25 aprile

Lei racconta che era ragazza: sentiva qualcosa che cambiava e non capiva bene.

Una primavera a voce bassa e di sole sottile.
Con l’ombra dell’inverno a fare freddo, ancora.
L’inverno con i morti ragazzi, partigiani, ragazzi di lì, fucilati nel ghiaccio di un poligono, un poco più lontano.
Portati via dalle brigate nere nell’otto di dicembre, la festa dell’immacolata.
Il più bello preso mentre serviva all’osteria del padre. La moglie a vedere, con il gelo dentro e la bambina in braccio.
Messo sul camion, insieme col fratello, che poi s’era salvato.
E il padre che, al nome dei suoi figli, diceva sono io e voleva andare lui, al posto loro.
(Il vino che correva per la strada e sembrava già sangue in mezzo ai vetri e ai biscotti secchi)

Lei dice che un conto è perderli in guerra, ma vederseli prendere così, davanti agli occhi, dopo la Russia e l’Africa, e tanta Jugoslavia fatta a piedi… Così, per rappresaglia. Ché mica avevano ammazzato. Sabotaggio e tanta propaganda, questo sì. E l’aiuto a chi voleva star dall’altra parte, questo sì.

E si ricorda che al più bello piaceva portare il feltro sulle ventitré e se lo aggiustava con un colpettino.
Quando entrava nel forno, a cercare pane per l’osteria, incantava meglio di Clargabol, sornione e di battuta pronta.
Al vecchio Bigin, allora, che non rubava mai a nessuno, toccava alleggerire le infornate portate alla cottura, giusto per mettergli insieme qualche copia.
“Mi toccherà dire alle donne che il forno vuole la sua parte e se la brucia”, e fingeva di sbuffare un poco.

E si ricorda la faccia anche degli altri: ragazzi come ce ne sono tanti, belli pure loro, come si è a vent’anni, ragazzi da farsi una famiglia o tenersela ben stretta. Invece macché.
Erano quelli della radiolondra, di notte nel retro d’osteria, quelli – poi s’era saputo – delle riunioni nelle capezzagne al buio, incuranti dell’aereo Pippo che passava e teneva fermi in casa, con la carta blu a far da pelle al vetro.
(Una coda di bengala come di cometa e le bestie nelle corti, invece, a imbizzarrirsi)

Lei dice che, prima, sapeva e non sapeva.
Ché il suo moroso, il fratello che poi s’era salvato, non rispondeva a niente e spariva e non c’era modo di fargli dir le cose, neanche la sera quando l’aspettava fuori dall’ufficio per accompagnarla a casa: qualche minuto insieme a una promessa. E c’era così freddo che il fiato si faceva nebbia.

Sa di certo che era stato l’inverno delle bombe e della fame: il ponte del paese grosso già non c’era più, la chiesa con squarci da far pena. La gente sfollata, a cercare casa dove si poteva. Nelle stalle e nelle porcilaie, con le corti che aprivano l’uscio e non tenevano più nemmeno il conto.
I boschi dei pioppi avevano tremato ed era già febbraio, coi tedeschi sempre più cattivi, con Pippo che passava ogni nottata, i rifugi scavati dietro gli orti, lontano dai muri, coperti con le frasche.
(I nonni con il cuore in gola, ciascuno a pregare con la propria fede: avevano già perso ogni cosa, maledettalaguerra )

Poi era venuto aprile, dice: i giorni del venti e giù di lì.
Il 23 mattina gli americani erano vicini (cannocchiali sopra il campanile)…
E i tedeschi parevano impazziti e cercavano di passare Po: coi corach delle cove, con le botti e le porte scardinate, con le tavole di legno e gli assi del bucato, ché, i gommoni, i capi se li erano già presi.
Certi come bambini di occhi tondi, altri che entravano e prendevano.

Lei dice che nella confusione, nel correre a nascondersi e aspettare, era scappata a casa dall’ufficio e si era trovata un cavallo, proprio in mezzo a strada.
Grigio chiaro chiaro: tedesco e pareva figlio di nessuno.
Che colpe mai poteva avere?
Ebbe paura che lo facessero annegare e lo portò dentro il suo cortile, dietro la pila della legna.
Lo tenne nascosto per due giorni, poi lo accompagnò dagli americani.
Era il 25.
Si poteva piangere e ridere, insieme.
(per non dimenticare, in questi giorni bui)

Spirea

Vorrei saper raccontare la bellezza bianca della spirea in fiore, così minuta e delicata: un candore esploso in un attimo e quasi abbagliante.
Ricade a fontana con i suoi mazzolini raccolti lungo i tralci, rotondeggianti e fitti fitti come bottoni in fila indiana su una camicia da notte troppo pudica.
Pare impossibile che un ramo sottile possa reggere tanta generosità, ma è il nome stesso a suggerire levità.
Spirea: poco è più leggero di un respiro.
Aria che diventa colore.
Senza peso.
Forse bisogna essere così in questi momenti: lasciarsi portare dai giorni, un po’ tutti uguali, come la spirea sui rami, soffiando via i pensieri troppo pesanti.
Buona spirea a tutti

Gesti&mimose

Il sette marzo, la sera, arrivava da Mantova, con la corriera azzurra-blu di Paviani, un grosso involto di rami di mimosa, legati con lo spago e protetti da un cannicciato un po’ scomposto.
Miazia Iris andava in bicicletta a riceverlo, lo portava a casa e lo appoggiava sul divano dell’ingresso. Non si poteva aprire, solo guardare con curiosità, pregustando il dopo.
Bisognava aspettare che arrivassero le donne. Allora, in cucina, si scioglieva il pacco sulla tavola grande e ne usciva una luce gialla e un po’ ammaccata, al profumo di verde e di spezie. Piumosa.
C’era da risvegliarla, la mimosa, dopo il suo lungo viaggio da Sanremo, rianimarla con mani leggere, aprirne i rametti e ripercorrerne le foglie seghettate e chiuse, aprendole fra indice e pollice, per pettinarle bene. E poi da dividerla in piccoli ciuffi, per il giorno dopo, stretti da un nastro rosso.
Io ne passavo un tralcio sulle guance, come uno spolverino e raccoglievo con cura i grani caduti, su un piattino.
Era un lavoro d’allegria.
La mattina seguente, la Rosa miamamma, la zia, la Flora, la Len, la Diallai e altre ancora partivano con cestini ad anfora dal manico lungo e sottile, bianchi e intrecciati. Bussavano ad ogni porta, già sapendo quali si sarebbero aperte e quali sarebbero rimaste chiuse.
Un gesto semplice, per dire ‘ci siamo’, nel segno di una gentilezza in forma di fiore e di memoria. Da rinnovare ogni giorno come dignità e consapevolezza.

Oggi non ho mimose in casa, ma ne conservo la lezione: i gesti contano, come le parole, specie in questi giorni così difficili, che dobbiamo cercare di rischiarare, in ogni modo.

Piccolo elogio della misura

Me ne sono stata zitta in questi giorni.

Ci sono state troppe valanghe di parole, ondate di immagini che hanno fatto rumore, aggiungendo lievito alla paura, in qualche caso arrivata al panico.

L’informazione è necessaria, ma credo vada ragionata, non per omettere o semplificare ma per restare ‘vicina’ alla dimensione reale delle cose.

Anche la paura è necessaria, ma solo per trasformarsi  in prudenza. Il contrario della paura può diventare sventatezza e anche quella non fa bene.

La  paura  è un sentimento che ci accompagna da sempre, perché non siamo eterni e neppure perfetti. Si tratta di costruire con essa un patto di convivenza, per assegnarle il suo posto dentro i giorni. Senza esagerare. Io le ho dedicato un Qui come altrove.

Qui come altrove, c’è la donna che alleva le paure.
Le accoglie piccoline (ché, sul nascere, sono solo spine, granelli che pungono la pelle), poi le cresce con rara dedizione. Le rassetta, precisa, ogni mattina, toglie eccessi di panico e speranza: le paure han da restare tali, senza sfrenarsi in esuberanze (…). Accade ogni tanto che la paura grande si gonfi e perda la misura, come certi funghi che spugnano nell’ombra e torcono il cappello in forme strane.
Allora capisce, la donna, che è tempo di fare pulizia: il piccolo va spazzato via, il poco ridotto a segatura, per regole d’ordine e di gerarchia.
La  paura grande viene presa in cura e rimessa al suo posto dentro i giorni, infilata fra i piatti e i bimbi da lavare, perché ritorni nei ranghi della vita.

 

Fratelli

Se le storie avessero un doppio si specchierebbero a rovescio, una in faccia all’altra, identiche e contrarie, come quelle dei due fratelli.
Stavano nella casa dei pioppi, i pioppi della neve in primavera, quella che le vecchie si filerebbero, se i piumini fossero cotone, per copertine leggere.
I pioppi a mano aperta stavano fra la campagna e la corte, fra la corte e il caseificio, quasi a mettere ordine pure nei lavori: al Barba il latte da cagliare in grana, al Vecchio la terra da guardare.
Solo che, a far formaggio, il latte si riceve all’alba, c’è da faticare anche se un uomo aiuta, ma dopo non si sta a guardare, ci si decide a far qualcosa.
Così il Barba, una volta in piedi, di tempo ne aveva e faceva partorire le bestie, e guardava le api, sistemava la legna, zappava l’orto e aiutava il Vecchio, perché il Vecchio, la giacca, mica la levava.
Se è per questo, neanche domandava, ma aveva un suo modo di non chiedere così bello che arrivava a segno.
“Ah, tempo di pioggia,- diceva – se i covoni fossero fatti, tutta fortuna…”
“Se c’è da farli, si faranno”- rispondeva il Barba e prendevano la strada di campagna, il primo a testa in aria, il secondo a cercare per terra la cicoria.
“Ma quante, quante ce n’è quest’ anno, – diceva il Vecchio a guardar le spighe già tagliate – guarda guarda…se se ne accorge la mia schiena…”
“Se sono tante, si raccoglieranno,- rispondeva il Barba, che si toglieva il gilè – Te, metti la schiena all’ombra.”
Sotto la pianta di susine, il mal di schiena stava quieto.
Il Vecchio guardava in su.
“Certo le nuvole son più svelte delle braccia…Bisognerebbe fare presto.”- sospirava.
“Se c’è da far presto, si muoveran di più ”- il Barba non s’asciugava neanche la fronte e drizzava le spighe e le legava, in gara con il cielo.
Alla prima goccia il Vecchio dava l’annuncio, perché stava attento, e , coi covoni che riposavano al sicuro, stretti da un giro di salice, tornavano in corte.
“Certo è fatica anche guardar sempre in alto” diceva il Barba, per dare soddisfazione al Vecchio.
E si ringraziavano, sulla porta del caseificio.

La vecchia del corredo

C’è una vecchia che vive da sola, qui.
La sua casa fa angolo e strada: trattenuta nei muri, fra ricami di chiocciole e muschio, libera il fiato nel giardino di siepi e peonie.
Tiene, la vecchia, un baule, col corredo a orlo giorno, cifrato di pieni e di vuoti.
Non sposa, la vecchia sfoglia il corredo come l’album del tempo: da strati di carte sottili escono lenzuola dal risvolto prezioso, tovaglie di tela buona, camicie lunghe di pelle d’uovo, coi bottoni davanti, per la grazia di carezze leggere.
La vecchia scuote un poco i cristalli d’odore, cambia le spighe e ripiega le cose, sui solchi certi.
Ma, una volta in un anno, quando il sole è proprio sicuro, perché il vento storna le nubi, fa il bucato grande… e il corredo ondeggia sul filo ….. e si gonfia… e il giardino fiorisce di pagine bianche.
Chi passa vi legge parole mai dette, bisbigli solo sognati, promesse non sussurrate, segni di corpi che non si sono trovati, in un baleno d’amore.
Chi passa segue con gli occhi le mani di vecchio uccello, in corsa a spianare ogni piega, a stirare sul filo la vita che non è stata.

 

E’ arrivato

E’ arrivato.

A cavallo di una nebbia sottile che si sgarza piano piano per lasciare posto a un sole riottoso, stamattina.

E’ una lavagna bianca, quest’anno nuovo, doppio nei numeri che fanno pensare ad una giovinezza da vivere due volte.

Cercheremo storie nuove e parole leggere per questa lavagna, ma anche pensose, perché attraversare l’esistenza pensando è privilegio e condanna di noi umani.

E allora appenderemo ai pensieri la volontà del fare e dell’esserci,  per farli camminare nella realtà e portarli a fiorire, i pensieri, possibilmente col profumo dei gelsomini.

Buon anno, amici che passate di qua.

Natale

Aspettando che la tavola si animi, guardo il sole di oggi: ci dice tante cose.
Tutte belle.
Il 25 dicembre tanto tempo fa era il compleanno del Sole Invincibile, poi la Chiesa ne fece la festa della natività “del Sole di giustizia sorto a Betlemme”, di Gesù.
Una Festa religiosa e astronomica insieme, quindi, che vede la luce vittoriosa sul buio… Una luce bambina, che esce dal giorno più corto tanto forte da durare un poco di più.

La festa, invece, questa pausa del tempo in cui il fare tace, durerà un giorno soltanto e volerà via dalla gabbia del calendario col battito d’ali, veloce e impercettibile, di un colibrì.

Eppure anche di ciò che passa velocemente si trattiene qualcosa.
“L’amore imparerai dalla farfalla”, dice Sa’di, poeta persiano del 1200, nel suo roseto.
La festa che passa lascerà spazio ad un’attesa lunga un anno, che ne rinverdirà il desiderio e il progetto, traccia o vuoto da colmare con altri bagliori.

Cercheremo di conservarne ricordo e parole.
Perché ricordi e parole sono persone che non ci lasciano mai.
Sono doni.
Come è un dono la canzone di Vinicio Capossela. che faccio diventare il mio augurio grande.

E’ arrivato il nostro dicembre
di luci e di attese
di comignoli e calze appese
in una stazione ovattata di neve (…)

E’ arrivato guaendo
con una stola di cani randagi
ed una scatola di cerini
e lumini accesi.

Sante Nicola ci ha portato
in dono le parole
per parlarci e scaldarci il cuore
che povertà non sapersi parlare
e vedersi passare
vicini e muti
chiusi nel rancore
La pioggia si è fatta neve
e non ferisce ma bagna
e come manna morbida
ci consola…
Sante Nicola
ci ha portato parole incartate
e scritte e parlate
per dircele davvero,
queste parole d’amore

Nel silenzio che ci aveva vinti
silenzio di anni….
per QUANTO freddo e ghiaccio
ci fosse nel cuore..

Sante Nicola ci ha portato
in dono le parole
per spiegarci e scaldarci
come castagne e vino
a tenerci vicino (…)
Sante Nicola ci ha portato in dono
le parole per scaldarci e trovarci ancora

BUON NATALE E BUONE PAROLE A CHI PASSERA’ DI QUA.

La Sibelia

S’avrebbe voglia di parole da infilare con il refe, per la Sibelia: perline da fiera per farle una collana luccicosa.
E poi di parole tonde, così corrono meglio e finiscono fra le assi del pavimento e nella catena del pozzo, a scricchiolare e a cigolare, per un po’.
Parole con la musica dentro, magari con l’accento in testa, come un berretto: ché han da suonare chiare e mettersi in rima a far le buffe, in ogni angolo della corte.
Si vorrebbe cercarle nelle stie delle galline, dove restano certe piume di muta, che sono sospiri di chioccia.
O sulle creste dei pioppi, quando le foglie si fanno di vetro al primo gelo e crocchiano di galaverna.
Perché la Sibelia era la vecchia dei bambini.
Con gli occhi inutilmente azzurri.
E parlava soltanto a filastrocca: nella sua bocca i giorni della merla, il cattivo tempo, il grano, i santi del paradiso e i fagioli finivano in cantilene ripetute mille volte, a coprire ogni buco di tempo con lo stesso rammendo.
Perché la Sibelia era la vecchia dei bambini.
La vecchia dei bambini, dentro l’aia.
Piccola e ossuta, con le tasche piene di semi di zucca, bruciacchiati nel forno.
Mai sposa, mai madre, mai niente, solo a rancurare i figli di tutti nella corte, perché le donne stessero quiete in campagna d’estate e nella stalla o al telaio d’inverno: senza la paura delle zampe dei cavalli e dell’acqua ferma nell’abbeveratoio e dei matti che portavano via le creature.
La Sibelia sempre lì.
A cercare coi piccoli le uova fra le frasche, le tane dei grilli e dei rospi del signore.
A fare il verso del tacchino e del cuculo, a recitare le fole della scopa e della farina, dell’acqua e del fuoco e poi le canzoni con il fischio del vapore e la spada insanguinata.
A passare il calendario alla sua maniera, aspettando la stagione buona…Par santa lùssia un cul ad gussia e par nadàl un pass ad gal.
Senza crescere mai, anche se i denti non c’erano più e la bocca fioriva all’indietro.

Ma le parole hanno solo bisogno di un filo di suono e di testa leggera.
E così, quando per san martino la trovarono riversa sul corach, a testa in giù nel cesto, stecchita come certe zampe di faraona, coi semi di zucca a far da lacrime intorno, tutti pensarono che la Sibelia stesse cercando, in mezzo ai pulcini, un pezzo di filastrocca, un pio pio scappato dalla catenella…
Per colpa del vento.

C’è che nevica!

Selvino è un vecchio. Abita nel paese più in là, quello delle due fedi e delle due chiese. Ha spostato tanta terra con le mani e non ha molte parole.

Per avere il tempo di cercarle, si ferma su una lunga e la ripete sempre, come se fosse una briciola per i passeri.

Mi ha detto una volta che i suoi, da bambino, lo avevano prestato per un po’ a della gente con la terra, perché lavorasse e mangiasse in quella casa, naturalmente. Tornava ogni tanto con la corriera blu, che lo metteva giù all’incrocio, naturalmente.
La prima volta, tornò dopo un mese,  una sera che c’era la neve e all’incrocio un odore di fritto buono, quello dei pincini che si fanno in casa a salutare una nevicata. Un po’ di farina bianca acqua e sale e magari un velo di zucchero…

Il bambino pensava, naturalmente…
Se fossero a casa mia, i pincini, sarei capace di mangiarne cinque. Ma ci dovrebbe essere lo strutto in casa, e la farina bianca…Invece in casa c’è solo l’acqua per la polenta…
E camminava, naturalmente …
Se fossero a casa mia, i pincini, sarei capace di mangiarne dieci (perché la strada nel freddo mette appetito…).
E l’aria era grassa di fritto dolce e di desiderio.

Erano proprio in casa sua i pincini, perché la madre aveva barattato due uova per un po’ di farina bianca e di felicità.

Sugoli o saba?

I freddi non sono tutti uguali.
Ad andare in bicicletta si riconoscono bene, nelle gambe nude.
C’è quello del mattino di settembre che formicola nell’aria: cerca la pelle, per il gusto di sentirla fresca, ma basta il riparo di una strada a imbuto fra le case. Si stempera ed è ancora sole.
Poi ad ottobre c’è quello frizzantino che conosce le rotte del vento: batte insinuante a media altezza, giusto per infilarsi nelle maniche. Prende in giro i bottoni (che non difendono) e li umilia. Si ferma sulla schiena, come una placca d’argento. O una mano d’acqua di Po.
Ma quando sale dal basso, a novembre, e sembra un fiato di terra e di buio, allora il freddo punge gli occhi e porta li putini, lacrime bambine, amiche di magoni (mai risolti in pianto) e raffreddori, trucioli di lucciconi che non scendono, non scorrono, ma si arricciano ai bordi. Vetrini frantumati a orlare gli occhi.

Oggi è tempo di putini. Lo si aspettava, doveroso.
In casa, con un cielo tisico prostrato nelle pozzanghere, saluto il freddo con un bottiglione di mosto: uva americana, preparato a settembre e tenuto a parte per le occasioni grandi.

E’ bello il mosto rosso: è l’anima calda dell’uva. Ora c’è da decidere…
Accoglierà la farina e lo zucchero per cuocere piano? Sarà dunque un sugolo di breve vita, dolce scacciamali, scacciapensieri, scacciadolori solo per stasera?
O si innamorerà del fuoco, resterà ore a stringersi nel rame per essere saba che aspetta la neve, vincotto che sa di secco e di umido, di radice e di corteccia, giulebbe capace di perdurare?

Chi vuol esser lieto sia.
Il sugolo scotterà, oggi, nelle ciotole blu.

Pensieri in fuga 30.

Piace andare per paesi e per strade di mezzo. Fra canneti fossi e case sperse, senza necessità se non di occhi nuovi.
E’ tra-vedere fra il prima e il poi, come il guardare fra i fili delle tende, diradati con le mani.
E’ scoprire l’anima sciolta del cielo nell’onda ritardataria degli ultimi storni, che si slarga e si rapprende, stormo di briciole vive.
E’ capire che anche l’acqua più ferma respira.

C’è una strada parallela alla grande, trenta metri più in mezzo.
Il canale ha pareti di alberi, verso la Bonifica.
La nebbia arriva (non sai se dall’alto o dal basso, ma certo, arriva).
E sbatte contro i muri, a cercare un punto di fuga.
E rotola, rotola a palla sull’acqua, fra sbuffi e scoppi silenziosi.
Si ferma e ristagna, compatta.
Nebbia seduta allo specchio.
Cancella cancella.
Dei pioppi, che si stanno spolpando, resta solo un pennacchio di ruggine, là in alto, sospeso come la memoria.

Poter galleggiare sulla vita con l’orgoglio dei pioppi nella nebbia …

La chiesa

La chiesa venne su rossa fiammante, coi mattoni cotti al fuoco, sotto il sole.
Dava le spalle alla fornace e ne pareva la continuazione: una vampa che si era fatta soda, una lingua di pietra tenuta dalla siepe. Con i trafori, ché i vuoti fanno luce.

Avevano tanto lavorato, i braccianti e anche i possidenti.
A fare malta e pietre, giù d’orario.
A tirar su i muri e a mettere di piatto il pavimento.
(I disegni del mastro sotto il naso e i vecchi sotto l’ombra, a contare i giri di carriola)
Nei giorni della stanca, quando la terra diventa tutta secca.
La canapa già a pìroli e mannelli.
Il granturco fermo a maturare.
E tempo avanti, ancora, per arare.

Tutto per portare dio anche lì: in un pezzo di terra di nessuno, in litigio pure col suo nome, un nome di maledizione. In mezzo ai fossi e alle piantate, alle biolche di medica e di grano.
E’ che si era stanchi di una chiesa a prestito, per sposare, nascere e morire.
Meglio sotto gli occhi del santo di borgata: la croce di ciliegio dell’Ulisse e le dalie dell’orto sull’altare, alto come il calvario o come il sacrificio. Con la sua bella tovaglia ricamata.

Si sperava fosse un matrimonio ad aprire le porte della chiesa.
O un battesimo, con l’acqua nella conca nuova.
Invece.
Morì il vecchio Berto, che si fece controvoglia la navata intiera, nel saluto di un prete grande e grosso, dal passo contadino e l’orapronobis mangiato troppo in fretta.

La cosa sembrò di segno strano: un inizio partito dalla fine e con quel vento che veniva dal cortile, alitate di fornace a pizzicare il naso, ad aggricciare gli occhi.

Sul piazzale il lavoro continuava. Non bastava morire per fermarlo.
Così il caldo soffiato nella volta, fra i mattoni crudi ad asciugare, usciva dal camino, sbatteva contro il cielo basso e poi tornava giù, a fare da condanna, a diventare fumo fra la gente, nella chiesa.

Il fazzoletto stretto sulla faccia, la Palmira se ne stava immagonata, con l’anima che voleva uscire dalla bocca, insieme coi singhiozzi tamponati.
No no, si sarebbe pensata no che fosse proprio Berto suomarito a passare per primo fra quei banchi, lui che, la messa, neanche la sapeva e metteva lo straccio rosso attorno al collo, il giorno del comizio.
Ma che male farà, una benedizione, si consolava per questo tradimento.
Levò gli occhi verso il parroco per trovare conforto: due dita in aria, don Enzo andava a benedire, eppure aveva una smorfia sulle labbra.
Non era una smorfia: era una risata.
Rideva, il prete. Lo sguardo un po’ smarrito.
E rideva l’Ulisse. Rideva la Celesta. Rideva anche l’Argia: tutta la borgata rideva sottovoce, in chiesa, durante il funerale.

La Palmira si liberò la bocca e tirò su, forte, con il naso.
Allora capì, perché tornò bambina, quando sua mamma le faceva il grattino sotto i piedi, il solletico sulla carne viva, e il riso le saliva per la gola ed era come i grilli, una colonia di grilli che nessuno sapeva più fermare.
Rise anche lei, che altro mai poteva. Come se a ridere fosse la sua pelle.

Quel riso a pioggia e a serpentina: scherzi del canuin, degli scarti di canapa bruciati alla fornace e soffiati contro il cielo dal camino.

Scosse la testa più leggera, la Palmira, e pensò che questo fosse un bene, la bonaria vendetta del suo uomo.

Cronachette all’improvviso 7.

Un cielo spatolato. Di grigio nero.

Quattro sgorbi cattivi, sul foglio di carta riciclata. Questo è il colore dell’alto, nel pomeriggio che si fa sera.

Ricordano le cancellature (un po’ isteriche) di sgrammaticature da dimenticare: segni nervosi, da cancellare con la gomma pane per renderli meno inquietanti.

Che errori madornali avrà mai fatto il cielo? Per fortuna si è risentito per tale trattamento. Un rosa un po’ stizzito ora sta campeggiando, in fondo.

Cronache dal terrazzo 15

Fiori e cespugli sul terrazzo hanno un’aureola fatta di vapore iridescente.
Avrei voglia di fermare questo spigolo di luce, in questa mattina galleggiante di fumanela.

La fumanela è quasi uno stato d’animo qui: è poco corpo per essere “cosa” ma è presenza fra gli occhi e l’ ‘oltre’.
Non può essere ignorata.
È caligine diluita che resta sui capelli, condensa gentile.
Impossibile chiamarla nebbia. La nebbia sa di altro, ancora.
Questa è solo incertezza dei bordi, instabilità delle cose.
La fumanela può diventare il sole giallino di adesso o ingrottarsi, scura, nel pomeriggio che vien giù veloce.
Adesso è luce, che si promette almeno per qualche ora. Chiarore a termine.
In bilico.
Sudori ereditati dall’estate appena finita e messaggi di freddo.

Intanto la vite americana impazza, sotto casa.
E la tortora, ipnotizzata, naufraga in una colata bordeaux.