La bambina delle forbicine

L’aveva sentito dire in casa.
Quando le donne erano in cucina per leggere il giornale, tutte insieme.
La pentola col brodo che bolliva, gli spinaci già pronti per il pranzo.
La nonna aveva la voce delle fiabe, che misurava lente le parole, con i silenzi prima della svolta, fosse un vecchio caduto in bicicletta o un trattore che s’era imbambolato nel bel mezzo della carreggiata.
La notizia stavolta era un po’ feroce e la voce s’era abbassata, quasi ci fosse la vergogna.
La putina si era avvicinata.
Una madre faceva quella cosa.
Prendeva gli insetti vivi vivi e li infilava negli orecchi della sua bambina, forse anche nel naso.
S’era scoperto all’ospedale dove la bambina …
Le donne fecero un urlo di spavento e si misero piano a parlottare con aria d’offesa e indignazione.

Forbicine.
La parola poteva già inquietare, ma saperle era ancora peggio.
Così rapide e snodate, con quel corpo di donnina scura e le zampe sui fianchi, faccendiere, e quella coda a pinza: cattiva, si vedeva.
Le conosceva anche la bambina, quando coglieva i fiori per sua mamma e dal cuore di una rosa gialla spuntava quella macchia buia che le faceva buttare il mazzo a terra e poi scappare via.
Stessa cosa nell’orto, quando la forbicina sbucava fra i grappi d’uva fraga, con le antenne dritte e minacciose e le correva lungo il braccio nudo. C’era da soffiare forte, per mandarla via, come per far volare i semi del soffione. Ma a lei, di colpo, veniva la paura d’averne forse in bocca una. Allora c’era da sputare e sputare, sputare per lo schifo, raschiando la gola finché non c’era più saliva.
E, se proprio, una forbicina al più avrebbe punto, poi sarebbe discesa verso il basso: lì c’era tanto posto, in fondo. Ma sentirla viaggiare nell’orecchio, girare nella testa come una tarma nei vestiti, battere alla tempia e poi tirare dritto e arrivare, arrivare chissà dove: questo era peggio, di sicuro.
E su per il naso? Se si respirava, più s’inerpicava, la forbicina maledetta. Sarebbe spuntata dentro un occhio? O avrebbe rugato sulla fronte, da dentro, per continuare la sua strada? Una forbicina nel cervello a fare confusione coi pensieri, a smangiucchiarli piano piano. C’era quasi da sentire il suo rumore, uno sfrigolio d’antenne e un colpo secco della coda.
Forse la vecchia Argia, che parlava così strano e vedeva sotto il tavolo un vitello, nel cervello aveva tante forbicine …
Si scostò da tavola e giornale, per non sentire più: quella storia andava a finir male, lo vedeva dal viso di sua nonna e dalla voce che adesso era un bisbiglio.

Cominciò da quel giorno a guardare la madre con sospetto. Perché una madre poteva fare quella cosa. Non importava che le scaldasse il latte e la mettesse a letto col sorriso, non importava che leggesse le fiabe, verso sera. Poteva fare quella cosa. Anche nelle fiabe le madri erano cattive, lasciavano i bambini dentro il bosco.
Venne la tosse insieme al raffreddore: la bambina si disperò, il naso tutto chiuso.
Che ci fossero in giro forbicine? Che la mamma avesse deciso di punirla, per aver detto che il brodo era uno schifo? Mentre uno dorme si fanno tante cose. Erano proprio gocce quelle che la mamma le instillava? O forse, giocando con la pasta cruda, era stato uno spaghetto a prender quella strada?
Anche il ditale non si trovava più. E le orecchie facevan così male, e la febbre, dio come saliva…
E se fosse proprio lei, in sonnambula, a farsi quegli scherzi, no, non sua mamma, neanche suo papà: erano sempre attorno al suo lettino con gli occhi così tristi. Magari era proprio lei ad infilarsi le cose dentro il naso, e poi non ricordava. Anche la scatola con gli zolfanelli era certo finita proprio lì: per questo aveva tanto caldo e la testa faceva male, come se fosse tutta cuore che batteva. Il fuoco nel cervello e il fuoco nei polmoni e il respiro che bruciava in gola.

La polmonite passò soltanto a primavera.

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Qui da noi

Qui da noi ci sono cieli carta da zucchero, se le piogge di fine estate li gonfiano e li scoppiano in bolle d’acqua grossa.
Poi, resta in alto una memoria di nuvole.
Ci vuol tempo perchè sgombrino.

A vederle colare, nella coda di temporali a lento commiato, ti accorgi d’essere dentro a un addio.

***

Qui da noi ci sono giorni che sembrano impastati di lentezza e silenzio.
Così fermi che galleggi nell’attesa: strana confidenza fra il dentro e il fuori.
Ma, se di colpo, da strada, un urlo lungo di cornacchia batte la stanza, è come uno schiocco d’ortica.
Tutto torna ad essere solo carne o cosa.

La vita, puntuta, ha un modo di farsi sentire, aspro d’amarena o ago di suono.
Ti prende e sai di non avere altre strade. Vai nel negozio vicino a comprare il pane.

****

Qui da noi ora le finestre si chiudono.

Quando passo per la strada che mi piace, quella che quasi si strozza fra le case basse, non sento più l’odore del caffelatte col pane, che non è amaro e non è dolce, la mattina.
E non gioco a indovinare se, nella casa gialla (la porta sull’asfalto), vedrò la vecchia in vestaglia o il vecchio con le spalle strette, che mangia in canottiera.
Dietro le finestre chiuse ciascuno si riprende il suo.
Solo l’estate fa teatro.

A queste giornate di confine resta il pudore.
E gli odori forti dei primi fritti, che infeltriscono l’aria.
A passare, li senti che sfiatano dalle imposte e gravano.
Come le abitudini.

Stelladiana

A saperlo che i nomi trasportano un destino e tirano il viaggio di qua e di là, più di un’armonica fra i salici, più del muschio sui pioppi, chi li darebbe mai.
Chi li darebbe mai…
A saperlo, il male di una parola regina o fata, sulla pelle di chi succhia fatica e latte.
A saperlo.
Ma tant’è.
Chè, i nomi, arrivano di guizzo, come la brina.
Li provi nell’aria, li covi nel lenzuolo, poi li leggi sotto a una figura o nella marca di un cappotto e li decidi in fretta, davanti all’impiegato. Come accadde al Vittadello, che si portò in vita il peso della prima giubba, comprata bell’e fatta da suo nonno, in quel negozio grande.

Ma chiamarsi, per dote, Stelladiana, e aver la pelle fresca e i piedi scalzi, essere belli che la metà bastava, pure coi panni smessi, non era un bel regalo.
A questo non aveva pensato, il padre.
Il nome, il nome se l’era tenuto stretto fino all’ufficio dell’anagrafe, detto neanche alla moglie.
Perché lui, coi nomi, ci sognava.
Il primo era cascato giù da un libro, che il prete aveva chiuso in fretta (rosa di carni forti).
Ed era andata male: chè il Rubens, il figlio ragazzo, era finito a capofitto in un mulinello di Po. In quei bagni sirena che d’estate intrappolano le gambe e picchiano lo stomaco. E non c’è verso di venirne fuori.
Per la bambina nuova ci voleva un nome altro, che fosse via dall’acqua, via via via.
Che se poi c’era dentro un po’ di cielo, meglio ancora.
Il cielo d’estate sta all’asciutto.

E la Stelladiana bene lo sapeva: il suo era un nome luccicoso.
Stava d’incanto coi suoi occhi neri e stava di schifo con i panni da strizzare e stendere sopra il medicaio. Stava di schifo con la fatica del mese che allungava il conto, giù in bottega.
Era un nome che diceva “Vai!”: c’era ben da tenergli dietro, in qualche modo.

La Stelladiana andò con l’uomo che custodiva il treno.
L’uomo aveva un buon lavoro, ma era selvatico come le anatre di passo, chiuso di malinconia gelosa, che scioglieva nel vino, all’osteria. Non nel petto della sua sposa bella.
Sposa di fretta, neanche con il velo.
Sposa che nessuno aveva da vedere, sposa da nascondere, poi, fra cime di granturco e siepi di ricino, nella stazione morta di campagna, senza persone intorno.
Sposa bambina da chiudere con la mandata doppia, a sera.
Sposa da spegnere coi grembiuli, perché neanche lo specchio avesse da goderne.
Con parole grosse. Chè la gelosia ha una sua musica priva di dolcezze, una musica che batte e torna, batte e torna.

Per lunghi anni la Stelladiana sembrò dormire nel suo torpore grigio; solo guardava il treno che passava: una fermata una, il giorno del mercato grande, lì vicino.

Fu svelta e silenziosa a salire sul vagone, quel mattino.
La bellezza se n’era andata via, ma il nome aveva detto ancora “Vai!”.
Le scarpe del marito nella borsa, buttate più in là dal finestrino.

 

A favore di vento

Gli era sempre piaciuto camminare, sull’argine, per lasciare correre gli occhi sulla terra. E arrivare fin dove le hanno tirato via la prima pelle, per fare i rotoloni.
Quasi si aspettava un verso di dolore, al passaggio della macchina da pressa, sotto il sole.
A Nedo piaceva seguire la sua scia, che diventava piccola e lontana, fino a sparire in fondo, dove, a puntellare il cielo, c’era solo l’orlo dei pioppi cipressini.
E aspettava l’autunno, intanto, ripassando nella testa la rete dei suoi posti buoni.
Perché, in autunno, ci sono i tartufi da svegliare, quando la luce comincia ad essere più corta.
Era il suo mestiere, ormai, e, insieme, il suo piacere delle ore vuote dai lavori dell’orto e del frutteto.
Coi primi freddi. Perché il tartufo, nella bassa, è amico del fresco e dell’umido. Pure del buio.
Ottobre già è un buon mese, con certi cieli a goccioloni, con certi temporali lividi che portano frescura e con le nebbie che arrivano a velluto, morbide e silenziose.
Come se la terra rivoltata mostrasse il suo lato di vapore e rendesse incerto l’orizzonte, a galleggiare sulle cose.

Bastava poco: stivali senza paura della mota. C’è che al tartufo piace stare ai bordi di un campo o di un fossato, nascosto su una riva di Po o in un boschetto rado. Poi un bastone, serviva, per spostare un rovo o un cespuglio. E un vanghino, certo, ma di lama delicata, per scavare con misura, perché il tartufo è in un nido di radici e le radici sono come uova, vanno trattate con gesti gentili.
Sono buoni i pioppi e i salici, i tigli nei pressi delle strade, sui cigli, e le querce vicino a una vena d’acqua, così le radici non si affaticano a cercarla e si piantano un po’ meno..
Nedo giurava che, a favore di vento, l’odore del tartufo, proprio del suo cuore, lo sentiva. E più ancora lo sentiva il cane, uno spinone con le zampe grosse che si era tirato su neanche fosse un figlio, tanto che la Leila quasi era gelosa.

La Leila sì, che era figlia sua, anche se pareva venire dalla luna, smorta come la saliva, con quell’affanno al cuore. Mai corso, in tutta la sua vita: bastavano tre passi frettolosi per vederla con le gocce di sudore freddo. Doveva andare calma, senza far fatica, allora aveva studiato da maestra, nel collegio delle suore: la scuola più alta di tutta la famiglia. Adesso aspettava la chiamata per andare a insegnare chissà dove.
Nedo aveva soggezione di quella figlia che sapeva di latino e parlava tanto bene: a tavola sempre in punta di forchetta e sua mamma che cercava di tenerle dietro.
Lui si vergognava a mostrare le sue mani grosse, coi segni di nero intorno alle unghie. Non s’aggiustavano neanche con la varechina. Così mangiava poco, si infilava la giacca con le tasche e si prendeva il cane: a chiamarlo bastava un fischio prolungato.

Si andava, con lo spinone che correva avanti indietro e poi puntava attento, la zampa davanti sollevata, se una frasca si muoveva, se uno squittio di topo spaventato tinniva fra l’erba cavallina. Abbaiava per fare rimostranza, perché il padrone lo sapesse, si sa mai.
Quando Nedo gli dava la sua scheggia, una raspata di grana dal profumo piccante e saporoso, il cane lo sapeva cosa si andava poi a cercare. E allora era tutto un andare rasoterra, fra l’umido e il verde. A vederlo zampare fitto fitto, con il muso intubato fra i cespugli, a Nedo saliva il cuore il gola, perché lo spinone non si sbagliava mai. Per questo il mediatore della Palazzina, il caseificio, glielo avrebbe comprato a peso d’oro…

Anche quel giorno non era andata male: un grano per dar sapore al riso, all’osteria di piazza, l’avrebbe venduto di sicuro. Ma era mezzogiorno e preferiva andare a casa.
Trovò le donne in pianto e in visibilio.
La Leila con il telegramma in mano.
Il posto, da dopodomani. Nella scuola di Cavo. Ci vado in bicicletta, che la corriera non ci passa più.
La Leila pareva gran contenta, ma la madre guardò suo marito e scosse la testa, con la bocca che tirava in giù.
Nedo non ci dormì tutta la notte: si vedeva la Leila arrancare in bicicletta, con le gocce di sudore intorno al labbro, bianca da far paura.

Sì alzò più presto che poté, chiamò il cane e prese la traversa che rotolava secca dentro la corte della Palazzina. Il cane sembrava ancora addormentato e non faceva la festa neppure alle cornacchie, che tagliavano l’aria in diagonale.
Ritornò con una Topolino color caffelatte un po’ sbiadito.
Da solo.
Da solo senza il cane.

11 giugno

Sono stata parecchio lontana dal blog, negli ultimi tempi.
Moretti direbbe ‘ho fatto cose, visto gente ….’
In effetti è stato così. Anche così.
E ve lo voglio raccontare.

E’ successo che, in mezzo a tanti problemi, ho rinnovato la passione di fare cose per il mio paese, all’interno del gruppo di cui, ormai storicamente, faccio parte: Alla Luce del Sole. Tante storie diverse accomunate dalla condivisione di valori forti, quali il bene comune, l’inclusione, la solidarietà, l’amore per l’ambiente e per una politica pulita, slegata dagli interessi e dal concetto di utile.

Mi ha aiutato l’interagire con l’energia e il cuore dei giovani, che sanno mettersi al servizio di una comunità, sfatando il mito che li vuole ‘sdraiati’, indifferenti o svogliati.
Non dice la verità, questo mito, naturalmente senza generalizzare, ed è un privilegio scoprirlo.  Un privilegio che scalda e richiede la presa in carico di una responsabilità: quella di esporsi in prima persona, se si vuole essere credibili nel proporre e nel seminare valori e obiettivi.

Così, nella nostra casa – più povera perché non c’è più la parte più importante della mia vita – sono entrate le idee, i progetti, la voglia di fare di tanti ragazzi e non ragazzi, e le risate, le luci accese in tutte le stanze, le sedie occupate. E poi giri vorticosi di mail, squillini telefonici, bozzetti a matita, planimetrie, foto dall’alto… E incontri erratici, qua e là, per capire, per spiegare, per relazionare.

Ci saranno le elezioni, l’11 giugno, nel mio paese che si è appena fuso con un altro: si cercherà di continuare un’esperienza già avviata, con l’innesto di progetti nuovi e persone nuove.
Non so come andranno le cose, ma qualunque sarà l’esito, il frutto di mesi e mesi di lavoro è già tangibile: un NOI bello, articolato, solidale e complementare, un NOI che non ha perso la memoria di chi ha fatto la sua parte ed ora dimora in un altrove, ma ha saputo fondere età, percorsi, competenze, persino orientamenti religiosi e ruoli, nello stesso impegno.

I ragazzi del gruppo a questo punto direbbero: Zena, questo è un pippone.
Sì sì, verissimo … e me ne assumo la responsabilità
:)
Zena

Ps) andate qui, per favore, su fb
Sermide e Felonica Insieme – Alla Luce del Sole

https://www.facebook.com/Sermide-e-Felonica-Insieme-Alla-Luce-del-Sole-358926780799726/?fref=ts

Registri

Fu l’estate di Georges.
Nel senso di Calonghi Badellino. Il migliore dei dizionari di latino.
Tutto il sapere tutto, in due volumi neri e pettoruti. Di carta a grana grossa e segni di formica a dire la differenza fra regola ed eccezione.
Bisognava averlo, perché quello di casa ormai cadeva a pezzi e  c’era da inventare: il nastro adesivo per pacchetti (marrone, per altro) già si era  mangiato intere colonne di parole in giunte provvisorie.
Insomma c’era da prendere una decisione.
Il costo del Georges Calonghi Badellino era imponente e si sommava ai libri di greco e tutto quanto, per la scuola alta.

Perché non vieni a dar ‘na mano, la ragazza va in ferie e te sei svelta, disse la Ines del negozio, una mattina: già da piccola ci andavo per cerniere, spagnolette e ogni tipo di grosgrain, sussiegosa per i compiti maturi che miazia, la sarta, da sempre mi assegnava (scegliere il colore del filo da cucire, contare gli automatici due volte, cose che riempiono di soddisfazione…).

In realtà non c’era un gran da fare, nei pomeriggi caldi dell’estate. Però si stava bene.
La bottega era un luogo di frescura: entravi e la luce veniva da lontano, scriveva un corridoio nell’androne, foderato di pezze di stoffa alle pareti, di manichini con le dita mozze e  spilli a modellare improbabili drappeggi sulle spalle.
Il vecchio marmo, che faceva pavimento, dava un frigidino persistente, come in ostaggio fra le ali dei banchi laterali: lì, lì sopra, si  poggiavano richieste di bottoni, sospiri per pizzi e taffetas, svelature di calze e sottovesti, campioni di tessuti che chiedevano spighette in armonia.

C’era in fondo solo da ascoltare e poggiare le cose possibili sul banco: sorridere, anche. Ed essere gentili: scomporre le cartine dei bottoni perché facessero proprio il loro occhio e dare un colpetto con il polso: così la biancheria pareva un sortilegio volato fuori dalla scatola, con le pieghe ancora ferme al loro posto.
Piaceva, alla signora Ines, se aggiungevo frasi un po’ da grande … come ha scelto bene, …  ah, piace anche a me, … l’ha comprato pure la miamamma
La vedevo assentire con la testa.

Forse fu questo a darle un’altra idea.
Vieni più presto, domani pomeriggio.
Al banco ammiraglio, quello col cassetto dei conti e dei tesori, c’era un registro, assieme ad una penna.
Scrivi, mi disse, ché non ho mai le idee se muore o si sposa qualcheduno. Scrivi, così faccio una figura buona, anche per i battesimi e le comunioni. E’ che ci vogliono parole per tutte le occasioni. Scrivi ben qualcosa pure per gli auguri.

Fu l’estate delle parole in fila, a compensare i vuoti dei clienti con tanti bigliettini in ordine di tema e di lunghezza.
Con nascite e nozze andava a meraviglia, la mistica invece un poco difettava. Ma era nelle frasi di cordoglio (parola sempre odiata con fierezza) che fruttava il lato drammatico di casa. Certe espressioni che sfuggivano a mianonna, certe poesie di Foscolo recitate da miamamma, ritornavano in  frasi piene di urne, di ombre e di celesti doti… Scrivevo e rileggevo proprio col magone quei ‘nel giorno della vita più angusto e doloroso’  e mi veniva da tirare su col naso.

L’estate finì ed io fui ricompensata, moderno baratto fuori norma, con due scampoli di lana e di cotone: prima avvisaglia di simil-sfruttamento che germinò in mute proteste e grandi pianti.
Il Georges  Calonghi Badellino me lo comprò mio padre.

Il sarto

Era arrivato da lontano.
Succhiato in faccia.
E riccio.
Con quel parlare chiuso e duro, che sapeva di caldo, non di nebbia.
A fare il sarto sotto la chiesa, con le campane che piovevano diritte, come le squadre sulla stoffa, per tenere in riga il gesso.
Una stanza per bottega e casa.
La singer che di notte tartagliava.
Lui e il figlio, piccolino, tirato su a latte con il pane, e le uova portate dalle donne, per l’orlo da rifare in fretta. Un po’ di frutta raccolta dentro il brolo.
Era bello, il bambino, pulito e ben vestito anche con poco, perché il padre era sarto fino e di una coperta sapeva cosa fare.
Se ne accorsero anche i possidenti che il riccio aveva mani d’oro: passarono cappotti, per quella stanza stretta, e completi dalle spalle larghe che parevano tirate con il piombo.
Arrivarono i quaderni della scuola, sul tavolo, giù in fondo, ché il ragazzo adesso aveva da studiare: era cresciuto troppo in fretta e il cuore si era messo a saltellare.
Il padre ascoltava le parole, anche se le mani filavano veloci e le forbici seguivano le righe tirate con il filo d’imbastire.

Poi venne il giorno che il ragazzo, fatto grande, sposò la Cinta, Cinta la bella, Cinta la formosa.
Al padre qualcosa s’incrinò nel petto, perché tutto sembrava troppo piano: il figlio che faceva l’usciere in municipio, il podestà che lo guardava buono, il lavoro che ora non mancava.
Tutto sembrava troppo piano adesso che il figlio era al sicuro e la guerra lasciava ormai i suoi buchi fra i giovani mandati chissà dove.
Quasi il sarto sentiva l’imbarazzo per quella fortuna inaspettata.
Il cuore, il cuore che restava ballerino, teneva il ragazzo via dal fronte, a fare il suo mestiere, fra carte, annonarie, timbri e bolli. La moglie gli portava il pasto, ché non avesse neppure la fatica di correre a casa e poi tornare.

Cinta la bella, Cinta la formosa non poteva passare inosservata, col suo petto glorioso e un modo spavaldo di sciogliersi i capelli perché facessero carezza contro il collo.
Lasciava un profumo di mele e di promesse, lungo le scale, dentro il municipio.
Il podestà la vide e ne fu subito preso.
Cominciò con l’accompagnarla per la strada, la gente che taceva ma guardava.
Poi cercò di più. Se la voleva in casa e in casa la portò.
Bastò mandare al fronte, quello russo, il marito e il suo cuore ballerino.
Sotto gli occhi del padre che capiva e sapeva solo piangere in silenzio.
Il ragazzo dalla Russia non tornò, la moglie sparì per la vergogna, e il padre non ebbe bisogno di parole.
Lasciò la stanza sotto il campanile: niente più squadre, né gessi, né forbici cantanti.
Andava nelle corti per un po’ di pane e solo per dormire nei fienili: rappezzava le braghe da lavoro, puntava le giacche sfilacciate, ma solo verso sera.
Ogni mattina (piovesse, ci fosse il sole o freddo o caldo), prendeva il suo sgabello sotto il braccio e andava a sedersi proprio là: davanti alla casa grande, quella del podestà.
Restava tutto il giorno, per essere la prima e l’ultima cosa da vedere, la faccia ferma, le mani ferme, sopra le ginocchia.
Fino al 25 aprile.

Ivano

Ci sono vocazioni che nascono sotto le volte di una chiesa, coi cori angelici in visione, le trombe del giudizio e un profumo di viole tutt’intorno. Altre, le portano i sogni, ‘na squasadina ad niula, un tremito di nuvola ad indicare la strada. Poi ci son quelle che fioriscono improvvise, incantate da forme di bellezza, e allora scoppiano col vigore delle bergenie rosa a primavera. Ma che fosse il canto di un gallo, una mattina, a dire cosa fare della vita, non si era mai sentito.
Eppure per Ivano andò così.
Il silenzio della notte che si fa mattina, in quel ricciolo di terra in mezzo alle robinie, era un cartone spesso: occorreva il gallo a tagliarlo, secco, col suo grido di esultanza e colonìa.
Era un canto sicuro, di voce che non trema: di luce e di possesso, di forza e, insieme, di controllo, come a dire al mondo intero io ci sono e tu sei mio. A cominciare dal pollaio, che si svegliava in modo un po’arruffato, fra borbottii di cova e schiocchi di ali da scrollare nel salto breve dal trespolo al terreno…
Per Ivano quel canto fu quasi una chiamata: sapere che il mondo si poteva conquistare, senza neppure salire sopra il tetto di un pollaio. Bastava tirare fuori tutto il fiato, ad ugola spiegata, e cantare la giusta melodia, provare nella voce un senso di potenza e libertà.
Lo disse alla moglie, mentre la donna puliva le gabbie dei polli in batteria, la spazzola di ferro, due tafani precoci a ronzare come calabroni, e il sole tenuto a bada col cappello, prima che trasformasse l’odore in un tanfo così giallo da raspare in gola.
Devo cantare anch’io.
La donna lo conosceva, suo marito.
Davanti a una pesca nettarina, sognava un frutteto con gli ombrelli di rete ben drizzati, anche se il conto in banca era stremato, dopo l’autunno della peste. I pulciotti a poche settimane tutti lì, con le piume opache e la debolezza nelle zampe: seduti come dei pinguini, buoni soltanto a bere a garganella e a reclinare il collo a becco aperto. Una morìa. Ma l’Ivano s’era mica spaventato: si era fatto un setaccio, pronto già a giurare che, se c’era l’oro in Adda, doveva ben esserci anche in Po, ché il grande, sul piccolo, la vince e all’uomo non resta che provare.
I soldi, invece, in banca li aveva prestati suo cognato e la peste pian piano se n’era andata via, i tacchini messi in quarantena, perché la colpa era tutta loro.
La donna lo conosceva, suo marito. Solo gli disse: se vuoi cantare, canta, ma il lavoro si manda avanti insieme.

La maestrona aveva un pianoforte a coda e, mentre pensava a farsi suora, insegnava canto e solfeggio a chi voleva. Sudava, sudava tanto: una luna scura sotto l’ascella e certe camicette impiccate al collo, anche d’estate, e un po’ tirate sopra il petto forte.
Tenore, sentenziò, rapita nell’ascolto di O Sole mio, che Ivano sapeva da bambino. Tenore lirico spinto, da impostare bene. Con quel torace tutto da sfruttare.
Ivano tornò a casa impettito di do e battagliero, pronto a graffiare baritoni assortiti per salvare soprani sul punto di cedere al peccato.
Andò a lezione tutti i giorni, per tante settimane, nelle ore morte dal lavoro.
Poi fu tutto un provare e riprovare, in ogni situazione: mentre dava alla vite il verderame, mentre girava il pastone per i polli o metteva i pulcini in sicurezza, nelle ceste più fresche sotto il fico.
Gli spartiti fissati sul tronco del pioppo, come mappe per pensieri e voce.
Le anatre stupite, specie le mute, indecise fra il cortile e il fosso da indagare.
A far da sottofondo il rollo del landini, nei giorni della trebbiatura.

Un pezzo della Tosca. Mariocavaradossi ormai nel sangue. C’era da cantare alla fiera di settembre, il prete ormai convinto che il sacrato potesse ospitare l’aria di un amore più terragno.
Si ridacchiava in paese, nell’attesa, ma nessuno pensava che a decidere fossero i bambini.
In prima fila, e tutti col limone, succhiato con lingua viperina a danno del tenore, denso di saliva.
Ivano, con la sciarpa al collo, gorgogliò la scusa di un’improvvisa afonia.
Tornò a casa, con la moglie dietro e l’orgoglio sanguinante, eppure la sera era tanto bella, annunciata dal gallo che calava le vele del pollaio.
Fu un guizzo d’amor proprio, un lasciare che la passione trovasse la sua via: l’aria, il gallo e i polli, il gatto a coda ritta, ogni presenza viva presa nel giro della voce…

E lucevan le stelle
e olezzava la terra,
stridea l’uscio dell’orto
e un passo sfiorava la rena.
Entrava ella, fragrante,
mi cadea fra le braccia.
Oh! dolci baci, o languide carezze,
mentr’io fremente
le belle forme disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d’amore…
l’ora è fuggita,
e muoio disperato!
E non ho amato mai tanto la vita!

Il sogno non svanì: fu il rito quotidiano per iniziare il giorno e chiuderlo in amore, sempre, da re, dentro la sua corte.

Pesantezze

Qui da noi ci sono giorni che il cielo pare avere voglia di terra, di trovare radici o  impigliarsi in un ramo. Si appoggia, pesante.

Ti faresti bambina, con la treccia sulla spalla, solo per portarlo in giro, come un palloncino: una filastrocca o una poesia per filo.

(Non deve esserci urto fra cose, solo tangenza sfioramento e rimbalzo, e la pesantezza, invece, …)

Ma mentre lo guardi, così umile e grigio, senza limpori e senza slanci, sai che anche i pensieri, in fondo, tornano a terra.
A memoria dell’alto, la riga scomposta, il ciuffo delle idee arruffate.

Fagiane e radici

Le fagiane hanno il colore della terra mossa.
Screziature di castagna e tortora.
Stanno di un fermo egizio, zampa retratta, se l’occhio le snida.
Nel cortile della casa bianca, oggi, due fagiane a barattare pensieri con le radici di un gelso e a becchettarle, come vermi molli.
A foschia sollevata, il fango conserva un silenzio di zampettii.
La radice del gelso, quella che affiora per incontinenza, ora ha piccoli graffi obliqui, una schiuma di legno arruffato.
C’è che, a scoprirsi, i sogni fanno sempre un po’ male.

C’erano colori

C‘erano colori, poco fa, di cui si deve dire.
Come per necessità.
A non scriverne subito, finirebbe a effetto d’aspirina: prima tanta effervescenza, poi tristissima brina sul vetro del bicchiere.
Era tutto rosa il cielo, tutto rosa senza interruzioni.
Solo i rami scuri stampati ad impressione: il bello del mondo scappato verso l’alto, nel gioco del sovvertimento.
Che sia un augurio?
La traccia di un favore, che la terra elargisce in una colata alla rovescia?
L’ispido della galaverna del mattino si è ammansito sotto il sole freddo per sciogliersi nella dolcezza del tramonto, come certe assenze che graffiano nel giorno e poi nel buio carezzano, perché tu non senta male.
Sarà così quest’anno? Partito freddo freddo, con le ferite in un mondo già malato…
Riuscirà a scaldarsi di un qualche tepore?

Questo è il mio augurio: che la quiete della non speranza incroci il calore dei cuori in movimento.
Buon anno.

Preghiere

Nel paese a ferro di cavallo, con la chiesa in punta e l’argine di dietro, la Matilde e Bigìn erano due vecchi con diverse preghiere.
Lei prendeva la messa dell’alba, anche d’inverno, con la neve di grana grossa e leggera.
Metteva gli orecchini d’ingranata per mangiare il suo Cristo.
Lui aveva mani cotte di pane, ossa magre e gentili, pensieri grandi come il mare. La domenica, al tocco, era con la moglie fino sul sagrato, la guardava sparire dietro la porta scura, e, fuori, seduto fra i bossi e la mortella, dava voce al suo Valdo: “ La vita è oceano, non seguite le guide cieche, i preti sono uccellacci neri. Lux lucet in tenebris. Seguite la lampada del Cristo: sette stelle ha nella sua mano. Siate poveri insieme ai poveri. Solo la croce unisce…”. Salutava così chi entrava in chiesa.

Poi, all’ ‘andate in pace’, la vecchia usciva, con l’incenso addosso, contenta della sua ostia benedetta, si toglieva lo scialle, copriva le spalle del suo uomo, se c’era freddo, e lo lisciava bene.
Senza una parola, dritta e impettita, andava a casa.

L’onda della voce intanto si perdeva.

Qui come altrove

Qui come altrove, c’è la donna che accorda le speranze, verso sera.
(La mattina ha l’energia sognata del giorno tutto intero, la sera, invece, non mente quasi mai)
Chi la chiama ha perso la misura: vive nell’attesa, fra pareti di sogni e desideri. Solo il pavimento ancora tiene il senso delle cose.
La donna entra nella casa e appoggia la speranza sulla spalla per provarne le corde ad una ad una, poi batte il piede sull’ammattonato, per capire la voce del reale e trovare la giusta simmetria.
Se le corde sono troppo tese, la speranza rischia il volo e la caduta, se le corde si slentano già stanche, la speranza sprofonda, senza rete, nel tremolo di foglie scivolose.
La donna tende stringe e scioglie, con la mano più leggera: basta un niente per rompere una basta un niente per rompere una corda, basta un niente per perder la speranza.

Mieli

Mieli

Più ci penso, più mi pare che la casa grande avesse il miele per vecchi e per bambini.
Era un trovare la Rosa miamamma alla fine di una pitapitela ‘incantadora’, gratia plena, soffiata a bassa voce fra gli alberi. Una pitapitela filastrocca conta o canto, incapace di indicare la strada, nella boschina di rovi e di pioppi: solo cantata per disperdere ombre e paure o, almeno, per sorriderne.
La Rosa miamamma chiamava a sé con la seduzione di un esserci sparso e vaporoso, mutevole e indeciso.
Paritaria nei giochi e nei litigi, bugiardissima attrice di fiabe e teneri inganni, non ha mai avuto età: carta assorbente degli anni altrui, bambina coi bambini e vecchia con i vecchi.

Anche allora lasciava che ragazzini cavalletta le infestassero la casa e soprattutto l’orto, con l’intento di rosicchiare carote di un centimetro e bucce tenere di piselli in divenire.
Soltanto lei permetteva ai bambini del viale il gioco delle case fra lenzuola stese: pareti ondeggianti, precari appartamenti per precarie famiglie di bambini.
(La Lola costretta, uggiolando, a far da figliolina nel canile, con cuffie di rivalsa)
Il pegno era la promessa di spostare il mastello di zinco, pieno d’acqua, a cercare il sole, d’estate, in certi pomeriggi, tronfi di caldo come tacchini. Perché l’acqua cotta al cielo fa bene alla pelle, come gli impacchi di petali e limone. Più giochi che rimedi, seguiti in assoluta fede e vanità.

Ma la Rosa miamamma dava il meglio di sé nei conversari al buio, quando le luci si spegnevano e i saluti triangolavano le stanze, passavano le pareti e nessuno aveva voglia di finirlo, il transito della buonanotte.
La casa sembrava restar zitta, in cerca di un pretesto, quando, al limitare dell’ attesa, spuntava una parola nuova.
Domani….”, diceva lei….e domani era un ponte troppo bello per non essere attraversato.
Domani cosa…?”, “…e allora domani cosa?”…
Frittelle.”
Frittelle?”, la voce speranzosa del bambino diceva molte cose.
“ Sì, con le mele, anche con le uvette, se ce n’è…

Bellissimo addormentarsi col sapore annunciato di frittelle: rendeva la notte corta e calda, impuntata di uvette e croccantina.
Un buio sbiancato di zucchero a velo.
Dava la voglia di dormire in fretta tutte le ore che bisognava, per accelerare le cose… più che si poteva.
Era volare leggeri sul presente, fra giorni fuori norma.
Novembre raccontava già natale, in certe mele messe ad essiccare.
Da natale si aspettava febbraio, disegnando maschere e modelli, testa in giù sul tavolo della cucina.

Il destino attaccato al lampadario.
Bastava, a fare luce, una promessa.

Carlon Patoi, ovvero dell’accoglienza

Un risotto di zucca, una montagnetta compatta di colore e sapore, può diventare un cilindro da cui escono storie di famiglia e dintorni.
A schizzo e inaspettate.
E’ successo qualche sera fa, nel cerchio tiepido della tavola.
Con la confidenza che favorisce scambi e p-assaggi.
Come sottofondo i gridolini di un bambino felice e il ronzio dolce della nostra parlata, appena corretta da un tocco d’Oltrepò.
Si stava bene, dentro il parlare e quell’ascoltare che nasce dalla voglia di sapere.
E così è saltata fuori a mulinello la storia di Carlon Patoi, un po’ vecchio e un po’ strano, col volto spiegazzato e i movimenti legnosi di chi fa tante volte una sola azione, sempre uguale, a convincersi d’averla compiuta per davvero. Montare e scendere di sella, mettere e togliere il gilè … Meccanico e preciso, nella ripetizione.
Una passione per la bicicletta, non cancellata dai voli della mente che si sbanda, sale e plana, senza protezione. Il giro d’Italia impresso nella mente: primo Coppi, secondo Bartali, terzo Guerra, …., nongentesimo Fantinati Bruno, nell’enigma mai spiegato dell’ultimo nome.
Un ritornello scandito alla bisogna, quando qualcosa si deve pure dire, per dichiarare una presenza.
E la sua presenza, Carlon se la portava a spasso su due ruote, comparendo nella casa amica esattamente ogni settimana: all’una della domenica, a pranzo.
E lì trovava apparecchiato. All’apparizione, gli bastava dire : Racchette, parole chiare.
Era la formula che faceva scodellare la minestra, mettere in tavola il secondo, con un contorno caldo di patate e un bicchiere di rosso, che non manca mai.
Economia di dizionario, un apriti sesamo senza spiegazioni, che trovava la porta spalancata, una porta che continua a restare schiusa, per bimbi che hanno gli occhi neri e vecchie ragazze di campagna.

E in queste giornate così scure, di pioggia e di freddo arrivato all’improvviso, è bello sapere di porti che non conoscono paure e diffidenze.