Sì, 25 aprile

C’è un cielo scuro, stamattina.
Forse pioverà.
Peccato.
Ha da essere festa, il 25 aprile: un lungo respiro che sappia di colori, di gioia dello stare insieme a testa alta, senza paura o nascondimento. Una festa di giovani, con la voglia di correre per strada, di cantare con la voce forte, di abbracciare chiunque ti sorrida.
Questo mi diceva mio padre.

La mattina del 25 aprile si faceva bello, camicia bianca e prima giacca leggera di stagione: una scia di colonia per le scale.
Per andare alla manifestazione: salire sul carro, davanti al porticato, trovare le parole che fossero di orgoglio e di speranza, insieme. Libere e cariche di sogni. Libere ‘da’ un passato che gli stringeva il cuore e libere ‘di’ essere futuro. Un futuro con la vita buona. Con i progetti messi a cova, sotto la colomba grassa della pace.

C’è un cielo scuro, stamattina.
Non solo per nuvole di pioggia.
Nuvole di un passato che rispunta nell’arroganza di gesti e di parole, nelle derive piene di livore, nei porti chiusi, nelle leggi offese, nella faccia dura di simboli odiosi.

Contro questo, serve sgelare la memoria e la coscienza, e ‘fare’, fare per unire, dentro quel progetto fragile e bambino che i ragazzi di ieri hanno seminato. L’hanno chiamato “Costituzione” e questo nome ancora mi commuove.

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Un libro e una rosa, oggi

“Un libro e una rosa. Così è conosciuta dai più la festa catalana di Sant Jordi, patrono della Catalogna, nonché “dia del llibre” da molto prima che l’Unesco dichiarasse il 23 aprile Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore… ”
L’ho letto qui: https://www.illibraio.it/sant-jordi-festa-libri-rose-526102

E mi sono ricordata del momento in cui giocavo ad inventare le etimitie, brevissime finzioni per raccontare le parole. Una parola può spezzarsi, come un vaso di vetro caduto a terra, allora c’è da raccogliere le schegge di significato sparse in giro e cercare un gesto che le riannodi, come in un mito.

Così.

Che LIBeccio sia furia e tempesta nessuno nega.
Ma chi lo vide toccare la ROsa e saggiarne la tenera carne e giocarne il profumo… sa il suo desiderio di stare.
Fu, il fiore, un invito alla quiete.
La fatica di coste e deserti disciolta in grembo alla rosa (sussurro fremito brivido?)
L’aperto nel chiuso, fra petalo e petalo carezza sinuosa che sfoglia, che segna, che scrive.
E in questo sostare/sfiorare fu il LIBRO.

Forse per questo una rosa, infilata fra le pagine di un libro, è bellissima…

Pensieri in fuga 24

Da una domenica all’altra il tempo è un lungo respiro trattenuto.
Il settimo giorno si scioglie, piano piano.
Per questo, nella mia costellazione, ‘indolenza’ è parola della festa. Lenta e in discesa, contiene un poco di pigrizia, un minimo segnale di abbandono, che sfuma in trascuratezza saggia: sapere che il foglio scivolato chissà come (nella fessura più ostica da aprire) può anche restare in quel suo nido. Un altro po’.

E’ come pennellarsi attorno uno strato di gomma sottile e avvertire le cose da lontano.
Gli urti si fanno più gentili e lo scatto vitale arriva ammorbidito: quando te ne accorgi, è già passato e allora lo saluti con la mano.
Forse poi ritorna.

A volte si ha bisogno d’ indolenza per fermarsi ed ascoltare: docile accoglienza del senso delle cose, fiducia che ci sia del tempo per capire, per trovare varco e pausa.
Piccoli lussi per entronauti casalinghi, che non escono dal bordo del tappeto.
Per ora si tiene ferma pure la speranza che, di suo, è tanto faticosa: ama progetti e proiezioni, viaggi di lungo corso in un domani incerto.

Fuori, le campane viaggiano distese.
Buona Pasqua.

Emma

Ho letto un libro che mi ha colpito e ne è uscita questa nota, piccola. Il libro è molto di più.

“ Verso l’interno va il misterioso sentiero”, diceva Novalis.
Emma, il romanzo di Helena Molinari percorre con coraggio e delicatezza questa direzione: nella cornice di Assisi e dei suoi luoghi francescani, la protagonista torna nel convento che anni prima l’ha ospitata: torna per rileggere la sua vita, per ritrovarsi e ritrovare, docile ai ricordi e agli stimoli di vecchie, care amicizie e di nuovi incontri.
Il suo è un tragitto dalla “non pace” alla ricerca di una serenità che coincida con la propria verità interiore, con l’onestà del guardarsi dentro.
L’autrice rovescia, dunque, il guanto di una crisi, per trasformarlo in una fase costruttiva: “la non pace è un momento da vivere fino in cima per comprendere cosa davvero si vuole”, fa scrivere alla protagonista.
Affiora, così, il “guazzabuglio del cuore”, unico e labirintico: l’amore per i figli, l’amore coniugale che forse ha perso le parole per dirsi, l’amore che guarda all’alto e lo vuol vivere nel quotidiano, i turbamenti di “incontri di pelle”, di una passione capace di far trasalire e di sconvolgere gli equilibri, l’angoscia di dover scegliere, l’inquietudine dell’insoddisfazione.
Helena Molinari restituisce questa ricognizione con parole che arrivano in verità, capaci di dar forma ad una filigrana di sentimenti apparentemente inestricabili, e lo fa sullo sfondo della letizia francescana, che proprio nella semplicità trova la sua forza disarmante e disarmata: un contrasto che regala un valore aggiunto di profondità e chiaroscuro.

Leggere questo libro mi ha fatto ripensare alla pace respirata alle Carceri di Francesco, a quella pace che non è la quiete delle risoluzioni, ma è movimento dei pensieri e dei sentimenti nel porto di un contenitore morbido, capace di abbracciarli senza comprimerli.

 

Helema Molinari, Emma, Pentagora, aprile 2019

Cronache dal terrazzo 9.

Sono tornati i dialoghi dei merli.
Li sento alle spalle, intenti in lunghi conversari.
Riconosco la voce del mattino, che sveglia con piglio impenitente, supplente almeno più gradito dei gorgogli di tortore a singhiozzo.
Ma ora, ora c’è tutto un modulare che sa di protezione: un uscire e un tornare dentro il nido, garbuglio di fili piumati e di cortecce, che indovino fra la madresilvia.(Fiorita, con l’odore buono del sole, scioglie al tramonto un sentore che ricorda la vaniglia)

Mi viene da pensare che i nidi spariranno del tutto, fra un poco.
Già non si vedono, se velati dalle foglie.

C’è una quercia, fuori dal paese.
Ha rami che si aprono, globosi, gonfi degli umori del caldo che trattiene.
Verde e piena.
Nel freddo di febbraio, tutta disossata, pareva un condominio di cornacchie, di gazze e di ghiandaie (ché gli scriccioli cercano le siepi).
Nidi di coppe e di altarini, alcuni aperti e come traboccanti, altri protetti da cupole e da creste, gelosi ed introversi: sospesi come cuori, all’incrocio di rami e di destini.

Hanno questo modo gli alberi, d’inverno, per svelare interamente il loro amore.
Nei giorni lunghi, invece, nascondono segreti di schiuse e nutrizioni, con promesse di ombra e di frescura.

Adesso tornano al chiuso, i nidi: fuori restano i voli.

Come certi dolori che camminano all’indietro per trovare uno slargo silenzioso: qualcosa nascerà, di buono. All’esterno lasciano, intanto, l’ostaggio di un sorriso.

Pensieri in fuga 23.

La  meraviglia del parlare d’arte in una splendida città d’arte, con le mensole che si offrono come polene incantate e cavalli al galoppo.

E’ un ritrovarsi nella rete delle idee e degli affetti che durano e curano nel tempo, dolci e profumati come tralci di gelsomino.

Se la pausa potesse figurarsi, dovrebbe avere la luce della pietra di Noto, il sapore delle mandorle di Avola, i colori di Sant’Elia, il sentire espanso di Nuzzo, che affiora in forme di argilla ed è forza capace di muovere mondi, e la sapienza antica e carezzevole di Corrada.

La pausa è un corrispondersi amico.

Si torna arricchiti, con qualche paura in meno e con i pensieri cedevoli a stimoli nuovi, quelli che arrivano freschi di primavera e già hanno il ronzio operoso delle api.

(dedicato a Corrada, a Nuzzo, a Maria e ai loro amorevoli amici, per non dir di Jackie)

Lessico, vestiti & pinces

Uno degli indizi, che il lavoro eccessivo semina per casa, è la sparizione precoce del divano.
Dalla camera da letto.
Piccolo e gentile. Blu Cina.
Sparito, sotto gli indumenti. A strati, come le ere geologiche.
Per un residuo di pudore casalingo, oggi ho cominciato a rimettere il mondo negli armadi, soprattutto per rivedere il divano, di cui, dopo un po’, sento la nostalgia.
Piegato cose su cose.
E poi una rapida realizzazione: io non possiedo vestiti.
Possiedo calzoni gonne sciarpe maglie magliette sciarpe golfini camicie sciarpe gilé sciarpe giacconi giacchette sciarpe guanti cappotti sciarpe.
E scarpe.
Ma, d’inverno e pure d’estate, io non ho quelle cose che si chiamano comunemente “vestiti”.
Cose tutte d’un pezzo.
Intere.
Grave discontinuità col passato, quando frequentavo l’università della moda nella cucina di casa mia: donne e donne che si muovevano come api attorno alla zia, sarta ufficiale di paese.
Luogo in cui tutto, dalle maniche alla raglan al plissé, ruotava attorno al vestito.
Lì si parlava una lingua contaminata e irreale, in cui le parole venivano addomesticate e non sapevi più dove finiva il dialetto e cominciava il francese, fra uciaduri e tailleur, redingote e rissaduri accomunati nella stessa pronuncia.
Lì assistevo ai sacri misteri della messa in prova e comprendevo la differenza fra ciò che si vede e ciò che non si vede: fra il sotto (un labirinto di nodi e di rinforzi o di imbottiture bugiarde) e il sopra, levigato e perfetto…
Capivo la pazienza dell’ago e del filo, che già soffrono se lavorano sul pieno, ma letteralmente impazziscono se giocano col vuoto e fanno i funamboli per inventare un’asola.
Imparavo, soprattutto, quanta elasticità ha l’abito che trucca il corpo con quell’incredibile, strumento rettificatore, nonché ri-equilabratore universale, che si chiama “pince”…
Pince.
Pieghetta truffaldina che finge gonfiori, pienezze inesistenti o sottolinea quel che c’è, magari tentando di contenerne l’esuberanza.
Pince che si apre e si stringe, nasconde o fa sbocciare, accompagnando il respiro.
Pince, ovvero medicina magica che risolve ogni problema di tecnica e di armonia, ogni errore umano… “Qui facciamo una bella pince”, ho sentito ripetere mille volte come un apriti sesamo capace di rimettere a posto ogni cosa, ogni difetto umano o di natura.

Ecco, io non possiedo un vestito.
L’unica cosa che indosso, tutta intera, ogni giorno, per tutto il giorno, è la vita.
La scuoto un attimo, la mattina. La tolgo, la notte. La re-infilo, il giorno dopo.
E non ha neanche una pince. A sistemare le cose.
Cavolo.

:)

Cronache dal terrazzo 8.

C’era il sole, oggi, e un respiro di vento, il primo a suggerire semine e trapianti.
Ho interrato un bulbo di giacinto, piano, per non sciupare le radici sottili e molli: quasi una peluria.
Sono vitali i filamenti che chiedono la terra: hanno il colore del latte e dell’infanzia.
Piace metterli a dimora e pensare che si srotoleranno, al chiuso.
Sempre, piantare un bulbo è ricordare la storia dei tre luoghi, di Liscano:
quello della “luce che vola” e s’abbaglia nell’altezza delle cime;
quello del cielo buio, al fondo, cavo-pieno di vene e fenditure;
quello della “terra degli uomini”, verde di grano o capelvenere, pelle di confine.

Basta sbucciare la pelle per trovare l’altrove, succhiarne il soffio e aspirare alle cime.
Il bulbo comincia a camminare, ora…
Ciclici ritorni.

Pensieri in fuga 22.

La strada di mezzo costeggia il Tartaro, ora non grasso di rane né di lenticchie d’acqua, così ramarre nei giorni di sole.
E’ spirituale, il Tartaro, per via di certi aironi lividi alle sponde, perfetto aplomb in ogni stagione, indifferenti ora a nuvole moschine ora all’erba che ghiaccia.

Sembrano gigli di terra povera, gli aironi, esili di zampa e nobili di becchi pistillo.
A vederli spiegati, ti chiedi come tanta ampiezza, come tanta grazia possa restare incollata e silenziosa, quasi appuntata al corpo, prima del volo. Trattenuta dallo spillone del collo, ad arpa.
Movimento covato nel chiuso.
O inceppato.
Poi, questo venir fuori improvviso.
Aperti, gli aironi sono il volo largo. Modulazioni d’aria.
Il collo perde piano la curva dolce e si tende, come dietro a una musica.
Lenti aironi in lenti cieli, senza superbia.
Facile pensare a quante cose, a quante idee, ferme in terra, diventino vaporose e mobili, in alto.
Srotolate e libere, come il fumo.
In espansione.
Hanno bisogno di aria le cose idee, anche se è un’aria color carta da forno. Densa e insonnolita.
E pure, e pure… sai così doloroso il riplanare, tanto conosci la ferita del richiudersi che, dell’alto, conservi intatto il sogno non speso.
Resta imploso, il tuo volo: intalpato nel ripiegamento noto di ogni giorno, mentre a fanali accesi stai nella strada di mezzo, che non è terra e non è acqua e neppure cielo.
Fino al prossimo airone.

La bambina della mimosa

Come sempre, in casa il sette marzo si avvertiva nell’apprensione delle donne. Sguardi impazienti agli orologi, la cena sbrigativa.
Alle venti e trenta, con l’ultima corriera della sera, arrivava un grosso involto, legato con lo spago e assiepato dentro un cannicciato un po’ scomposto.
La Iris andava in bicicletta a riceverlo e lo portava a casa in equilibrio incerto sul manubrio. Poggiato sul divano dell’ingresso, non si poteva aprire, solo guardare con curiosità, già pregustando il dopo.
La Dina sparecchiava in un baleno (il nonno avviato alla poltrona del salotto, Gigi già fuori a qualche riunione), una tovaglia incerata ben distesa e la tavola diventava un campo sgombro, da lavoro.
La Rosa intanto ripassava con uno straccio umido i cesti ad anfora intrecciati, quelli col manico curvo da infilare al braccio, lasciati a dormire giù in cantina fin dall’anno prima.
Ma ancora bisognava aspettare le ragazze, per officiare il rito: le amiche della mamma e della zia.

La bambina fece mille giri, dalla porta al cancello, per avvistarle alla svolta del viale.
Era la prima volta che restava alzata: il giorno dopo era domenica e anche lei sarebbe andata con sua mamma e con la zia.
C’era del batticuore in giro.
Le donne arrivarono, salutarono il nonno con rispetto e s’imbucarono dentro la cucina, svelte svelte.
Allora la Dina sciolse il pacco sulla tavola e ne uscì una luce gialla e un po’ ammaccata, come la lama del sole che s’infila nella stanza buia, quando d’estate socchiudi una finestra. Un raggio che formicola nel buio, al profumo di verde e di spezie limonate.
Luce piumosa.
C’era da risvegliarla, ora, la mimosa, dopo il suo lungo viaggio da Sanremo, rianimarla con mani leggere, aprirne i rametti e ripercorrerne le foglie seghettate e chiuse, aprendole fra l’indice e il pollice, per pettinarle bene. Scuoterla con delicatezza, per togliere ogni ammaccatura, poi dividerla e ricomporla in piccoli mazzetti, stretti da un nastro, ad arte. Per il giorno dopo.
La bambina non sapeva cosa fare, se non sbucare fra i gomiti delle donne in chiacchiere e lavoro. Sbirciare.
Guarda e impara, le aveva detto la sua nonna e lei cercava di capire la misura: un ramo proprio bello e due così così, per un criterio di giustizia universale, un fiocco, infine, a compensare gli ammanchi di bellezza.
Erano veloci le donne, non gli si stava dietro: meglio giocare con le buste di cellophane, allora, soffiare fra i due lembi, facendo imbuto con le mani a cerchio, fino a farne un palloncino quadro, passarsi i tralci scartati sulle guance, come lo spolverino della cipria, nella scatola della toeletta. Le piaceva raccogliere con cura i grani sparsi, per farne coralli di collana, in fila sul mobile bianco lì vicino.
Era tutta una cosa d’allegria.

A notte i cesti furono pronti, sfolgoranti per la distribuzione.
Le donne si divisero le strade.
La nonna la prese da una parte, prima di andare a letto.
Hai capito bene?, chiese alla bambina, che fece sì con la testa, ma la Dina mica si fidò. Si offre un fiore per dire ‘siamo donne’, senza aver vergogna. Tu sorridi e basta. Non restarci male se qualcuno non accetta. Voi tre andate anche dal prete, poi fate tutto il viale grande.
La mattina seguente le donne, a due a due, partirono coi cestini ad anfora, fioriti.
La bambina per mano a mamma e zia.

La villa chiara aveva il cancello alto di ferro, con le lance. E un giardino che già prometteva le bergenie, con la ghiaia rosa e le pietre in fila, a contorno delle aiuole di giaggioli.
La cagna, coricata sul primo gradino della scala, solo si scostò per lasciar passare la padrona, che arrivò al cancello, tutta profumata.
Che strano, non le fece entrare.
La Rosa porse un mazzolino di mimosa fra le sbarre robuste della cancellata.
È l’8 marzo, buona festa delle donne, disse sorridendo.
La signora aveva mani belle, con le unghie a mandorla, dipinte.
Se le mise in tasca.
Non posso, è roba rossa, troppo rossa, e la voce era bassa ma decisa.
Ma la mimosa è gialla!!!, disse la bambina.
La mamma le mise una mano sulla bocca.

Pensieri in fuga 21.

Si era in giro, a mezzogiorno.
Sulla strada che va oltre il Po, vivaio di poiane arcigne al palo e di aironi piantati a bordo fosso.
Guardavo le case che muoiono d’inverno.
(La linea del tetto che si ammolla, quasi il tempo picchiasse sopra il collo. La trama che cede in crolli silenziosi. Caverne d’aria scoperte di mattina, senza testimoni)
Case vecchie e vuote, forse sorrette da geni solitari, come certi altarini campagnoli con l’ulivo scampato ad ogni fiato.
Tutte uguali.

Eppure, sui coppi che resistono nella corte lunga, un’apparizione.
Non macchie di umido fiorito, neppure muschi affumicati.
Un biancore a placche: discreto e palpitante. Spalmato sopra il tetto. A partire proprio dal crinale.
Colombi. Una colonia di colombi.
Gonfi e accartocciati.
A sorbire quel filo di sole inesistente, vendetta sulla nebbia del mattino.
A godere di quel tetto senza crolli.

Come certi pensieri del mattino, rotolati dal buio e dalle notti inquiete.
Cercano la luce, sul tetto della nostra parvente realtà.

Cronachette all’improvviso 4.

Un cielo da bere, presto presto.

Se ne gusta il rosa del colore, come quando, bambini, si sceglieva la granita all’amarena per un piacere doppio: il ricordo di ciliegia in bocca e la dolcezza di vederla scolorare in un trionfo di timidi rossori.

Il tempo di scriverne e … adesso una colata di violette. Sotto i riflettori dei lampioni scattati all’improvviso, il cielo si ritrae per dire buona sera.

 

Cronachette all’improvviso 3.

In questo momento il cielo è una lavagna.

Chiara.

E’ come se il gesso fosse stato disteso da una spugna umida: un color di tortorina ovunque, con un sottofondo azzurro, che ricorda le vesti slavate delle madonnine esposte ai crocivia…

Non si sa quale dito o coda di aeroplano abbia tracciato un immenso aquilone di schiuma rosa, un incrocio di linee che sfumano, sfumano e fra un po’ spariranno, come questo cielo, come questi colori.

Non resta che cercare di fermare il tutto con spilloni di parole, come si fa con i vestiti in prova, in attesa di cuciture che non saranno mai all’altezza dei sogni.

Il bambino del ghiaccio

Faceva così caldo che le mosche parevano più grosse, contro la rete fitta della finestrina.
Come in attesa. Le ali a bilanciere.
Se ne stavano lì, a poppare l’aria, lontane dalla pelle del latte, che è di crema.
Il latte della sera prima, pigro e fermo nella vasca di zinco: nella notte, quieto, a spurgare panna.
Aspettando mattina.

La Dina si guardava quel suo bianco fitto che già grinzava un po’, nella stanza vicino alle caldaie, il pavimento umido di acqua.
C’era da scremare, e subito. E fare burro, per non perdere quel giro. Un giro di panna buona, di una vasca intera.
Ma il ghiaccio dove stava? Per fare burro ci voleva il ghiaccio e subito.
A sapere dove se n’era andato quel senza parola di Ghelfo del carretto…
Martedì mattina, ‘na stecca intera, aveva detto.
Seee. Andato sulla ghiaia di Po, quel cristo, a mungere i tacchini.
Maledette le tessere e il confino. Da sola col casello e coi ragazzi. E le mosche e la panna e il caldo agro.
Ci vado io, con la bicicletta e un sacco. Il figlio di mezzo era piccolino e con quella testa così rasata corta sembrava ancor più magro e scuro.
Ma se hai pianto sul letamaio, fino a ieri, rise sua madre.
(Faccenda di capelli, tagliati a tradimento, e quotidiane lacrime nascoste, sulluogo dello scalpo)

Ormai era detta e bisognava fare. Che d’orgoglio si vive e poi ne avanza.

Il Gi partì tronfio come un gallo spennacchiato sulla bici grande del padre, i pedali alzati con due legni, legati stretti con lo spago.
La giasera era nel paese altro e bisognava tagliar via per la campagna, se si voleva il presto.
L’andata fu tutta d’orgoglio e decisione, con prove di buchi e d’equilibrio, le mani staccate dal manubrio quasi scottasse al pari di un’offesa.

La moglie di Ghelfo del carretto inveì contro il suo uomo, che diceva le cose e poi non le faceva, e involtò la stecca nel sacco ben doppiato.
Un pane freddo freddo. Pesante fino a maneggiarlo in due.
Hai da star piegato, così va un po’ sulla spalla e un poco sul manubrio, la donna gli disse, già dubbiosa.
Il Gi partì meno sgarzullo, tutto tirato avanti, la faccia spalmata contro il ghiaccio.
Posso neanche girare la testa – ragionava – che se non vedo il fosso…
E gli veniva da ridere, potendo, a pensarsi nella pavarina, lui e il ghiaccio, con le rane fredde, intirizzite.
Meglio pedalare a testa bassa e non ascoltare la fatica.
Ma.
Il ghiaccio già stava a trasudare: la juta più di tanto non poteva. Un serpentino frigido e sottile, a leccargli il collo e la schiena.
Così provò a fischiare, ma la guancia dov’era mai finita? Non c’era più.
Cedere adesso, no, non si poteva. Un chilometro ancora, forse.
Magari fermarsi un attimo, però, sotto quel pruno, per ritrovare la guancia e metterla in motore con una susina gialla. E poi sdraiarsi un poco poco al sole, per sgelare la spalla.
Il ghiaccio ben coperto all’ombra della pianta.

La madre arrivava a piedi, con una frasca di sanguinello in mano: due passate di salice al bisogno. Sulle gambe nude, in caso.
Lo trovò addormentato, col ghiaccio squagliato per metà: la trama della juta impressa sulla faccia magra.
Neanche lo svegliò.
Fece con quel che c’era. Il ghiaccio già smollato nella zangola, a caracollare con quel fsssc fsssc disciolto.
Contro le doghe. Contro le sue spalle.
Aprì lo sportellino quando il rumore fu d’acqua sbattuta: prese la pasta spumosa e se la tenne in mano.
Tante goccioline a fare fitto sul burro fresco.
A pians anca al buter, si disse.

Cronachette all’improvviso 2.

Sempre nel senso che dovevo dirlo…

C’è un cielo bellissimo là in fondo.

Adesso è a strisce, come qualche giorno fa,  ma è teatro di una lotta epica. Il lilla sta colonizzando il sud e fra un po’, per il rosa, non ci sarà più spazio.

Un celestino (di un sottile che fa tenerezza) lo incoraggia a rimanere, lo spinge in su, lo puntella come può, eroico, …  ma sarà questione d’un attimo:  la tendina più scura avrà la meglio. Per sembrare meno invasiva e trionfante, si sta già stemperando in diverse direzioni.

I tetti sono muti. Come la speranza, forse.