroché.

Pensieri in fuga 16.

Mi si è scolorita la tastiera.
Mi sono morte lentamente la ‘n’, la ‘m’ e la ‘l’.

Questo getta ombre sinistre sulla mia scrittura (vagamente sbiancante: toglie colore? scioglie le lettere, specie quelle liquide, effetto candeggina?).
Vero è che la faccenda mette in cattiva luce anche le tastiere.
Ne parlavo per lettera a un amico, tempo fa: le tastiere, bisogna avere il coraggio di dirlo, hanno cattivo carattere.
Abituate a stare in basso (rispetto al monitor), secondo me coltivano complessi di inferiorità che le rendono vendicative.

Le tastiere più altezzose sono legnose e accompagnano il movimento delle mani con un ticchettìo lievemente tedesco. Ne escono scritture segaligne, che sembrano aver fatto le scuole in certi austeri collegi nordici.

Le tastiere più sensibili schizzano subito: silenziose e operose, sembrano pattini. Vuoi scrivere una ‘g’? In rapida successione fanno fitto sul monitor anche una ‘f’ e una ‘h’ . I tasti si muovono con la forza dei pensieri. Ne escono scritture ubertose, coi pampini e le foglie, docili alle idee.

Le tastiere più bugiarde, invece, hanno i tasti falsamente morbidi e retrattili, in realtà affondano solo per prendere la spinta sufficiente a creare un molleggio terribile, che assomiglia al beccheggio di certe imbarcazioni, portatore di mal di mare. Ne escono scritture vibratili ed emotive, dal sapore tremulo e ottocentesco.

Un caso a parte sono le tastiere come la mia: hanno dei momenti di auto-esaltazione che alternano ad altri di depressione.
Premi un tasto e quello si rigenera: batte le ciglia e scrive tre, quattro volte la stessa lettera, come se dicesse “visto che efficienza?”. Poi si sgonfia come una vescica e ti lascia intendere che è esaurito: si blocca perché si sente un tasto doloroso della tua vita. Lo premi a vuoto, lo senti chiuso nel suo incanto. Tasto autistico.
Tu gli sussurri… “dai, su … vero niente, nel tuo genere sei anche un bel tasto”: se si riprende c’è qualche speranza, altrimenti bisogna pensare ad una protesi…
Il risultato è comunque una scrittura diseguale: a volte un po’ ripetitiva, a volte muta come certe acque troppo quiete.

E ora?
Che scrittura uscirà dai tasti bianchi?
La pagina crepita a nuovi spazi d’indecisione

La bambina della sala

I ricci lisciati sulla tempia, con il pettinino, lasciavano scoperto un po’ l’orecchio, di orlo sottile e delicato.
Mentre metteva l’orecchino, il collo si piegava in curva dolce, i capelli calati sulla spalla.
Era così bella e giovane, sua mamma.

Tu hai da stare a letto, però le aveva detto. Stretta, anzi un po’ dura.
Ma come si faceva?
Da sola, in quelle stanze: la paura sapeva salire per le scale, cavalcando scricchi e cigolii, e poi picchiava al petto, alle tempie e metteva il nervoso nelle gambe.
Lo sapeva, sì, che ad arrivare era solo la vecchia età del legno, non una strega, non un qualche babau tutto imbrinato.
C’è che la paura non sente le ragioni.
Lo sapeva, sì, che in un attimo si poteva uscire: due passi ed eccola in sala, nel teatro che il nonno riscaldava con una stufa grande come un forno.
Se hai paura traversi il cortile, poi resti lì con me, alla cassa. Stacchi i biglietti tu, che il nonno sarà in chiacchiere, lo sai, la Matilde sua nonna l’aveva messo bene in chiaro.
Ma come si faceva, se sua mamma non voleva?
Ascoltare una e non l’altra era una maniera per farle litigare.
(Porte sbattute, rinfacci per le stanze, sua mamma a piangere e a dire che non era colpa sua)

La musica arrivò come un invito, assieme ad un grattare, forse di unghie roditrici.
Fu già in piedi, allora, con il vestito buono e i capelli tirati con le dita.
Sua nonna non le disse niente: cominciava a farsi un po’ di gente, sul filo di ‘Amapola, dolcissima Amapola, la sfinge del mio cuore sei tu sola’.
Era una festa messa su di fretta, per gentilezza d’una fisarmonica. Ché, poi, bastava un ragazzo in vena di mandòla o Clio, se dal suo violino frizzava quel suono brillantino che metteva ai piedi la voglia di ballare.
La bambina guardò intorno la sala: ai lati, fiancate di poltrone, per fare spazio in mezzo, e le assi per terra appena impolverate.
Nascosta fra la tenda rossa, per seguire il ballo uscito dal violino.
‘Maria La-O lasciati baciar,
Maria La-O tu mi fai sognar…’
La vide finalmente, la sua mamma, col vestito di rasone spesso, le stelle, le rose e tante piroette.
Eppure la gente guardava e poi rideva.
Il vestito, i sandali, la zeppa … Andava tutto bene. Persino il cavaliere.
Eppure la gente guardava e poi rideva.

Quando nel ballo le giunse da vicino, vide che dietro, proprio sul fianco, anzi più giù, stava incollata una caramella, gialla e rotonda, beffarda e appiccicosa come la risata grassa della gente che ruotava intorno, e guardava e rideva, guardava e rideva.
Anche il violino sembrava ridere di naso e le luci e le donne poggiate alle poltrone.

La bambina sentì lo schifo in bocca, forse il caldo o la polvere.
Forse la vergogna. Anche quella vecchia, di un padre che non c’era e non si sapeva, e dei silenzi in casa, alle sue domande.
E le pareva di vederla, quella mano d’uomo, prendersi confidenza con sua mamma, toccarla per sporcarla con il gesto, un gesto sciocco di sprezzo e derisione .
Solo sperava che sua nonna non vedesse o almeno non dicesse a sua figlia quelle parole brutte, tirate dietro, pesanti come schiaffi.

Sua mamma ballava e non sapeva nulla.
Era così bella e giovane, sua mamma.

Pensieri in fuga 15.

Settembre di giorno è ancora l’estate, di sera e di notte non più.
La civetta lo dice, vicina alla casa.
Di notte l’odore  di ciancia torna a battere nei vetri.
E’ di zolfo dolciastro e di altro.
Della barbabietola ha solo il fresco di cetriolo maturo.
Racconta la fabbrica che c’era.
Coi suoi rumori (o clangori) secchi e ritmati, andava e andava: zampettio di cingoli e luci, e operai nascosti chissà dove a sudare.

A ricordarne l’odore, viene voglia di cercare i vapori, o almeno le strie dei carri, per terra, o la gente ai cancelli a guardare questo circo da poveri, che non costa niente.
La fabbrica è spenta, da tanto.
Tana di gatti, che la notte colano lungo i muri, senza rumore, come miele dal vaso.
L’odore viene da lontano, portato dal vento.

Perché anche i luoghi hanno fantasmi, a saperli annusare.

Ci son storie fatte d’odori che restano in gola come carta vetrata.

La bambina del bosco

Perché piovesse sempre, quell’ottobre, sul bosco della Mesola, non era dato capire.
I vecchi lecci sembravano più curvi e le tamerici toccavano terra sotto il peso molle dei rami.
Il vento spostava fasci d’acqua.
Abitare proprio sul ciglio, in faccia al bosco, per via del padre guardiano, era come stare davanti a un sipario verde e gocciolante, che sbatteva e si arricciava a scatti.
La bambina guardava la pioggia cadere di stravento e le pareva che ogni goccia si portasse via tutti i resti dell’estate e facesse arrivare il freddo a grandi passi.
Con tutti quei fratelli in casa, nella cucina stretta, c’era solo da sperare che la barchessa non facesse troppa acqua dal tetto e i più piccoli sfollassero lì, a fare confusione.
La barchessa era di tutti e di nessuno, un vuoto pieno, che faceva squadra con la stalla e coi servizi bassi, destinazione per gli attrezzi e per i giochi dei giorni piovosi o troppo caldi.
Il carretto di legno per gli sfalci, forche e tridenti appesi, il braciere nell’angolo più asciutto, buono anche per il bucato grande.
A ridosso del muro della stalla, stava il tavolo lungo: sapeva di pino e di salmastro, l’odore che il delta spalma sulle cose nel lento slargarsi del Po, quando gli argini non tengono, non fanno resistenza e si slentano per accogliere il mare.
La bambina amava quell’odore che soffiava e dal fiume e dalla costa per poi incontrarsi nel verde delle piante.
Lo sapeva di stare a un crocevia di mondi, dove ogni rumore e profumo raccontava del vicino e del lontano.
Ma ora il cielo non smetteva di macinare acqua e acqua, e il fango riempiva l’aria col suo sentore di palude.
Sì, ottobre portava in anticipo tristezza: fra le lenzuola stese in casa correvano parole d’apprensione. L’estate non era stata buona, l’orto avaro di patate, la stalla vuota già da tempo, adesso legnaia di fascine.
Il padre aveva il pensiero dell’inverno e quel giorno si mise ad incollare i fogli di giornale sui muri della stanza. Per tenere più lontano il freddo, già a novembre: un aiuto alla stufa, lui diceva, l’aveva visto nelle baracche di Goro, giù nel delta.
Più avanti si farà l’intonaco, rinnovava la promessa.
La cucina sembrava ancor più stretta, adesso: tappezzata di scritte tutte nere, rendeva visibile il bisogno.
La bambina sapeva dimenticarlo a primavera, quando il bosco tornava a germogliare con i pudori dolci delle gemme e i ciuffi teneri dei pini. Si andava al bordo della palude grande ad aspettare le tartarughe sveglie.
Anche d’estate si viveva bene: fuori tutto il giorno e la sera insieme, con la coperta gettata sopra il prato, ad ascoltare i gufi.
Ma ora il cielo non smetteva di macinare acqua e acqua, e in casa c’era l’acre della colla fatta di farina, l’umido dei muri gonfi di bolle e di spessori. Il fuoco acceso della stufa, per asciugare meglio, cuoceva anche l’odore e lo spandeva intorno.
Persino le voci dei bambini che giocavano a terra parevano più grigie, dentro un pomeriggio pigro e lento.
Dovette capire il padre che qualcosa bisognava fare.
Uscì nella barchessa.
La bambina lo sentì trafficare col paiolo e il braciere, poi vide la madre uscire.
Rimase in casa per non sciuparsi la sorpresa.
Aspettò che il fischio di suo padre, quello che annunciava il suo ritorno a casa, chiamasse a raccolta sotto la tettoia.
Portate i cucchiai, che sono nel cassetto, era allegra la voce e piena di promesse.

Sul tavolo lungo, a ridosso del muro della stalla, tante foglie larghe di fico: sopra, un triangolo di zucca che fumava, arancio e caldo, col suo profumo di zucchero salato.
Come mangiare il sole col cucchiaio, scottarsi e ridere, guardando la pioggia che cadeva.

Paradisi

Le avessero chiesto dov’era il paradiso, si sarebbe fatta il segno della croce, poi avrebbe detto qui.
Qui era una fetta di terra sfragolona. Grassa e scura.
Si apriva a zampa di gallina: una strada per ogni grifa.
A un crocevia di venti e di speranze.
Qui era il caseificio della Stoffa, e suo marito dalle mani grandi. Voluto ad ogni costo.

A niente le prediche del padre, sempre a dire con quattro femmine c’è da vedere chi ti viene in casa.
A niente gli sguardi lunghi in chiesa, quando, con la veste azzurra, arrivava alla messa, fiera e diritta, in mezzo alle sorelle. Per lei c’era chi avrebbe dato intera la cascina.

E pure rideva ai baci dei soldati, che arrivavano brevi sulle dita dalla caserma in ozio, vicino all’ospedale, in quella Ferrara accesa di mattoni, come sa esserlo nei giorni della festa.
La Zoraide le richiudeva presto la finestra, ché alle zie questo tocca fare, ma quasi le sembrava di essere cattiva.
La Elsa rideva e il suo cuore ritornava a casa.

Certo le piaceva sentirsi riguardata, ma, il suo sposo, già se l’era scelto.
A costo di non gemellare le terre con nessuno.
A costo di farci la scappata.
Così.
Col treno fino a Mantova.
Da soli.
Poi il matrimonio, senza vergogna per quel grembo glorioso da regina. Regina della Stoffa.

La corte, presa in quell’amore, cedeva alla semina, nell’orto e nella stalla.
Gentile come una tasca gonfia che si scuce.
Piselli dolci già da maggio e certe rose di radicchio rosso che sembravano crescere da sole.
Latte e burro, di quello con il cigno, impresso con lo stampo fine.
La forma intera, tagliata per Natale. Grana di quello buono, senza callo.
Persino gli scarti da dare alle galline, che chiamavano per l’uovo, la mattina.
E poi le sere lunghe, nella stanza quieta. Sola col telaio, a camminare con le mani, insieme alla navetta e al filo.
Tutto per sapere che questo è paradiso: fare e raccogliere, fare e trovare risposta alla fatica, buona se non lascia a mani vuote.
Le cose al loro posto, né tante né poche: nello stesso luogo.
Anche la paura.
Quella che arriva con la tosse del freddo, con le nespole gelate in tramontana, con le occhiate della madre, lì, apposta per guardarle il petto e dire Adesso, ancora?
Coi giornali con le scritte nere, che sporcano le mani, anche i pensieri, con un inchiostro difficile a levare.

Sì, venne la guera.
La guera spirulet che tira fuori casa, anche se non vuoi, anche se la bambina è nata con le febbri, anche se il caseificio non marcia senza braccia e il libro del latte resta senza croci.
Marito partito caldaie spente.
Lavorare o andare, dissero i padroni.

Allora la Elsa sentì il freddo della porta che si chiude.
La sua guera l’aveva già perduta. E pure il paradiso.
Non prese la strada per la sua casa di ragazza.
Se vi stringete un po’, disse alla suocera, a mi e li putini a ua ben la camara dal tler.

Lessico&ricamo

Per me il ricamo significa cucina.
A casa mia si ricamava in cucina.
Soprattutto il martedì, perché dall’edicola del mio paese arrivava, con la sua copertina cartonata, ma morbida e rosata, Mani di Fata.

A me piaceva per il nome, che era un programma fiabesco, una promessa di racconti.
Dal giornale di mia mamma, invece, non uscivano le fiabe: uscivano decalcomanie strane con l’inchiostro lucido in rilevo, ghirigori, pulcini, nastri, fiori, lettere dell’alfabeto, che si ripassavano a rovescio, col ferro da stiro caldo, e restavano lì, sulla tela, in attesa di prendere pienezza dai fili.
Il ferro da stiro lasciava, sul panno umido e reso scuro dalle ferrate, l’odore del pane biscotto: era quello l’odore del rito, che preparava le scelte dei colori e dei punti.
Mia mamma commentava i disegni con mia zia e con mia nonna, in un linguaggio spesso indecifrabile: punto quadro, mezzo punto, punto croce, punto a piqué.

Era un lessico a volte rubato alla natura (punto erba, gigliuccio, punto ombra, punto margherita, punto mosca) o ai libri di avventura, tanto i nomi erano esotici ed evocativi (punto Tunisi, punto Rodi, punto rumeno, punto Palestrina, punto corallo, punto cretese, persino la Stella Madeira e la Croce Maltese!).
Così, oggi, quando penso al ricamo, resta forte la memoria di quell’incanto.

Penso al senso di una bellezza che nasce come un testo o una pittura, da un foglio vuoto o da una tela bianca, e poi prende forma sulla traccia di un’idea, di un disegno o magari di una linea retta o curva, costruita con piccoli punti di ago e di filo. Una bellezza che si dischiude piano piano e si fa oggetto, in confidenza con la vita e/o con il corpo.

Penso alla perizia affettuosa che lo sostiene, perché il ricamo è techné e cuore, ingegno e vitalità espressiva, che non ha niente da invidiare ad altre forme di espressione.

E penso, ancora, a quanto poco si ragioni sul valore dei saperi nati dalle mani delle donne e sulle parole che sanno dirli.