Il bambino del ghiaccio

Faceva così caldo che le mosche parevano più grosse, contro la rete fitta della finestrina.
Come in attesa. Le ali a bilanciere.
Se ne stavano lì, a poppare l’aria, lontane dalla pelle del latte, che è di crema.
Il latte della sera prima, pigro e fermo nella vasca di zinco: nella notte, quieto, a spurgare panna.
Aspettando mattina.

La Dina si guardava quel suo bianco fitto che già grinzava un po’, nella stanza vicino alle caldaie, il pavimento umido di acqua.
C’era da scremare, e subito. E fare burro, per non perdere quel giro. Un giro di panna buona, di una vasca intera.
Ma il ghiaccio dove stava? Per fare burro ci voleva il ghiaccio e subito.
A sapere dove se n’era andato quel senza parola di Ghelfo del carretto…
Martedì mattina, ‘na stecca intera, aveva detto.
Seee. Andato sulla ghiaia di Po, quel cristo, a mungere i tacchini.
Maledette le tessere e il confino. Da sola col casello e coi ragazzi. E le mosche e la panna e il caldo agro.
Ci vado io, con la bicicletta e un sacco. Il figlio di mezzo era piccolino e con quella testa così rasata corta sembrava ancor più magro e scuro.
Ma se hai pianto sul letamaio, fino a ieri, rise sua madre.
(Faccenda di capelli, tagliati a tradimento, e quotidiane lacrime nascoste, sulluogo dello scalpo)

Ormai era detta e bisognava fare. Che d’orgoglio si vive e poi ne avanza.

Il Gi partì tronfio come un gallo spennacchiato sulla bici grande del padre, i pedali alzati con due legni, legati stretti con lo spago.
La giasera era nel paese altro e bisognava tagliar via per la campagna, se si voleva il presto.
L’andata fu tutta d’orgoglio e decisione, con prove di buchi e d’equilibrio, le mani staccate dal manubrio quasi scottasse al pari di un’offesa.

La moglie di Ghelfo del carretto inveì contro il suo uomo, che diceva le cose e poi non le faceva, e involtò la stecca nel sacco ben doppiato.
Un pane freddo freddo. Pesante fino a maneggiarlo in due.
Hai da star piegato, così va un po’ sulla spalla e un poco sul manubrio, la donna gli disse, già dubbiosa.
Il Gi partì meno sgarzullo, tutto tirato avanti, la faccia spalmata contro il ghiaccio.
Posso neanche girare la testa – ragionava – che se non vedo il fosso…
E gli veniva da ridere, potendo, a pensarsi nella pavarina, lui e il ghiaccio, con le rane fredde, intirizzite.
Meglio pedalare a testa bassa e non ascoltare la fatica.
Ma.
Il ghiaccio già stava a trasudare: la juta più di tanto non poteva. Un serpentino frigido e sottile, a leccargli il collo e la schiena.
Così provò a fischiare, ma la guancia dov’era mai finita? Non c’era più.
Cedere adesso, no, non si poteva. Un chilometro ancora, forse.
Magari fermarsi un attimo, però, sotto quel pruno, per ritrovare la guancia e metterla in motore con una susina gialla. E poi sdraiarsi un poco poco al sole, per sgelare la spalla.
Il ghiaccio ben coperto all’ombra della pianta.

La madre arrivava a piedi, con una frasca di sanguinello in mano: due passate di salice al bisogno. Sulle gambe nude, in caso.
Lo trovò addormentato, col ghiaccio squagliato per metà: la trama della juta impressa sulla faccia magra.
Neanche lo svegliò.
Fece con quel che c’era. Il ghiaccio già smollato nella zangola, a caracollare con quel fsssc fsssc disciolto.
Contro le doghe. Contro le sue spalle.
Aprì lo sportellino quando il rumore fu d’acqua sbattuta: prese la pasta spumosa e se la tenne in mano.
Tante goccioline a fare fitto sul burro fresco.
A pians anca al buter, si disse.

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Cronachette all’improvviso 2.

Sempre nel senso che dovevo dirlo…

C’è un cielo bellissimo là in fondo.

Adesso è a strisce, come qualche giorno fa,  ma è teatro di una lotta epica. Il lilla sta colonizzando il sud e fra un po’, per il rosa, non ci sarà più spazio.

Un celestino (di un sottile che fa tenerezza) lo incoraggia a rimanere, lo spinge in su, lo puntella come può, eroico, …  ma sarà questione d’un attimo:  la tendina più scura avrà la meglio. Per sembrare meno invasiva e trionfante, si sta già stemperando in diverse direzioni.

I tetti sono muti. Come la speranza, forse.

 

Pensieri in fuga 20.

C’è nella mia casa, porto di mare senza sirene e babele di libri fogli e foglie, la stanza per i silenzi.
E’ una stanza di buon carattere: guarda la strada, che si apre in fondo, e, se solo si sporge, incrocia i colori del ginko biloba, l’ultimo a lasciare il giallo.
In genere è quieta e sfoglia vecchie pagine.
Per ringraziarla di tante mute regalie, la accendo di ciclamini piccoli o di erica bianca, perché i fiori sono il mio modo di dipingere i pieni e i vuoti di gratitudine.
E’ l’unica stanza in cui si sta bene soli: la stanza tiene senza comprimere, diventa latte caldo se c’è freddo, diventa lavanda e menta se c’è malessere.

Una volta era la stanza eletta per ascoltare la mia musica, quella di cui neanche riconosco il nome, ma che so passo a passo, perché l’accompagno nel suo viaggio lungo la mia vita.
(Vivo nella suprema indifferenza per nomi numeri dati di qualsivoglia natura, io. Li vorrei scivolosi e malcerti…Fosse per me, anche noi cambieremmo nome, nelle nostre stagioni …)
Eppure, in questi giorni, ritirati e infittiti come una maglia di lana, persino la musica sembra far rumore.
La mia stanza lo sa e tace.
Offre una poltrona al cappotto, che è fatica riporre nell’armadio, e l’altra a me.
Sa che ho bisogno di tacere perché le energie tornino a fluire, le mani si scaldino, i pensieri si sgelino e il fare, sempre in combutta col dovere, lasci il posto a vagabondaggi non finalizzati, al perdere tempo. Ah, poter dire e sentirsi dire “non c’è obbligo”.
La mia stanza diventa lo spazio dei respiri.
Da piccola tenevo il fiato più che potevo, perché doveva pur succedere qualcosa. Magari il fiato trovava altre strade; fluitava nelle vene?
Perdevo la scommessa e aprivo la bocca.
Adesso non gioco più così: adesso respiro fondo e intanto ascolto l’anima del pavimento che risponde ai passi, il grattino del pennino sulla carta, così diverso dal suono secco della tastiera, che lascio tranquilla, perché si decomprima e mi saluti, al ritorno, senza ricordarmi il lavoro.

In questo silenzio, sto con il brusio dei linguaggi interiori, che lentamente affiorano come sgravati dai pesi. E cerco risposte morbide a quel filo di pensiero che, lento e interrogativo, sembra cercare le fessure del pavimento di legno.

La fuga

Bisogna andare indietro nel tempo per incontrare il padrone della casa gialla, quella che è a un passo dalla strada e, ora, la sera, ha solo un occhio aperto.
Aveva una bella terra, stesa fra la fornace e la canonica del prete, il solaio col tappeto di mele campanine, che sanno di erba tagliata, gli alberi da frutto sul davanti, il grano dietro, e, di fianco, la stalla piena.
E aveva tre figlie di pelle chiara, gli occhi sfrontati e quel modo di carezzare i capelli con la mano che  già è una promessa.
Era geloso il padre.
Se le covava mentre ricamavano la dote, la sera, e le ascoltava parlare di punto croce, punto ombra e gigliuccio. Avrebbe chiuso il portone con la mandata perché non gli scivolassero via.
Pure montava la guardia, la notte del trenta aprile, quando i giovani portavano il maggio con fasci d’erba alle ragazze generose, con rose a quelle desiderate e con furti di badili e biciclette rugginose ai padri di tanta grazia.
Smarriva i pretendenti, guardati da tende e finestre buie, e fermati in piazza la mattina dopo.
Ma a ballare  ci andavano, le ragazze, alle feste di paese, oh se ci andavano, con le vesti fine e le calze di seta, di nascosto sul carro del fattore, ammolcito con sguardi di lunghe ciglia.
Una sera, dopo la musica, la più grande non tornò.
Si regalò l’amore.
Venne al mattino, con gli occhi fieri e la bocca rossa, per mano di chi se l’era presa, per la sua casa, un poco più in là, dietro la curva.
Il padre, che aspettava sulla porta, non ascoltò il ragazzo che chiedeva, fissò la pancia della figlia, le facce delle altre.
Non disse niente.
Entrò nella stalla, carezzò i fianchi delle tre mucche bianche, le più belle e ampie, con lo straccio cancellò i loro nomi di gesso e, per ciascuna, scrisse il nome di una figlia.

L’Alda

Che poi, lì, era una faccenda d’anima.
Come avesse fatto un’anima incantata a infilarsi proprio in quel corpo senza garbo, se lo chiedeva anche la Rosina. ‘Sta figlia grossa e lenta pareva lavata nello zucchero. Certi centrini di cotone bianco e spesso, induriti in un bagno di sciroppo.
Poi le guardavi gli occhi e sapevi che la grazia sceglie le sue strade. Ci trovavi un mentre trasognato, un dentro presente e separato, la mansuetudine di certe ciambelle che ringraziano il limone, per averle profumate.
A farle male era come rubare in chiesa: tutto le allargava gli occhi e le restava a girare nella testa, come le giostre di latta dei bambini. “Ma pensa”, ripeteva.
Chè il mite regala lo stupore.
E lo stupore è scendere le scale, guardar la vita in basso, tra i pieni e i vuoti di un merletto, tra le zampe di una cavalletta.
Così la Rosina aveva i suoi pensieri.
Con l’Alda che viveva coi conigli e non c’era verso di portarla in piazza, nell’osteria che aveva ereditato. C’era da farsi una pelle dura, da essere svelti anche di parola.
L’Alda no che non voleva, coi cavatori che al bel tempo facevano notte a carte e il vino e le cantate.
L’Alda voleva parlare poco, cifrare le lenzuola, diradare le barbabietole e guardare le galline.
Chè in certi giorni di caldo, con la fatica del mietere nel sole, lei sentiva il giallo dentro e stava bene.
Fortuna grande che venne nella corte un uomo.
La vide trapiantare i suoi mughetti.
I mughetti sono ingannatori. Il bulbo è vischio e ti si sfoglia in mano.
L’Alda, tutta infagottata, con le mani grosse scuoteva la terra piano e la soffiava via, dalle radici di latte, con un sorriso buono.
Le disse: “Te sei del paradiso”.
Che ci si innamori di un soffio di pazienza è cosa strana.
Ma tant’è.
L’Angilin, ricco solo di fisarmonica e di braccia, si portò in chiesa l’Alda e la sposò.
Brutto affare la fisarmonica. Qui si sa che chiama il vino. La musica si sganghera, sale per la manica, cerca il collo e la gola.
Suonava e poi beveva l’Angilin, di una tristezza che spaccava il petto, la testa. Scaldava le mani e le faceva pugni. Senza memoria.
L’Alda era lì.
L’Alda era sempre lì.
La mattina, davanti ai segni rossi sulla faccia, agli occhi gonfi della moglie, “cos’è?”, diceva lui.
La porta. La porta l’è dura”, sospirava l’Alda.
E piangevano insieme, seduti sul gradino.

La ragazza del banco dei segni

Non le dispiaceva in fondo quel lavoro, di morbida cadenza.
Fare e disfare, sull’orlo del mattino e della sera.
Come i disegni di polvere e colore.
Le scaglie del tempo su una lastra di legno, a galleggiare sopra i cavalletti: un’armata di perle scappate chissà da quale filo, di stampe rimaste senza muro, e poi tazzine con l’eco di altre luci. Sua Muffità di fogli e di velette.
Nelle retrovie, piattini scompagnati. A fare resistenza e geometria.

Questo banco sa di poesia, le disse l’uomo, con l’aria borgesiana di chi sa vedere oltre il buio.

La ragazza lo guardò senza parlare, la stanchezza tutta concentrata nel cadere diritto dei capelli. Già lo sapeva: i mercati sono della gente.
Le cose stanno lì per far da levatrici. Di parole e di sogni addormentati. Di ricordi e di piaceri coltivati.
Le cose tengono la brace sempre accesa dello sporgersi affamato sulla vita, quello che s’appiglia almeno a una rivista, agli auguri di una vecchia cartolina: mano d’inchiostro azzurro e innamorato. Da portare a casa, come una promessa. Ma l’uomo no, non la sentiva, la voce delle cose: forse parlava con un suo pensiero.

Anche lei sa di poesia, aggiunse con voce un po’ più bassa, preso di sé, dentro ad un suo giro. La luce, intanto, stava per finire, gli oggetti dovevano tornare, senza confusione, ben fasciati di carta e di cartone. La ragazza sentì di doversi un po’ scoprire. Almeno il fondo di un sorriso.

Allora le dirò cos’è l’amore, continuò l’uomo, quasi chiudendo gli occhi.

La ragazza si alzò: ci sono parole che vanno assecondate come pitepitele dentro il bosco, con gesti che dicano qualcosa, ma la vecchia le porse la teiera, cosa costa qui che è un po’ scheggiata…
Il tempo di volgere la testa e chiedere un attimo d’attesa, col cenno gentile della mano.
L’uomo non c’era più. Più. Solo la nebbia.

Pensieri in fuga 19.

Non so da dove arrivi l’amore per le strade.
So che s’accorda all’estro del momento, al tempo delle cose, agli umori del sole.
Anche dell’ombra.
Piace che le strade vadano nel mezzo, con svolte improvvise di platani o di pioppi.
O che si aprano, pigre ed emiliane, ad ospitare ai lati le donne in bicicletta, mercati un po’ cinesi e un poco no.

(S’aspetta che arrivi la città costeggiando furgoni di ultime arance parasiciliane e radicchi appannati, fra canali di aironi imbalsamati)

Piace che passaggi a livello mai cambiati e semafori, che pendono dall’alto, impongano soste visionarie.

(L’anatra che passava sulle strisce, quieta e ancheggiante, sotto un incrocio di sguardi divertiti. Qualche tempo fa)

Piace che si possano rubare scampoli di vita, ai bordi della provinciale.

(Case anni ’50. Alcune con zoccoli di marmo ad arlecchino e il gioco di un volume rientrante, giusto per muovere un poco la facciata. Balcone in muratura appeso a due colonne, dipinte a finto marmo. Stile geometrile, si dice qui da noi)

Sul portone di una casa gialla, una vecchia, molto anziana e corpulenta, sta salendo sulla bicicletta, manubrio largo e ben squadrato, da primo dopoguerra.
Il marito è alle spalle di questa laboriosa operazione.
Si salutano, ma l’uomo non rientra: ferma la moglie con un eh, poi la raggiunge, le rialza il bavero e le sistema i capelli, dietro al collo.
La signora è in fragile equilibrio sulla pista, ora.
Sorride.
Ferma al semaforo, mi prendo questa scena e mi dico che forse c’è speranza, se restano i gesti: quelli semplici, semplici e sufficienti a fare casa.

La Noemi

Il fatto è che la Noemi nasceva ogni sera, quando la gente della corte si trovava nella stalla. Erano ore di buio, dopocena, che in letto non mandavano nessuno: la casa era col gelo sventagliato ai vetri e l’osteria lontana. Ah, se era lontana l’osteria, nella nebbia che rugava la gola e si mangiava pure l’insegna di ferro. Una nebbia che neanche i fanali, che neanche le preghiere… Ché poi, se preghiere c’erano, erano quelle delle vecchie, e pure a rovescio: il piacere era tenerseli attorno, gli uomini, la sera. Non fuori. Lì, nella stalla, invece. A guardare le figlie nei filòs, a tenerle in riga. C’era poco da fidarsi con gli sterratori in giro. Cavatori a giornata, al canale, braccia forti e mani svelte, presi a figlio per compassione e messi a dormire nella stalla, dopo, ad usci chiusi…

La Noemi scendeva fiorita nel bustino, con la camicetta delle feste, scura a piegoline, e lo scialle a coprire, ché la Rosina suamamma, se la vedeva prima, la faceva tornare su, a cambiar veste.

La Noemi aveva gli occhi neri e dritti, di certe bellezze spigolose che non si sciolgono in dolcezze di sorrisi, ma si stringono nei vuoti della faccia. Aveva il petto fermo e la vita ben fasciata: di nascosto, s’imbustava anche di notte per mettere la carne in posa – diceva – o per sentire che effetto fa esser stretti al buio, col soffoco, rideva la Nella suasorella, che dormiva con lei nella stanza delle mele campanine a far tappeto brusco, sotto le finestre.

Entrava nella stalla per ultima e come una regina. Sedeva lì, vicino alla Rosina, nella striscia bassa, di mezzo, fra le poste delle vacche, che voltavano la schiena. A tirare dentro al sanguinello, che dentella le dita, e alla robinia, che cede latte amaro, per le ceste dell’uva e delle pere. E a cercare con gli occhi, fra i tanti, il Doru, bello come un dio, di sguardo frugatore.

Si lasciava che le mani andassero, che i bambini si nascondessero sotto le sottane, che le storie facessero il giro delle volte. La Noemi le sapeva tutte, anche le storie di Sonia di Talem; le ripeteva piano, con gli accenti giusti e coi sospiri; il contatore Calanca, sterratore del cavo, guardava lei, se perdeva il filo, ché tanto lo trovava sulla bocca.

Così mi scaldo– diceva lei: ch’ era un bel volere star caldi con sei vacche su uno strame fermentato. Il fieno dava d’acido, nella stalla pregna dei vapori delle bestie. Anche di parole. Quelle rosse, con i baci e il tremore della gola, la Noemi le diceva con gli occhi ben piantati in faccia al Doru. Le sentiva dentro, che picchiavano nel petto: allora tirava i salici del cesto, come fossero i capelli della donna, che l’uomo le aveva preferito. Il Doru la guardava, la guardava.

Quando una sera la aspettò, giù dalla scala, nello sbieco di ombra della porta, la prese per un braccio…“ Se vuoi…” Disse di no, la Noemi, e tornò di sopra, senza volere.

Le sorelle si tagliarono i capelli, di martedì, il giorno di mercato, per vendere le trecce. Coi denari la Noemi prese il vapore. Partì da Genova, senza dir niente a nessuno.

La bambina del verde

La bambina si chiedeva spesso se il noce grande, spartiacque di orto e di giardino, fosse il padre o la madre dell’albero piccolo, cresciuto accanto.
La somiglianza c’era: le stesse foglie, lo stesso portamento, la spinta imperiosa verso l’alto. Solo mancavano i nidi poggiati sopra le forcelle e l’ombra generosa.
Così, quando la vecchia pianta fu abbattuta, per limiti d’età o scarso rendimento, sentì un dolore doppio: il proprio e insieme la malinconia del piccolo, la sua orfananza immeritata. Allora prese a giocare lì vicino e a sperare che non crescesse mai. Magari si facesse un bel cespuglio, come i lillà dai grappoli pesanti, o arbusto di vite, contorta e ripiegata.
A poter scegliere, anche la bambina voleva non crescer mai o forse soltanto un poco e piano, per restare ancora nel selvatico, fra mughetti, rovi di ribes e uvaspina, un fitto che adesso contendeva sole e terra ai pomodori e ai fiori di sua mamma: una striscia di giuntura fra il mondo dei sapori e il mondo dei colori, chiamati a unirsi in misticanza.
La bambina stava bene in quell’intrico rasoterra, lontano dalla casa: nessuno litigava, nessuno alzava la voce per gridare, si poteva pensare che tutto andasse bene.
Lì c’era da osservare: bastava star nascosti, accovacciarsi senza far rumore, per vedere le formiche in fila lungo i fusti, e il riccio, spuntato all’improvviso, fare palla sotto una foglia d’hosta. E poi, sdraiata sulla schiena, guardare in alto e travedere il cielo, spezzato dai rami di forsithia: un gioco di ricami d’oro sull’azzurro grigio. Oppure chiudere gli occhi ed ascoltare.

(Tutta una vita di schiocchi e di fruscii, nel basso, uno sciame di forme da inventare. Strade da tracciare con il dito sulla terra smossa, e fragili equilibri di foglie e di stecchetti, subito dissuasi da una vespa ansiosa o da un pettirosso in cerca)

Quando il giardino e l’orto furono una cosa sola, una selva con prestiti d’odore e di vilucchio, a estate finita venne ad abitare una zia, nel cortile a lato della casa.
Si poteva rimanere ore a sentirla raccontare, le sere d’inverno, le storie della guardiana delle oche e del pecoraio con gli occhi come stelle. Veniva voglia di prendere sonno nel ronzio quieto delle sue parole e poi svegliarsi con lei, la mattina, perché la zia aveva un altro dono: spiegava i sogni, quasi avesse un libro segreto nella testa che diceva le ragioni di ogni cosa. Di un sogno fatto d’acqua, o di scale senza pioli, o di gemme sparite da un anello, sapeva il perché e il mondo del sonno diventava chiaro, non ingombrava il cuore. Sparivano i rimorsi ed anche le paure.
Ma era vecchia quanto il vecchio noce, la zia, e la bambina cominciò a temere che potesse sparire all’improvviso, come l’albero abbattuto nel cortile. Meglio restarle più vicina, non staccarsi dalla sua sottana, neppure la notte, neppure la mattina. Controllare che le rughe impresse sulla fronte non portassero una nube scura di partenze.
Intanto i sogni diventavano cattivi: le piante cadevano in giardino, anche il noce giovane spezzato da frustate di lampi e di saette, la luna fatta a pezzi sopra i rovi fra sangue di lamponi.
La zia ascoltava senza dire.

Vieni che ti insegno un altro gioco.
Era maggio e la donna la prese per la mano.
La bambina guardò il cortile con occhi nuovi. Non c’erano confini nella selva: aiuole tracimate, fra serpenti di edera e guizzi di pervinche, macchie di bergenie e ciuffi di narcisi gialli, tulipani dischiusi fra le foglie a lancia, tralci in lenta ricaduta, ed erba, erba alta intorno, a confondere i primi crisantemi. Margherite e veroniche intrecciate ad impedire i passi.
Il gioco nuovo fu la cura.
C’era da togliere la gramigna senza strappare il ciuffo, fare morbida la terra con un poco d’acqua per arrivare alla radice, poi un colpo secco. Mazzetti di fili, da scuotere perché la terra non andasse persa.
Ore trascorse a zappettare per ritrovare la traccia di un sentiero e liberare le piantine dall’ingombro che toglieva luce: avere la vita fra le mani e decidere cosa perdere o tenere.
Venne il tempo per l’approdo ai crisantemi. E la parola fu ‘sbocciolatura’.

(Sentire fra le dita i capolini, duri sotto l’ascella della foglia, e scegliere: lasciarli ad infittire la pianta di piccoli fiori numerosi o sacrificarli per il trionfo di un’unica corolla, globosa attorno ad un bottone grosso?)

Venne il tempo passato a diradare le zampe di prezzemolo, perché la radice così bianca e buona diventasse profumo per la zuppa.
Finché si giunse all’angolo dei noci.
Il giovane era robusto e vigoroso, il ceppo dell’albero abbattuto, invece, era invaso dall’erba dell’incuria, eppure nella crepa al centro era spuntato un ‘butto’ di un verde tenero e gentile.
Guarda, disse la zia. Questo sei tu.
Quella notte la bambina sognò dalie aranciate e rose d’autunno, fra le zinnie.

(dedicacato a T. con tanto affetto)

Serate strane

Mettete nel conto un pc alieno e l’assoluta incapacità dell’utilizzatrice finale, che scopre di usare da 15 anni un blog senza minimamente sapere come funziona nel caso in cui si sia costretti a migrare su un altro strumento.

Si soffre.

E’ proprio vero: quando si spezza un vecchio hard disk, ci si sente all’improvviso un po’ orfani e un po’ più stupidi di prima.

Ciao, neh.

z

Cronachette all’improvviso 1.

Hanno preso la nebbia.
Davanti alla mia finestra si è diradata di colpo, tanto che una stella natalizia (forse scesa in ricognizione) è ben visibile sulla facciata della casa di fronte.
La nebbia fitta adesso è in ostaggio nel parcheggio. Quello del Famila, pensato per una città tentacolare, non per un paese di campagna, con VENDESI quasi ad ogni casa.
L’hanno impallata, la nebbia, e spinta indietro, dove c’era la stazione porto, il cimitero delle cipolle.
Se ne sta lì, inquieta come un tappo indeciso se stare o scappare con una scia di schiuma.
E’ rotonda e morbida, bianca che di più non si può, neppure col candeggio.
I pioppi la guardano benevoli dall’alto.

Dovevo dirlo

Sto lavorando, proprio adesso, al mio solito tavolo che dà sulla strada.

Alzo gli occhi e tra-vedo dalla finestra il cielo, grigio polvere (giornata incerta: volgere al cupo o schiarirsi? Tra un po’, tanto, verrà buio…). In fondo, un’apertura: una strisciata gialla, quasi spalmata da un pollice immenso. E’ come se tutte le foglie dei platani e dei tigli, ancora resistenti, si fossero staccate, insieme, e si fossero appiccicate lì, a far colore. In sospensione. Adesso può anche venir sera, mi dico. Lo slargo necessario, quello che da solo dà slancio ad un pomeriggio insipido, c’è stato. Va bene così.

Alto

Perché, se la città fosse stata dietro l’angolo, non sarebbe successo niente. Uno andava, contratti uffici forniture, poi tornava: prima di mezzogiorno si poteva esser già in officina, attorno a una Vespa, nello stanzone, in bocca al campanile.
Invece no. Tanto lontana la città.
Con quella strada in mezzo, mangiata dai fossati.
Le curve murate dalle case.
Non si arrivava mai.
Con la corriera vecchia, poi: ferma a ogni pisciatina di cane, paese dopo paese, col lamento dei freni e l’odore di benzina cotta.
Sul ponte di ferro, a passo d’uomo stanco.
C’era da restare inchiodati una giornata, ad andare in città.
C’era da tornar la sera, con lo stomaco a rovescio, le chiacchiere dei mediatori e la tosse degli operai.

Allora, in città si mandava chi vendeva il tempo: c’è che la distanza inventa i suoi mestieri, talvolta, e li affida a gambe buone.

Il ragazzone con la berretta di lana faceva il corriere anche per una busta sola, anche per un protesto da salvare all’ultimo momento.
Ci penso io, diceva.
E la giornata cominciava già dal finestrino, a ripassare i paesi uno a uno, il pacchetto o la cartella sempre in mano, perché un corriere ha da essere fidato e la consegna non si lascia neanche sul sedile. Si sta fermi, con il cappotto addosso, ben dritti per l’importanza del dovere.

Ma un giorno la busta non arrivò a destinazione.

Ehssì che era primavera: una mattina con la pelle chiara, sulle nebbie di una settimana. Con un cielo squarciato di stupore.
La busta era pesante: quasi una mesata di soldi, da portare di corsa alla bottega della moto, ché, si sa, i tempi delle banche….
Al negozio non si presentò nessuno.
Preoccupazione grande.
Si lasciò passare la giornata intera.

La sera, si andò alla casa del corriere.
Fu proprio lui ad aprire, un poco imbarazzato.
E i schei?, chiese l’uomo dei soldi, quello dell’officina, col pagamento a pendere.
Inghepiù,  disse l’altro, puntando con l’indice il cielo, volato tutto il giorno.
Proprio lì, al Migliaretto, non aveva resistito a quel cartello: viaggio fra i cieli £ 5000.
Tanti viaggi, per tanti cieli.
Quello sulla città rosa delle pietre vecchie e quello sui chiari d’acqua, col fiume che spalanca al lago.
Quello là in fondo sul boscone grande.
Quello sui quadretti e i cerchi delle case fitte, attorno ai serpenti delle strade.
E, in fondo, il cielo largo sul bianco della reggia e …

Ma parché?, chiese l’uomo dell’officina.
Parché l’era pran bel.

E che altro si poteva dire.
L’uomo dell’officina già sapeva.
In pianura il basso cerca l’alto.
Poi lo ama.

La bambina del freddo

Le notti dell’ inverno leggero erano scaldate solo dai respiri. E da certe padelline di ferro arrugginito, con le braci dentro.
Poggiate dentro una nicchia di legno, che teneva sollevate le coperte del letto, sgelavano le lenzuola, regalando un uovo di tepore, col profumo del fuoco.
Non sfacciato. Solo riflesso, nelle cose.
Ma le notti dell’inverno pesante avevano bisogno d’altro, perché la rampa delle scale succhiava il vento da fuori e lo sputava dentro, con certi mugolii nel vuoto che sembravano presenze.
Nei giorni di gelo, la notte era scaldata da una stufa a carbone.
Pettoruta e arrogante.
Posta a guardia del piano alto.
Una stufa dallo sportello a molla, rumoroso e avido di cocke a pezzi grossi.
Spandeva una circonferenza regolare di calore. Lungo il tubo marrone, i raggi si aprivano in un punto, come un ombrello che ha perso la tela.
Per i panni, perché il fuoco servisse anche ad asciugare.

La bambina amava le notti dell’inverno pesante, fin dai riti della sera.
Si poteva chiedere il gioco delle orecchie fredde, prima di andare a dormire.
Nonno consenziente, disposto a farsi un paio di giri attorno alla casa, per portare il gelo dentro. Bellissimo gioco quello di addormentarsi cincischiando le orecchie raffreddate dall’aria di galaverna, fra l’indice e il medio, con la carezza del pollice.
Bellissimo gioco quello di inventare il respiro trattenuto e la testa dolorante.
Si poteva chiedere posto nel letto mezzo, nella stanza grande.
Si poteva ottenere anche il gatto, in fondo ai piedi. Piangendo piano per un po’ (a singhiozzi appena bisbigliati).

Eppure, nelle notti dell’inverno pesante, il tempo cadeva strano anche nel letto mezzo : e le ore di ‘prima’ si confondevano con le ore di un altro ‘prima’, e il gatto in fondo diventava una mano di osso che trascinava, trascinava giù, in basso, lungo una scala che perdeva i gradini. E la scala che perdeva i gradini diventava una strada senza sassi in discesa: la bicicletta non aveva più ruote e la voce moriva senza riuscire a chiamare.
A quale ora la strada muta si faceva pioggia contro le finestre o pozzo con la fiamma dentro?
La bambina era dritta nel letto, con la voce che non tornava e la stanza che si stringeva attorno.
E allora vedeva.
Dallo sfiato della porta entrava la fiamma.
La fiamma era un brandello di carne appesa, una spalla con il braccio, un braccio amputato, senza una mano.
Faceva paura quel corpo monco e acceso e penzolante.
Verranno le formiche rosse, perché dove c’è la carne ci sono le formiche rosse, come attorno all’osso del cane, pensava la bambina.
E le formiche salivano sul letto e s’infilavano sotto le lenzuola, camminavano lungo la gamba che sembrava fredda all’improvviso, mentre la carne continuava a sbattere a sbattere. In alto, all’altezza della porta.
Verranno anche le vespe, pensava la bambina.
E le vespe ronzavano ed erano quelle dell’orto, ora vespe d’inverno col pungiglione di gelo.
Il tempo restava un nastro nero, squarciato di rosso carne.
La bambina sentiva il peso della stanza addosso.
Tutta la stanza coricata sul letto.
Nell’unità indistinta.
Nel fermo lungo che non ha ‘prima’ e non ha ‘poi’.

Solo la mattina metteva le cose a posto.
La madre toglieva dai raggi dalla stufa la camicia del padre, non più rossa per il riflesso della stufa.
Bianca e asciutta.
Sparivano formiche e vespe.
Il tempo tornava alle campane e si muoveva sulla sveglia.

Alberi

Di fronte alla strage di alberi di questi giorni mi è tornata alla mente una vecchia scrittura. Era nata da una conversazione con una cugina cara, che mi raccontava della sua bambina. Matilde, un giorno, le dice ” hai un albero sulla fronte”,   un albero di piccole rughe, forse una nuvola scura, un pensiero a grinze, una piega improvvisa …

Mi ha intenerito questa immagine vegetale che ferma, diventandone stampo, uno stato d’animo di passaggio.
Ho pensato, allora, a quante volte alberi, maternità e infanzia percorrano insieme un tratto di significato e stringano un patto.
Così, senza preavviso, è risalita in superficie una poesia, che se ne stava annidata a far granaio da qualche parte.
E’ di Sergei Esenin.
Là dove il sole sorgendo innaffia
con acqua rossa le aiuole di cavoli,
un minuscolo acero succhia
la verde poppa della madre.
C’è un acero minuscolo “là”, in un punto senza nome e senza estensione, un punto che riassume l’orizzonte e annoda cielo e terra, due “maxima” spaziali, senza soffocare ciò che è infinitamente piccolo ed esile.
Compendiati in un unico ciclo vitale, tornano tutti gli elementi della natura, che rinuncia all’abito da festa per essere soltanto campagna, orto di cavoli, luogo-casa di cura e nutrizione.
E qualcosa accade, infatti.
Arrivano i colori, a rafforzare il senso delle cose.
Il sole presta il suo rosso, ovvero la sua luce.
La terra presta il suo verde, e quindi la morbidezza dell’erba.
Delicati, amorevoli transiti.
Nel dono il sole diventa acqua, la terra diventa madre.
Il “minuscolo acero” entra nel gioco e si fa lattante che succhia dalla “verde poppa” questo fluido passaggio delle qualità, questo cedevole trasmutare degli aspetti.
Assorbono la scioltezza del cambiare, gli alberi.
Sanno essere crocevia di mondi e di scambi.
Come i bambini.
Per questo da loro si lasciano riconoscere, anche su una fronte.

Sono tante cose gli alberi: non si ricostruiscono. Quanta maternità si perde, insieme a loro…