La bambina dello zucchero

La bambina non sapeva dove stare.
Sarebbe salita volentieri per quelle scale di marmo così bianco e ci sarebbe scesa, facendosele tutte col didietro, gradino per gradino: sentire il freddo liscio sulle gambe e passare la mano sui ferri di ringhiera.
Ma la casa era grande e non la conosceva.
E poi l’Armida s’era raccomandata tanto. Ferma, doveva stare ferma. E zitta. E non chiedere niente: sua mamma sposava, finalmente.

Erano arrivate la mattina presto, sul furgone di Bindo, loro due: i fagotti della dote, con la mezza dozzina di lenzuola, il paletò di nozze per la sposa e la sottana nuova, sua, col bordo di passamaneria, due giri tutt’intorno.
L’Armida era restata a casa, forse per via del suo grembiule vecchio, pensava la bambina.

Alla bambina pareva cosa bella, questa del matrimonio.
Starete in una casa vera, anche col bagno, le diceva l’Armida, che aveva un suo modo quieto di prenderle i capelli e di tirarli in treccia, assieme alle parole. E vedrai tutti i giorni tuo papà.
Ché, lei, suo papà, lo vedeva solo la sera della festa, quando veniva lì, ai Torelli, a parlare fitto con sua mamma, nella stanza chiusa. Per lei, c’era e non c’era: la prendeva in braccio qualche volta, e la guardava in faccia, come nello specchio. La metteva giù e se ne andava via: sua mamma restava col nervoso e l’Armida piangeva.
Finiva a stare male, il giorno della festa.
La vecchia a dire disgraziata come me.
La giovane a lavare i piatti e a sbatterli sul piano di graniglia, velenosa. A parlare col muro di una figlia senza nome e adesso…
Alla bambina veniva voglia di sapere chi era mai quell’altra figlia senza nome, ché, lei, il suo, ce l’aveva eccome, con la luce dentro e forse anche le lucciole, e sapeva già scriverlo per terra, con il bastone di robinia dolce. Taceva, però, e ballava intorno alla tavola, in quella casa di donne e basta. Perché questo era da fare.

Poi una volta era arrivato ai Torelli suo papà e non era festa.
E’ morto, disse, ‘st’inverno ci si sposa, prima che nasca l’altro.

Quel giorno. Tutto pareva di silenzio lustro, nella casa dov’erano arrivate: le porte con la cornice intorno, gli specchi e le finestre alte.
La bambina non sapeva dove stare.
Sua mamma di là, a puntarsi la veletta, il cappotto poggiato sul divano: neanche una parola.
Suo papà nel bagno lì vicino, a infilare la camicia bianca, e la vecchia mai vista, con la giacca in mano.
La bambina scostò la porta del servizio e provò un sorriso, piccolino.
Va’ a prendere lo zucchero, di sopra, dentro l’armadio delle scale. Per il caffè dei testimoni… disse la voce nuova.
La bambina salì le scale più presto che poteva: c’era da farsi voler bene.
Lo zucchero stava nel vaso grosso: meglio prenderlo con tutte e due le mani, a costo di far senza ringhiera.

Le scale di marmo così bianco diventano burro, all’improvviso, o lacci traditori.
Lo zucchero per terra brillava in mezzo ai vetri.
Un luccichio a punte.
Alla bambina tornò, come un sapore agro, la storia bella dell’Armida.
La contava di sera, quando il sonno tardava e il vapore fermava sul muro la forma dei mattoni.
Storia di principessa e granellini, il dono delle fate. Da non sciupare mai, da tenere più cari della vita: gli azzurri per l’acqua, i gialli per il sole, i bianchi per il bene. I bianchi per il bene.

Si mise a piangere, forte, col singhiozzo.
Lacrime di zucchero e di malinconia, di granellini scappati per le scale. Bianchi.
Tutti pensarono si fosse fatta male.

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Pensieri in fuga 17.

‘Spinello’ è una parola che mi fa venire in mente l’odore dell’olio 31.
E allora mi metto a ridere.
Perché mi riporta alla mia capacità di essere imbranata in qualsiasi situazione: basta prenderne una a caso e so darne una interpretazione estemporanea, ma adeguata.
Io non fumo: per una questione di imprinting.
Non fumo proprio nessuna cosa: l’odore delle sigarette mi dà fastidio, il fumo mi fa venire male agli occhi, mi chiude il naso e via scocciando. Però non disturbo chi fuma: gli chiedo solo di farlo in bagno, meglio se chiuso a strati nell’armadietto Billy, o sul terrazzo sotto un sole torrido o passeggiando davanti a casa nei giorni di gelo. Solo questo.

Bene. Questa è la premessa.

In uno dei miei primi anni di insegnamento (decisamente diverso tempo fa, quindi), capito in un Liceo di città, la stessa in cui mio padre, da pendolare come me, riveste una carica molto esposta.
Una sera di gennaio avanzato, la riunione a scuola finisce tardissimo: sessanta chilometri di nebbia fitta, e pure sul ghiaccio, spaventano anche i coyote. Da fare in macchina: impossibile. E non ci sono più treni.
Sono con un’amica cara, del mio paese, con me nella stessa scuola.
E con un altro gruppetto di prof. pendolari e stanche.
E con la nebbia a parete, cui si può appoggiare una bicicletta, senza farla cadere.
Telefonata a casa.
Mio padre mi fa: si dorme lì, pensione V., dove vado sempre io. Mi conoscono, vedrai che vi trovano ‘na stanza.
Si fa così: danno a me e alla mia amica la stanza di mio padre.
Alle altre due colleghe una contigua.
Si va a mangiare una pizza, si ride come si può ridere solo dopo un collegio docenti, quando la vita ha il sapore di un’evasione e tutto ti pare leggero leggero, anche se c’è la nebbia.
Si va in camera: pensioncina piccolina, stanze con muri di vetro: quella dei padroni sullo stesso piano.
Dopo cinque minuti dalla buonanotte collettiva, bussano alla porta della stanza: sono le altre due colleghe che ridono e ridono, entrando con fare furtivo.
Ci fumiamo uno spinello: dicono. In compagnia.
Spinello?
Mai visto da vicino, io.
Molta letteratura in proposito, avanzata e improntata ad un sano antiproibizionismo, ma nessun desiderio di presentazioni ravvicinate. Né contatti.
Sotto sotto, però, mi lavora per bene la vergogna di parere una di campagna e pure bacchettona, una di strapaese, mai stata in treno, mai vista una credenza.
Le due fumano.
Tranquillamente e odorosamente.
Non gliene può importare di meno se noi non si condivide.
Nella stanza c’è l’odore che immagino appartenere ad una fumeria d’oppio. È dolce e appiccicoso.
Naufrago nell’imbarazzo, che mica è legato alla fumatina in sé, ma a quella fumatina nella MIA stanza, che poi è la stanza di MIO padre, nella pensioncina di MIO padre, nella città di MIO padre, in cui MIO padre può fare una brutta figura.
Mio padre comincia a sembrarmi gigantesco.
Potrebbe uscire dall’armadio e dirmi… belle cose che fai in giro e io non mi stupirei. Anzi sarei felice se lo facesse subito, almeno mi tolgo il pensiero.
Mio padre comincia a sembrarmi un gigantesco aspirapolvere che può sentire l’odore spinelloso stando a casa sua.
A sessanta chilometri.
Ancora di più lo potrebbero sentire i proprietari della pensioncina.
Allora geniale intuizione: spalanco le finestre e mi metto, con l’amica che mi conosce a memoria e ha la mia stessa disinvoltura di marmo, al davanzale.
Come le sorelle Materassi.
E facciamo anche finta di avere caldo: pertanto ci facciamo vento.
La gente passa sotto le finestre e guarda in su un tantino perplessa: due ragazze alla finestra di un alberghetto che si sventagliano a mano aperta.
Realizziamo che forse non è un gran bel vedere.
Le due finiscono e se ne vanno, ridanciane e spensierate. Noi restiamo pensierose e col mal di testa, lì, a spolverare l’aria e a versare ovunque gocce di olio 31.
La stanza sembra la succursale di una caramella svizzera.
E noi ora ridiamo come cretine.
Uno spinello all’olio 31.
Altroché.

Pensieri in fuga 16.

Mi si è scolorita la tastiera.
Mi sono morte lentamente la ‘n’, la ‘m’ e la ‘l’.

Questo getta ombre sinistre sulla mia scrittura (vagamente sbiancante: toglie colore? scioglie le lettere, specie quelle liquide, effetto candeggina?).
Vero è che la faccenda mette in cattiva luce anche le tastiere.
Ne parlavo per lettera a un amico, tempo fa: le tastiere, bisogna avere il coraggio di dirlo, hanno cattivo carattere.
Abituate a stare in basso (rispetto al monitor), secondo me coltivano complessi di inferiorità che le rendono vendicative.

Le tastiere più altezzose sono legnose e accompagnano il movimento delle mani con un ticchettìo lievemente tedesco. Ne escono scritture segaligne, che sembrano aver fatto le scuole in certi austeri collegi nordici.

Le tastiere più sensibili schizzano subito: silenziose e operose, sembrano pattini. Vuoi scrivere una ‘g’? In rapida successione fanno fitto sul monitor anche una ‘f’ e una ‘h’ . I tasti si muovono con la forza dei pensieri. Ne escono scritture ubertose, coi pampini e le foglie, docili alle idee.

Le tastiere più bugiarde, invece, hanno i tasti falsamente morbidi e retrattili, in realtà affondano solo per prendere la spinta sufficiente a creare un molleggio terribile, che assomiglia al beccheggio di certe imbarcazioni, portatore di mal di mare. Ne escono scritture vibratili ed emotive, dal sapore tremulo e ottocentesco.

Un caso a parte sono le tastiere come la mia: hanno dei momenti di auto-esaltazione che alternano ad altri di depressione.
Premi un tasto e quello si rigenera: batte le ciglia e scrive tre, quattro volte la stessa lettera, come se dicesse “visto che efficienza?”. Poi si sgonfia come una vescica e ti lascia intendere che è esaurito: si blocca perché si sente un tasto doloroso della tua vita. Lo premi a vuoto, lo senti chiuso nel suo incanto. Tasto autistico.
Tu gli sussurri… “dai, su … vero niente, nel tuo genere sei anche un bel tasto”: se si riprende c’è qualche speranza, altrimenti bisogna pensare ad una protesi…
Il risultato è comunque una scrittura diseguale: a volte un po’ ripetitiva, a volte muta come certe acque troppo quiete.

E ora?
Che scrittura uscirà dai tasti bianchi?
La pagina crepita a nuovi spazi d’indecisione

La bambina della sala

I ricci lisciati sulla tempia, con il pettinino, lasciavano scoperto un po’ l’orecchio, di orlo sottile e delicato.
Mentre metteva l’orecchino, il collo si piegava in curva dolce, i capelli calati sulla spalla.
Era così bella e giovane, sua mamma.

Tu hai da stare a letto, però le aveva detto. Stretta, anzi un po’ dura.
Ma come si faceva?
Da sola, in quelle stanze: la paura sapeva salire per le scale, cavalcando scricchi e cigolii, e poi picchiava al petto, alle tempie e metteva il nervoso nelle gambe.
Lo sapeva, sì, che ad arrivare era solo la vecchia età del legno, non una strega, non un qualche babau tutto imbrinato.
C’è che la paura non sente le ragioni.
Lo sapeva, sì, che in un attimo si poteva uscire: due passi ed eccola in sala, nel teatro che il nonno riscaldava con una stufa grande come un forno.
Se hai paura traversi il cortile, poi resti lì con me, alla cassa. Stacchi i biglietti tu, che il nonno sarà in chiacchiere, lo sai, la Matilde sua nonna l’aveva messo bene in chiaro.
Ma come si faceva, se sua mamma non voleva?
Ascoltare una e non l’altra era una maniera per farle litigare.
(Porte sbattute, rinfacci per le stanze, sua mamma a piangere e a dire che non era colpa sua)

La musica arrivò come un invito, assieme ad un grattare, forse di unghie roditrici.
Fu già in piedi, allora, con il vestito buono e i capelli tirati con le dita.
Sua nonna non le disse niente: cominciava a farsi un po’ di gente, sul filo di ‘Amapola, dolcissima Amapola, la sfinge del mio cuore sei tu sola’.
Era una festa messa su di fretta, per gentilezza d’una fisarmonica. Ché, poi, bastava un ragazzo in vena di mandòla o Clio, se dal suo violino frizzava quel suono brillantino che metteva ai piedi la voglia di ballare.
La bambina guardò intorno la sala: ai lati, fiancate di poltrone, per fare spazio in mezzo, e le assi per terra appena impolverate.
Nascosta fra la tenda rossa, per seguire il ballo uscito dal violino.
‘Maria La-O lasciati baciar,
Maria La-O tu mi fai sognar…’
La vide finalmente, la sua mamma, col vestito di rasone spesso, le stelle, le rose e tante piroette.
Eppure la gente guardava e poi rideva.
Il vestito, i sandali, la zeppa … Andava tutto bene. Persino il cavaliere.
Eppure la gente guardava e poi rideva.

Quando nel ballo le giunse da vicino, vide che dietro, proprio sul fianco, anzi più giù, stava incollata una caramella, gialla e rotonda, beffarda e appiccicosa come la risata grassa della gente che ruotava intorno, e guardava e rideva, guardava e rideva.
Anche il violino sembrava ridere di naso e le luci e le donne poggiate alle poltrone.

La bambina sentì lo schifo in bocca, forse il caldo o la polvere.
Forse la vergogna. Anche quella vecchia, di un padre che non c’era e non si sapeva, e dei silenzi in casa, alle sue domande.
E le pareva di vederla, quella mano d’uomo, prendersi confidenza con sua mamma, toccarla per sporcarla con il gesto, un gesto sciocco di sprezzo e derisione .
Solo sperava che sua nonna non vedesse o almeno non dicesse a sua figlia quelle parole brutte, tirate dietro, pesanti come schiaffi.

Sua mamma ballava e non sapeva nulla.
Era così bella e giovane, sua mamma.

Pensieri in fuga 15.

Settembre di giorno è ancora l’estate, di sera e di notte non più.
La civetta lo dice, vicina alla casa.
Di notte l’odore  di ciancia torna a battere nei vetri.
E’ di zolfo dolciastro e di altro.
Della barbabietola ha solo il fresco di cetriolo maturo.
Racconta la fabbrica che c’era.
Coi suoi rumori (o clangori) secchi e ritmati, andava e andava: zampettio di cingoli e luci, e operai nascosti chissà dove a sudare.

A ricordarne l’odore, viene voglia di cercare i vapori, o almeno le strie dei carri, per terra, o la gente ai cancelli a guardare questo circo da poveri, che non costa niente.
La fabbrica è spenta, da tanto.
Tana di gatti, che la notte colano lungo i muri, senza rumore, come miele dal vaso.
L’odore viene da lontano, portato dal vento.

Perché anche i luoghi hanno fantasmi, a saperli annusare.

Ci son storie fatte d’odori che restano in gola come carta vetrata.

La bambina del bosco

Perché piovesse sempre, quell’ottobre, sul bosco della Mesola, non era dato capire.
I vecchi lecci sembravano più curvi e le tamerici toccavano terra sotto il peso molle dei rami.
Il vento spostava fasci d’acqua.
Abitare proprio sul ciglio, in faccia al bosco, per via del padre guardiano, era come stare davanti a un sipario verde e gocciolante, che sbatteva e si arricciava a scatti.
La bambina guardava la pioggia cadere di stravento e le pareva che ogni goccia si portasse via tutti i resti dell’estate e facesse arrivare il freddo a grandi passi.
Con tutti quei fratelli in casa, nella cucina stretta, c’era solo da sperare che la barchessa non facesse troppa acqua dal tetto e i più piccoli sfollassero lì, a fare confusione.
La barchessa era di tutti e di nessuno, un vuoto pieno, che faceva squadra con la stalla e coi servizi bassi, destinazione per gli attrezzi e per i giochi dei giorni piovosi o troppo caldi.
Il carretto di legno per gli sfalci, forche e tridenti appesi, il braciere nell’angolo più asciutto, buono anche per il bucato grande.
A ridosso del muro della stalla, stava il tavolo lungo: sapeva di pino e di salmastro, l’odore che il delta spalma sulle cose nel lento slargarsi del Po, quando gli argini non tengono, non fanno resistenza e si slentano per accogliere il mare.
La bambina amava quell’odore che soffiava e dal fiume e dalla costa per poi incontrarsi nel verde delle piante.
Lo sapeva di stare a un crocevia di mondi, dove ogni rumore e profumo raccontava del vicino e del lontano.
Ma ora il cielo non smetteva di macinare acqua e acqua, e il fango riempiva l’aria col suo sentore di palude.
Sì, ottobre portava in anticipo tristezza: fra le lenzuola stese in casa correvano parole d’apprensione. L’estate non era stata buona, l’orto avaro di patate, la stalla vuota già da tempo, adesso legnaia di fascine.
Il padre aveva il pensiero dell’inverno e quel giorno si mise ad incollare i fogli di giornale sui muri della stanza. Per tenere più lontano il freddo, già a novembre: un aiuto alla stufa, lui diceva, l’aveva visto nelle baracche di Goro, giù nel delta.
Più avanti si farà l’intonaco, rinnovava la promessa.
La cucina sembrava ancor più stretta, adesso: tappezzata di scritte tutte nere, rendeva visibile il bisogno.
La bambina sapeva dimenticarlo a primavera, quando il bosco tornava a germogliare con i pudori dolci delle gemme e i ciuffi teneri dei pini. Si andava al bordo della palude grande ad aspettare le tartarughe sveglie.
Anche d’estate si viveva bene: fuori tutto il giorno e la sera insieme, con la coperta gettata sopra il prato, ad ascoltare i gufi.
Ma ora il cielo non smetteva di macinare acqua e acqua, e in casa c’era l’acre della colla fatta di farina, l’umido dei muri gonfi di bolle e di spessori. Il fuoco acceso della stufa, per asciugare meglio, cuoceva anche l’odore e lo spandeva intorno.
Persino le voci dei bambini che giocavano a terra parevano più grigie, dentro un pomeriggio pigro e lento.
Dovette capire il padre che qualcosa bisognava fare.
Uscì nella barchessa.
La bambina lo sentì trafficare col paiolo e il braciere, poi vide la madre uscire.
Rimase in casa per non sciuparsi la sorpresa.
Aspettò che il fischio di suo padre, quello che annunciava il suo ritorno a casa, chiamasse a raccolta sotto la tettoia.
Portate i cucchiai, che sono nel cassetto, era allegra la voce e piena di promesse.

Sul tavolo lungo, a ridosso del muro della stalla, tante foglie larghe di fico: sopra, un triangolo di zucca che fumava, arancio e caldo, col suo profumo di zucchero salato.
Come mangiare il sole col cucchiaio, scottarsi e ridere, guardando la pioggia che cadeva.

Paradisi

Le avessero chiesto dov’era il paradiso, si sarebbe fatta il segno della croce, poi avrebbe detto qui.
Qui era una fetta di terra sfragolona. Grassa e scura.
Si apriva a zampa di gallina: una strada per ogni grifa.
A un crocevia di venti e di speranze.
Qui era il caseificio della Stoffa, e suo marito dalle mani grandi. Voluto ad ogni costo.

A niente le prediche del padre, sempre a dire con quattro femmine c’è da vedere chi ti viene in casa.
A niente gli sguardi lunghi in chiesa, quando, con la veste azzurra, arrivava alla messa, fiera e diritta, in mezzo alle sorelle. Per lei c’era chi avrebbe dato intera la cascina.

E pure rideva ai baci dei soldati, che arrivavano brevi sulle dita dalla caserma in ozio, vicino all’ospedale, in quella Ferrara accesa di mattoni, come sa esserlo nei giorni della festa.
La Zoraide le richiudeva presto la finestra, ché alle zie questo tocca fare, ma quasi le sembrava di essere cattiva.
La Elsa rideva e il suo cuore ritornava a casa.

Certo le piaceva sentirsi riguardata, ma, il suo sposo, già se l’era scelto.
A costo di non gemellare le terre con nessuno.
A costo di farci la scappata.
Così.
Col treno fino a Mantova.
Da soli.
Poi il matrimonio, senza vergogna per quel grembo glorioso da regina. Regina della Stoffa.

La corte, presa in quell’amore, cedeva alla semina, nell’orto e nella stalla.
Gentile come una tasca gonfia che si scuce.
Piselli dolci già da maggio e certe rose di radicchio rosso che sembravano crescere da sole.
Latte e burro, di quello con il cigno, impresso con lo stampo fine.
La forma intera, tagliata per Natale. Grana di quello buono, senza callo.
Persino gli scarti da dare alle galline, che chiamavano per l’uovo, la mattina.
E poi le sere lunghe, nella stanza quieta. Sola col telaio, a camminare con le mani, insieme alla navetta e al filo.
Tutto per sapere che questo è paradiso: fare e raccogliere, fare e trovare risposta alla fatica, buona se non lascia a mani vuote.
Le cose al loro posto, né tante né poche: nello stesso luogo.
Anche la paura.
Quella che arriva con la tosse del freddo, con le nespole gelate in tramontana, con le occhiate della madre, lì, apposta per guardarle il petto e dire Adesso, ancora?
Coi giornali con le scritte nere, che sporcano le mani, anche i pensieri, con un inchiostro difficile a levare.

Sì, venne la guera.
La guera spirulet che tira fuori casa, anche se non vuoi, anche se la bambina è nata con le febbri, anche se il caseificio non marcia senza braccia e il libro del latte resta senza croci.
Marito partito caldaie spente.
Lavorare o andare, dissero i padroni.

Allora la Elsa sentì il freddo della porta che si chiude.
La sua guera l’aveva già perduta. E pure il paradiso.
Non prese la strada per la sua casa di ragazza.
Se vi stringete un po’, disse alla suocera, a mi e li putini a ua ben la camara dal tler.

Lessico&ricamo

Per me il ricamo significa cucina.
A casa mia si ricamava in cucina.
Soprattutto il martedì, perché dall’edicola del mio paese arrivava, con la sua copertina cartonata, ma morbida e rosata, Mani di Fata.

A me piaceva per il nome, che era un programma fiabesco, una promessa di racconti.
Dal giornale di mia mamma, invece, non uscivano le fiabe: uscivano decalcomanie strane con l’inchiostro lucido in rilevo, ghirigori, pulcini, nastri, fiori, lettere dell’alfabeto, che si ripassavano a rovescio, col ferro da stiro caldo, e restavano lì, sulla tela, in attesa di prendere pienezza dai fili.
Il ferro da stiro lasciava, sul panno umido e reso scuro dalle ferrate, l’odore del pane biscotto: era quello l’odore del rito, che preparava le scelte dei colori e dei punti.
Mia mamma commentava i disegni con mia zia e con mia nonna, in un linguaggio spesso indecifrabile: punto quadro, mezzo punto, punto croce, punto a piqué.

Era un lessico a volte rubato alla natura (punto erba, gigliuccio, punto ombra, punto margherita, punto mosca) o ai libri di avventura, tanto i nomi erano esotici ed evocativi (punto Tunisi, punto Rodi, punto rumeno, punto Palestrina, punto corallo, punto cretese, persino la Stella Madeira e la Croce Maltese!).
Così, oggi, quando penso al ricamo, resta forte la memoria di quell’incanto.

Penso al senso di una bellezza che nasce come un testo o una pittura, da un foglio vuoto o da una tela bianca, e poi prende forma sulla traccia di un’idea, di un disegno o magari di una linea retta o curva, costruita con piccoli punti di ago e di filo. Una bellezza che si dischiude piano piano e si fa oggetto, in confidenza con la vita e/o con il corpo.

Penso alla perizia affettuosa che lo sostiene, perché il ricamo è techné e cuore, ingegno e vitalità espressiva, che non ha niente da invidiare ad altre forme di espressione.

E penso, ancora, a quanto poco si ragioni sul valore dei saperi nati dalle mani delle donne e sulle parole che sanno dirli.

La bambina della penna

Finiti i compiti, accompagnate le amiche di scuola sulla porta, la bambina non sapeva cosa fare perché il tempo passasse con l’ovatta intorno, difeso dai rumori e dagli umori avversi.
Erano solo le quattro del pomeriggio e la mamma ancora a lavorare.
Bisognava aspettare le sei e sperare che la nonna continuasse a dormire, nella stanza appresso alla cucina.
Si erano fatti i compiti in silenzio, con quelle risatine soffocate che sembrano il verso dei pulcini, pur di non svegliarla.
Amiche clandestine dentro la cucina, con l’alfabeto muto e il gioco del mimo per comunicare. Così strano ridere senza voce, ma neanche alle altre piaceva quella nonna che sempre brontolava, che sempre ce l’aveva con qualcuno, specie con il genero, perché se n’era andato, costringendo la figlia a lavorare e lei a tirar fuori la pensione.
Col freddo la bambina non aveva il permesso per uscire: novembre portava il buio presto, bisognava rimanere in casa, ma a stare lì, senza sole, con la strada intubata contro il muro, c’era da aspettarsele, le malinconie.
Arrivavano come passeri d’inverno, nella fuliggine di un camino: polvere scura ai muri e un rotolare d’ali litigiose, fino al silenzio. In certi pomeriggi grigi, come nebbia sciolta nel bicchiere.
Allora preparava la cartella, per essere già a posto, solo lasciava fuori la penna.
C’erano i fogli del calendario da poter usare, grandi e bianchi, sul dietro. Come scrivere sul dorso dei giorni e dei santi.
Bastava trovare un pezzetto di giornale, magari il cartoccio dei fagioli secchi, per avere le parole da copiare, sul tavolo della cucina, con la luce bassa.
Calligrafia.
Quello le piaceva: scrivere, senza sapere cosa, tornendo le lettere alla perfezione, con la stilografica che suo padre le aveva regalato e che era diventata un talismano. Di madreperla rossa, con lo stantuffo pronto a succhiare tanto inchiostro ed un pennino morbido che non grattava mai. Sui fogli del calendario filava liscio come l’olio: l’inchiostro brillava per un po’, poi si asciugava piano piano. Sì, bisognava stare attenti alle sbavature, ad appoggiare il braccio per avere ferma la mano.
Il suo era un lavoro d’impegno e precisione, quasi di cesello, che dedicava a suo papà lontano, l’assente innominato dalla mamma e imprecato ogni giorno dalla nonna.
Quasi era per far dispetto a lei che la penna diventava così cara.

Le ciabatte a pianellare sul pavimento dissero che la nonna adesso era sveglia.
Venne in cucina, vicino al lavandino e prese a sciacquare tre bicchieri che lì si erano lasciati, per non far rumore.
Le tue amiche vengono soltanto per bere l’acqua frizzante, cosa credi?
La bambina capì che non era giorno per rispondere e continuò a copiare in silenzio quel che c’era scritto sul giornale.

Forse non lo fece apposta, forse fu davvero un capogiro: la vecchia appoggiò forte la mano sulla spalla della bimba, scuotendola, improvvisa. La penna cadde, rotolando: il pennino staccato, il cuore d’inchiostro blu a fare macchia e schizzi tutt’intorno.
Peccato, mica l’ho fatto apposta, disse la nonna e voltò via, a cercare uno straccio per pulire.
La bambina non disse niente, cos’altro poteva fare?
Prese quel che restava della penna, la nettò sotto l’acqua che correva: lacrime blu dentro il lavandino; l’asciugò con la carta assorbente e l’avvolse nel fazzoletto buono, in un funerale silenzioso.
Prese il foglio del calendario, fermo circa a metà, poi lo girò alla luce, contro la finestra, per vedere a che giorno e a che santo era arrivata.
19 novembre, san Fausto martire.
Il nome di suo padre.

Pensieri in fuga 14.

Stanotte, la civetta.
Stride (o piange) su un tetto. Sveglia paure bambine, di presagi e cieli neri.
Le paure che accompagnano i ricordi assomigliano alle paure bambine. Sono il terrore di perdere qualcosa, quando, invece, non si vorrebbe lasciar andare nulla, neppure le pieghe dei segni. O dei sogni.
Torno spesso ai ricordi: tocco porte (che si aprono piano) con la promessa di non disturbare e di richiudere per bene.
Non so mai chi troverò dietro la porta e non so chi perderò, portato via dal tempo.
La paura batte, trattiene sulla soglia, perchè rende così deboli, ma così deboli, il ricordo.
Più ricordo, più amo.
Si rinnova, ogni volta, così, il sogno del trattenere.
Illusione di un meraviglioso baratto: cedere tutti i verbi intransitivi, persino il restare e il durare, pur di trattenere.
Trattenere.
La paura è che quel secchio, che sa di poesia, scompaia, appena toccato.
In un attimo, in quell’attimo, la memoria diventa rimpianto. Magro bottino, quello del passato, se è sigillato dal rimpianto.

Il rimpianto sa di pianto. Fa troppo rumore.
Non devono far rumore i ricordi, devono scivolare, fuori dal secchio, fuori dalla porta, umidi pesci assonnati.
Non sopportano i rimbombi.
Che la scrittura, allora, li prenda, ma assottigli la voce, fino al bisbiglio.

Cronache dal terrazzo 7.

Guardavo, sul terrazzo, la seconda fioritura della rosa che amo, qui.
E’ una vecchia rosa inglese, che ha perfezionato l’arte della grazia. Si curva con mollezza sempre stanca e lo fa con l’opulenza dell’eccesso, non per privazione.
Ha il colore delle pelli sottili e delicate, non pallide e malate di grigio, ma luminose nella trasparenza. Non è facile capire dove l’avorio sa diventare carne: certo è che giunge al bordo col rossore di un compito finito con passione.

Pensavo alla seconda fioritura.

Non ha lo stupore della prima, quell’incedere malcerto di modestia e di timore, che fa spiare il boccio con ansia materna.
(Si schiuderà, scioglierà domani il suo riserbo? )
Questa avanza rapida e impudìca: si apre al caldo, quasi sapesse di essere così breve, così breve.
(Non ci sarà un’altra fioritura, forse neppure la certezza di un ritorno)
Cerca il lato tenero della vita e deborda, ampia, a succhiare il suo sole.
Bella a scadenza, eppure quieta.
Bella ora, paga della sua seconda volta.

Assomiglia a certe età piene, la seconda fioritura.
Con la luce dentro.
A stornare malinconie, basta abitare il punto, a strati, in compagnia di tutte le età accarezzate.

Pensieri in fuga 13.

“Ritengo che nessuno senza memoria possa scrivere un libro, che l’uomo sia nessuno senza memoria”, dice Gesualdo Bufalino.
Avere memoria per esserci, insomma. Per darsi contenuti che accostino o differenzino, che segnino distanze e vicinanze rispetto a fatti e idee. Per scrivere chi si è e chi non si sarà, né oggi né domani.

Anche per questo amo i verbi della memoria e credo occorra praticarli assiduamente, specie nei giorni offesi.
I verbi della memoria rimandano alla grande molecola degli atti necessari alla vita: ripensare, risentire, ricordare, rammentare, rivisitare, rivedere, rivivere…
Dicono gli atti della ‘seconda volta’, quelli che sollecitano ogni parte dell’intero, sensi corpo mente cuore, perché qualsiasi ritorno ‘all’indietro’ attraversa tutta la mappa dell’uomo.
Fra i tanti, amo il rimembrare, volto com’è a ricompattare in schema corporeo i frammenti sciolti, le schegge di ricordo in libera evaporazione, quelle che lascio in giro per la casa o tengo appese con fermagli di parole o di fotografie nomadi.
Mi piace pensare alla memoria come al luogo in cui nulla si perde, in cui la briciola non solo si riconosce ma può collocare la sua traccia in un disegno dai contorni materni.

Memoria melagrana. Da far rotolare in avanti, dentro il presente, perché dica la rotta, nutra vecchie speranze e sposti i birilli che impediscono di guardare oltre.

Per Genova

A Genova ferita, il mio affetto, sul filo degli amici cari e, ora, del dolore.

Appoggio qui lo stralcio di un vecchio post per dire come l’ho vissuta, come la vivo nei ricordi e come spero di viverla ancora, questa città.

“Bella, Genova. Per me.
Piace per via del nome, anche: lì mi sento chiamare dappertutto, perché Genova suona Zena in dialetto, con quella zeta defilata, comune ai suoni della mia parlata. Più a casa di così, certo non si può.
Piace, ‘sta città, per il suo cuore a grinze di strade e di stradine, che si aprono e si stringono: quelle grandi hanno segni di ricchezze appena un po’ sgualcite e le piccole tengono le tracce di mestieri antichi, di tutti i mestieri, pure di quelli che richiedono l’attesa, il muro alle spalle per appoggio. La sigaretta accesa.
E piace, Genova, per la pelle rosa che prende verso sera, quando c’è il sole (se la liscia sul collo delle case alte, in faccia al mare). Mi piace persino per il brutto: la strada per aria che la sega, ma pure l’attorciglia con la vita, lavoro&fatica, la stessa che ritrovi giù, al porto, nella mezza luna dei portici (odore di ferro, di cani e di panissa).
Ma è la Genova delle storie che, ogni volta, io mi porto a casa.
E’ quella di Pino, che mi racconta del Paciugo e la Paciuga e della barca triste senza più ritorno, e dei bambini che si attaccano ai camion con un salto, per fare vendemmia del poco necessario: la frutta che rotola in sveltezza, a consolare la fame della guerra…
(Pino racconta con gli occhi e con le mani, con le parole del porto e della strada e con pause di belin a fare fitto: sa di navi e di tatami, di viaggi per mare e per materassina, forte di una cintura bianca e rossa…)
La sua è la Genova dell’orgoglio di chi ha fatto la guerra partigiana e pure ha nascosto qualcosa di “pesante” dietro muri bugiardi, perché non si sa mai. Non si sa mai. E adesso si prende cura dei ragazzi perché anche il tatami è una finestra di speranza.
La Genova di Paolo, invece, sta nell’indignazione rossa di chi ha tanta voglia di cambiare, ma intanto  mi mostra quella chiesa sparsa, tenuta insieme solo dalla colla del colore…”

La mia, adesso, è la Genova che piange, dignitosa.

(ai nostri amici)

Cronache dal terrazzo 6.

E’ una giornata calda, col riverbero negli occhi.
Il terrazzo si affloscia sotto il peso dell’afa: foglie rattrappite dell’ibisco e chiusura difensiva della spirea, che stringe i suoi rametti in un faccia a faccia consolatorio.
La bomba d’acqua di ieri è servita soltanto a rinfocolare il caldo e a rovesciare due vasi. Il risultato ora sta tutto nel melograno obliquo, che promette un incerto destino. Cadrà? Forse sì.
Di azzurro c’è ben poco, in giro. Lo spicchio di cielo fra muri non parla, si limita a versare una luce vischiosa, sulle cose di cartone. C’è intorno l’odore bruciaticcio della terra che si asciuga subito e chiede ancora.
Occorrerà aspettare la sera, per nuove iniezioni di vita.

Durante il giorno si cattura la voglia di buio e si pensa alla notte come al porto da cui far partire una vela, perché viaggi, fresca, e scivoli senza rumore sull’acqua che gronda dai vasi…

Foderette

Tutta colpa di quelle foderette.
Nate per cuscini gonfi, con piuma in esultanza: orlo a giorno fine di pazienza, rado come le chiese di pianura.
Tessuto di telaio molto bello, disse la cognata, e pure sostenuto: bisogna farci dentro un gran vestito.

La Iris con l’ago faceva meraviglie ed era nota per un taglio così esatto che la veste ti nasceva addosso senza neppure una pince di salvataggio. Le spalle, poi: diritte, anche senza imbottitura. Grande perizia di conti gestativi, calcoli col lapis sulla squadra, con l’occhio ai numeri in cartella. La sagoma di carta disegnata, nell’estro perfetto del momento.
Poi, la stoffa trafitta da gessi e da spillini, docile distesa sulla tavola.
E il rumore di trancio delle forbici, sicuro come un’esecuzione.

E’ sarta diplomata, di scuola SNOB, Torino, annuivano le amiche, che in coro compitavano a rosario, di dito in dito: Signorilità, Nobiltà, Originalità, Bellezza…
Doni di un altro mondo che arrivava per posta sotto le spoglie di un giornaletto rosa, miniera di modelli tratteggiati e di silhouettes moooolto parigine.

Dire alla Rosa facciamoci un vestito era come invitare un’oca a bere. Forse di più.
Però.
Era sposa fresca, fresca d’aprile, e aveva portato poca dote.
Già la Dina, suocera severa, era stata di sbieco a vigilare sui bauli in transito, di sopra: non era contenta, no, di vedere solo vestiti, tanti bei giacchini (pure col pelo di coniglio), ma lenzuola sotto la dozzina, resti di mature vedovanze degli zii di casa, col giallino che chiedeva varechina.

La Rosa si faceva un po’ vergogna, in quel maggio già caldo, a sacrificare due belle foderette. Ma la Iris in testa aveva già il vestito. Stretto in vita, dunque malizioso, ma castigato da una mantellina che si chiudeva al petto, restando un po’ discosta. Una mantellina dentellata con il filo rosso, per disperdere eccessi monacali.

Galeotto fu il dentello di viva tentazione: la Rosa disse sì e senza pentimento. Le foderette non conobbero mai il letto, ma fasciarono vita e fianchi con gran soddisfazione, sotto lo sguardo corrucciato della Dina, che guardava la dote assottigliarsi come la sfoglia sull’asse di cucina: le nuore in complotto modaiolo, mentre nell’acquaio i piatti chiedevano sapone.

Al mercato di Revere la Rosa andò in corriera col suo marito nuovo e il vestito bianco coi dentelli. Contenta di quella diversione che un poco almeno compensava un viaggio di nozze mai avvenuto. E decisa a rimpinguare il tolto: le mance dell’ufficio a questo potevano servire, a comprare della tela buona, per la tavola ed anche per il sonno.

Non lo avesse indossato, quel vestito, mai avrebbe capito quanto le cose chiamino a gran voce, con una prepotenza che toglie ogni rigore e sa essere forte di catena.
Seppe, invece, quasi con stupore, che un filo rosso, un filo di cotone, è un laccio di colore per certi sandalini, di pelle a strisce e pure con la zeppa. Un laccio che non ignora neppure la borsetta (una trousse, per essere precisi).

Meno male che non ho promesso niente, si diceva la Rosa, mentre guardava il trionfo fiammante dei suoi piedi e l’espressione felice del suo uomo.

(A tutte le donne care di casamia, proprio a tutte)