Saluti

Ci sono momenti in cui si vorrebbe chiedere alla vita d’avere mani gentili e al tempo di tornare indietro, per sentirsi bambini, una volta ancora, al riparo di braccia forti e sicure.

S’è riaperta la cesta degli affetti, questa sera, come accade ad ogni saluto, ad ogni partenza.

E le cose già state fanno sciame. Confondono i tempi e i luoghi, ma non il senso di quanto ricevuto. Sfoglie di ricordi volanti, leggere come i vestiti della Diana, cuciti in casa dalla Iris (trionfi di sangallo e sottogonna), o le chiacchiere di schiuma con l’Antonietta bella e saggia,  nel secchiaio, o i capelli della Rosa, cotonati ad arte e in fretta premurosa, prima della scuola. E certe cantatine per le strade di montagna, al buio coi cugini, quando aspetti che qualcosa accada. ( L’ombra silenziosa del padre da lontano, perché non si sa mai …)

C’era una volta un altro rito: quello del gigante buono, che sapeva addolcire ogni distacco, con la mano  a ventaglio, fuori dal finestrino, fino alla svolta dell’auto, in fondo al viale. Chi restava si teneva quel saluto come la promessa di un ritorno, nel tepore della famiglia grande.

Vorrei vederla ancora, quella mano, perché sarei sicura di un rientro, di una gioia restituita, all’improvviso, in una giornata rossa di conserva.

Agosto 2

L’estate poteva ben avere questo profumo di pareti ritinte, o il colore tenero di muri sirena, ma se un colore doveva imporsi sugli altri, se un odore doveva straripare, ad accorpare giorni sempre uguali, quello era il rosso. Della conserva di pomodoro.
Un grosso di forze, richiedeva, che aveva corrispondenza solo nella lavata di primavera, quella con i paioli fuori e la cenere dell’inverno, e con la liscivia quasi turchina, in certe venature.

Un dispiegamento di vasi di vetro usciti da profondità nascoste della casa, forse dalla dispensa, che si prolungava in un sottoscala orrido di ragni solo immaginati.
E stracci, stracci per avvolgere i vasi perchè non avessero a tintinnare, a urtarsi, quando il bollore inventava scoppi di caldo e impennate di schizzi.
L’odore si accampava nella casa, per restarvi. Acido e dolce, insinuante e vischioso, capace di bucare il naso e lo stomaco.Un languore cavo era il regalo del pomodoro, che si strozzava nelle unghie del tritaverdure, e si gonfiava in bolle compatte nel pentolone in cui sobbolliva.

Erano giorni di agitazione, quelli della conserva. Venivano convocate zie e cugine, persino la nuora lontana, in un concitato desiderio di sfidare il tempo.
Non so quando lo capii. Forse ne ebbi la certezza leggendo lo sguardo con cui la Dina fasciava di dolcezza le sue bottiglie piene. Non c’entrava per nulla la gara quotidiana dei sapori, per far dire agli uomini di casa, quando c’erano, “che buono!”

Dentro alla stanchezza di giornate spese a trinciare e a salare e a pesare, stava tutta la voglia di battere il tempo, di aggirarlo, di chiuderlo in un barattolo.
Conservare, tenere da parte un vasetto di colore, una bottiglia di sole, una cucchiaiata di odore. L’estate, da riaprire in inverno: metamorfosi di una giornata di nebbia, schizzata col rosso del caldo, della luce.
E’ che a vivere in pianura , con la nebbia che già ad agosto ti aspetta la mattina presto, si diventa un po’ matti, o bisogna esserlo,  per inventare.
Indovinare le cose dentro la nebbia è come scoprire il sapore dentro una bottiglia.
Un sapore di vetro che cammina all’indietro e va a scavare una scia. La percorrerà chi l’ha segnata, chi ne ha posto, dall’altro capo della memoria, il primo sasso. Ma anche chi è stato dentro la scia, testimone o fattorino, compagno o ospite di un’estate rossa rossa di conserva.

La nuora lontana, quella fuori casa, arrivò aggrappata al vespino del figlio giovane della Dina, bello e geometra, il primo ad avere studiato a scuola in casa mia. L’ altro aveva studiato sfogliando strade e libri di partito. E l’altro ancora non c’era più.

Si attendeva sempre con manifesto piacere l’arrivo di questi zii perchè portavano l’eco di una cadenza ferrarese nel parlare e regalavano il senso del lontano, del quasi mare, dove, d’estate si poteva andare.
Lei, così bionda, teneva i capelli con il foulard chiaro non annodato sotto il mento ma stretto dietro a fasciare il collo, come la Loren in un film.
Il vestito bianco col collo sciallato sembrava la cosa più lontana dalla conserva che potessi immaginare, era tutte le cose buone e candide del mondo.

Miamamma si lisciò la sua vestaglia scura di pomodoro, prima di salutare la cognata, col dispiacere di farsi sorprendere così, in quella domenica laboriosa, col vestito brutto che non aveva fatto in tempo a cambiare. E addosso il forte della salsa che si rapprende.
Il vestito bianco liberava, invece, un odore felice. Dopo tanto rosso, dopo tanto acido…

Quando abbracciai la zia fui sicura: cose e odori potevano avere complicità, il colore di un vestito sapeva restituire la sua promessa di profumo, quasi di gusto, senza inganni. Dolce su dolce, bianco su bianco. Segreto o sortilegio di pelle. Invisibile.
Finalmente la pace fra cose e respiri e sapori, giocata a un crocevia di latte o di giglio, di cipria o di schiuma.

Stretta di pelle fresca e nuvola chiara nel naso, l’abbraccio.
Dentro, tuberose zuccherate, gardenie candite, fra pareti color di crema.
Conquista di armonie, “leggere e vaganti”.

Agosto

Era facile riconoscere agosto negli odori che abitavano la casa e ne vestivano i contorni più prossimi, in un continuo tracimare di vapori.
Erano i peperoni, i pomodori e le cipolle, insieme all’aceto e allo zucchero, a sprigionare un’armonia così intensa che avresti volentieri intinto pane tenero nell’aria. La salsa accompagnava i pasti e si alternava alla fragranza dolce del finocchio tagliato sottile e ben assortito al rosa del tonno.
“Quando mi sposo, a nozze io voglio solo finocchio e tonno”.
Buono, lasciava nel piatto una memoria generosa d’olio, insaporito di fresco, da assorbire con certe rosette di crosta gentile, senza fatica.
A tavola si rideva. “Gli agnolini mangerai”- si scherzava e intanto la Dina mianonna, con geometrica precisione, divideva la carne del pollo, secondo regole gerarchiche, prima gli uomini, poi i bambini e le donne.
Era importante il cibo a casa mia.
Mentre si mangiava, si favoleggiava dei tempi in cui la Dina teneva la trattoria nel paese piccolo.
Venivano i viaggiatori che apposta allungavano la strada pur di godere della sua pasta ben condita e della sua cacciatora, e quelli senza un soldo, che mangiavano e facevano allungare il conto, e qualche volta si portavano un amico. Ma una volta era venuta, per intera, anche l’orchestra del maestro Angelini, che una canzone aveva dedicato alla grazia di tanta cucina.
I ricordi scorrevano sulla tavola e il cibo prendeva altri sapori: diventava il selvatico del fagiano abbattuto con la fionda e si faceva morbido come il burro del vecchio caseificio di casa , che , rovesciato dal secchio, restava madido di piccole gocce di umore. Il burro che la nonna aveva imparato a far da sola, durante il confino in Francia del suo uomo.
Il cibo diventava il cibo di un’altra casa, di altri bambini, di altri racconti, che solo così tornavano in circolo piano piano.
Come per un moto indolente, le storie chiamavano altre storie, che non chiedevano il tepore del camino, ma sbucavano così, un po’ sudate, sulla tavola, col piacere di un uditorio senza fretta.
Quando il giro della memoria aveva già colmato la testa dei piccoli di uno sciame di nomi senza volto, allora miononno e mianonna finivano col parlare l’uno per l’altra, stretti nel loro cerchio di companatico.
“Era brava la Dina. Sempre vista a lavorare, da subito. Però quel giorno, con la veste a quadrettini, è pur venuta nella camera buia sul dietro……”
Infuocava mianonna e zittiva il marito con burbere, agrodolci occhiate.

I cibi, in casa mia, erano flauti di ricordi. Invadevano persino i colori, che ne prendevano le sfumature.
Mentre le donne di casa assaporavano la morbidezza di certe stoffe che le clienti di miazia portavano in rotoli o pezze, la Dina sentenziava col suo vocabolario strano.
“Bello questo color crème e questo nocciola, più bello del burro della camicetta della Silvana. No, no, ‘sto giallo è troppo zabaione. Ma che sfacciato ‘sto sangue di bue, va bene solo per le bistecche”…….
I colori si portavano dietro l’ombra, il fantasma dei cibi e il mondo, stoffa o muro, capello o fiore si caricava di una pastosità di fiaba, di pareti di marzapane e di tetti di biscotto.
Così le cose finivano per non essere cose: rivestite di panna, burro o nocciola, di zabaione o di carta da zucchero, si facevano dolci e belle, quinte per giochi di fantasia, in un mondo che si poteva annusare e gustare.

Quando vennero i pittori per la cucina e le donne decisero il color di crema , misi un dito dentro il secchio dove il colore schiumava di latte e, mosso da un bastone, diceva consistenze impensate. Assaggiai, ma non c’era sapore di vaniglia, solo un salato freddo. E un odore di pulito di calce, che non compensava la bocca amara.

Via del centro

C’è una strada, qui: curva dolce e cuore scuro in un androne.
Ha un nome alto e libertario, ma ora basta uno sguardo e te la prendi tutta.
Le han fatto il pavimento nuovo, tempo fa. Piccole selci, irregolari come pestate di bambini.
A camminarci, senti la polvere dura che trattiene un po’ la suola.
Ci fosse gente, sarebbero altri i rumori.
Ma la gente…
O si accrocchia al caffè (quel che resta di anziani mediatori coi numeri in testa e le donne ancora negli occhi, di passaggio)
O tira dritto veloce: c’è poco da comprare, ormai.
L’anima dei negozi non ha retto al centro commerciale: qualche bagliore di vetrina qua e là, poi pannelli, a chiudere gli occhi alle finestre, o porte nuove.
Se qui non si vende più, meglio abitarci: tende e tendoni aggraziano buchi di serrande.

Io lo percorro piano, questo ‘adesso’, insipido e ridotto, e mi resta il senso del vecchio cancellato.
Certi odori di cuoio e corde grosse che segavano la gola prima della pelle.
Certo umore di cipolla a fetta spessa che cuoceva unta nel pane.
Certo rumore secco di ferro sul tagliere, sul collo della tacchina grassa, la voglia di scappare perchè il sangue (il battente di una porta semovente, così pesante per mani di bambina).

Ha un doppio, questa strada sghemba, qui, nella memoria: le voci, i segni, i gesti delle botteghe morte scorrono sottili dentro le mie età.
Sono quell’altra sponda.
Come vedere, dietro la vetrina di zeppe e sandalini, la porta in fondo, che non dà sul magazzino, ma su pezze di stoffa e giocattoli a molla…

Paradosso del vivere pensando: le due rive del tempo si guardano e si chiamano, presenti nel luogo dove ho pianto e camminato, inciampato in un sasso e sussurrato.
I ricordi sono le nostre tracce, le briciole che, per ritrovarci, abbiamo seminato.
In gara con la chioccia che becchetta alle spalle, grano dopo grano, questa nostra vita.

25 luglio

La sposa aveva i bigodini in testa.
E i jeans, gli zoccoli e la maglietta nera: quella che a lui piaceva tanto perché aveva lo scollo da madonna e la pelle sembrava ancor più chiara.
Erano le sette del mattino e il cielo era sgombro, di un pulito che pareva lustrato con la pomice.
Bisognava fare le tartine, mentre il padre avrebbe curato la regia di tavoli e tovaglie nel giardino di Villa Bisighini, prestata al bisogno senza storie.
La madre a casa, perché era commossa e c’era da accogliere i parenti.
Lo sposo suonò alla porta: sorriso d’intesa, multiplo e abbondante, zoccoli e camicia a quadrettoni.
Bellissimo, pure di mattina, e calmo, anche se la porta del bagno era ancora da montare e non si sapeva se i pasticcini sarebbero arrivati per tempo. Da Mantova, in corriera.
Carbonara era lì, a pochi chilometri di strada: gli amici già al lavoro.
Il padre, con piglio da caserma, cominciò a dirigere spostamenti e pulizie.
Le tavole fra gli alberi fiorivano come margherite di lino e porcellana, perché va ben una cosa campagnola, ma con la finezza dell’apparecchiare.
Che non sembri la festa di partito, con le bandiere rosse e tutto quanto, aveva implorato la madre, preoccupata, perché già aveva dovuto digerire l’assenza di bomboniere e partecipazioni: solo bigliettini scritti a mano dalla figlia, con l’inchiostro di china…

Villa Bisighini sorrideva a tanto brulichio.
La Lia era maestra di tartine: tutti col coltello in mano per spalmare multistrati di salse profumate e rapidi passaggi di tartufo, regalato alla sposa come omaggio. Collane di uova sode al gusto di paté, sfogliatine al profumo di formaggio, creme di tonno montate come spuma, fantasie di verdure ed affettati: una gioia per gli occhi e il palato, anche se la sposa non riusciva nemmeno ad assaggiare, persa nel dopo ancora da arrivare.
Faceva tanto caldo e di colpo si materializzò il sogno dell’Artide e del ghiaccio.
Serve un camion frigorifero?
Un compagno del padre, sua sponte, era arrivato per caricare tutto su un gigante bianco: il suo dono aggiuntivo con sorpresa.
Però.
Il cielo cominciò a perdere limpore: nubi a raduno, molto, molto grigie.
Un temporale al galoppo. Senza preavviso, mentre la chiesa improvvida batteva gioiosa il mezzogiorno.
Al padre si afflosciò tutta la regia, alla sposa perfino i bigodini.
Piatti bicchieri immenso tovagliame … il tutto affogato sotto un’acqua a rovescio, mentre in un corri corri generale si spostavano tavoli in precari, funambolici equilibri, dentro la villa, nell’andito, piano B mai preso in considerazione. Mica può piovere il 25 luglio! Appunto.
La sposa fu portata a casa, umida e moscia: ad attenderla una madre in pianto greco, che ripeteva a le cinco de la tarde non si sposa e non si parte, addomesticando Lorca a modo suo.

Ma poi si sa che le fiabe sono vere …
Le donne del paese vennero in fila a prendere tovaglie e tovaglioli: asciugarono tutto con le ferrine calde e tornarono a sistemare lo stoviglie, ora luccicanti per l’ennesima sfregata, con un regista ammansito dalla pioggia e dall’effetto.
Alle cinque del pomeriggio anche il sole non si perse la festa: lo sposo montò la porta del bagno, uscì per ultimo di casa, fra gli applausi dei bambini che contavano i minuti, scommettendo perfidi sui tempi. Corse ad attendere la sposa, in chiesa, per il rito, sperando che i testimoni non si fossero perduti. Anche gli amici arrivarono un poco trafelati, uno in ciabatte perché le scarpe chissà dov’erano finite, durante il temporale.

Anche la sposa arrivò, a testa nuda ma zampettando su improbabili scarpini: i primi col tacco, dopo secolari mocassini …, giusto per essere all’altezza della situazione.

Sono tanti anni che ripasso questa nostra giornata e ogni volta torna la solita colonia di pesci guizzantini fra petto e gola.

Oggi di più.

Viserbeide (la fuga)

La bambina Ughetta aveva camminato. Tanto camminato.
La spiaggia era piena di cose da guardare. Nell’ora del dopo bagno, lenta e pigra.
Com’era successo, proprio non sapeva.

C’è da dire che la Rosa, una delle zie, era rimasta in casa, la mattina, perché il mare la faceva un po’ nervosa. Anche la piccolina era restata lì con lei, a mettere i semi di girasole tutti in fila.
(Gli ultimi giorni di spiaggia fiaccavano le donne, che avevano la testa già al tornare indietro)
La Iris, l’altra zia, invece era più soda: la tenda arrotolata sotto il braccio, la borsa con gli asciugamani, era partita con passo bersagliere: lei e la Diana al seguito, ancora poco sveglie.
Dopo il bagno in mare, la Iris l’aveva ben lavata e fasciata col costumino che piaceva a lei, sotto la tenda fresca e gli asciugamani per tappeto.
La bambina aveva mangiato la sua fetta di pane con il burro, coscienziosa, attenta che la sabbia restasse a casa sua.
Non c’era niente da fare, mentre la zia si prendeva la doccia per cambiarsi poi in cabina.
La Diana rosolava al sole con l’odore di cocco come aureola. Gli occhi chiusi e le bretelle del costume scivolate, per succhiare la luce in modo pari.
Passò una palla rossa. Ecco forse cominciò così.
La palla rossa era un gran richiamo: diceva seguimi bambina, non sarò rotolata qui per caso…
C’era praticamente solo da obbedire.
E darle un calcetto per vedere dove andava, poi ancora un altro e un altro ancora e ancora e ancora.
La palla rossa se la prese l’onda e la bambina la lasciò andare: non poteva bagnare il costume asciutto e c’era un castello di sabbia da guardare, con quelle pareti così lisce che parevano sfregate con un panno …
Servono conchiglie, sentenziò uno dei bambini muratori e lei si mise d’impegno per cercarle, ma poi passò quella ragazza che pareva una modella: tutto un lavoro di fianchi a camminare. Troppo bello seguirla appena un poco da lontano, imitando le mosse come un cagnolino, e le mamme che ridevano a vederla.
E poi, e poi quel gioco di biglie che correvano su e giù per piste d’acqua e sabbia: bastava lo schiocco dell’indice col pollice di ragazzi piloti infervorati.
C’era da fermarsi per capire, con la voglia di averle tutte fra le mani, quelle biglie di vetro coi colori dentro. Ne vide una ferma fra la sabbia, si chinò come per grattarsi un piede, invece se la prese di nascosto. Stette un po’ lì, per non destar sospetti, poi corse via, felice del bottino.
Si fermò quando non respirava più, per guardare per bene il suo gioiello.
Bello era bello, con quella striscia un po’ d’oro e un po’ turchese…
Lo pulì con cura e si guardò intorno.
Un bagno con gli ombrelloni tutti uguali, azzurri, con le frange.
E il mare che pareva un altro, così pulito, senza sfilacci di cozze o di catrame.
E i pattìni bianchi, tutti allineati.
E le signore che parlavano fra loro. Sullo sfondo un albergo che rifletteva il sole.
Tutto sconosciuto.Si sedette così, sul bagnasciuga, con la biglia di vetro nella mano. E pianse, pianse disperata, come una pollicina senza sassi, nel bosco infìdo e traditore.

Sì. Aveva camminato. Tanto camminato. La spiaggia era piena di cose da guardare. La palla rossa, il castello, le conchiglie, la modella, le biglie … E adesso come si faceva? Attorno a lei il bagnino e le signore con il birignao.
Poverina poverina, ti sarai perduta. Come ti chiami?  Ma perché non sei con la tua mamma?  A sentire la parola mamma, si mise a piangere più forte. No, che non c’era, la sua mamma, lì.
C’erano solo le sue zie, subito avvolte da un’aura di matrigne cattive e sfaccendate .
Solo sapeva che stava in una stanza lunga, dove le cugine mangiavano la marmellata sua . E di sopra entravano i pipistrelli. E c’era il bagno fuori. E anche una fontana dove la piccolina era caduta dentro.
Fra i gemiti di orrore dei presenti, il bagnino fece l’elenco dei cognomi di tutti gli affittacamere del luogo. Fu riconosciuta la levatrice del paese.

Il ritorno fu un trionfo in bicicletta, alle tre del pomeriggio, sotto un sole sudato e gocciolone.
Le zie con i sali, in preda a svenimento, la Diana lasciata in spiaggia per vedetta, i parenti allertati per telefono fino al terzo grado, il nonno già in corriera per riportare a casa tutto il gregge. O quasi.

Qui come altrove

qui-come-altrove_effigieC’è un piccolo libro, nato fra le pagine di questo blog.
E’ “Qui come altrove”.
E’ uscito qualche giorno fa per i tipi di Effigie: Teréz Marosi e Giovanni Giovannetti l’hanno accudito con cura affettuosa.
Dentro ci sono le vite minime che amo tanto, fissate in un gesto e con lo spillone di mille caratteri (al massimo, spazi compresi).
Piace pensare che, a togliere, ad alleggerire, si possa trovare, al fondo delle storie, una scheggia di senso, un’unità semplice e ‘discreta’. Con un po’ di luce.

A convincere

A convincere che la terra è specchio d’altro sono i segni dopo la pioggia.
Triture di zampine nel fango.
Righe azzurre, storte e luccicose, fra scavi di nutrie e accenni di granturco.
Parole, che hanno preso l’acqua, adesso stese sul filo del bucato.

Molti segni stanno fitti nella casa bianca.

E’ lì che arrivi  se, dopo la pioggia, è rimasta la nostalgia di una nuvola e del suo singhiozzo.
Allora chiedi a un albero il racconto dell’alto.
Giusto per spargerne la voce o la speranza.
(Un  nocciòlo sa dire della valle, un salice parla di sguardi alle golene, del ciliegio nuovo si contano le foglie come baci)

Si va per il pioppo spezzato,oggi, per il garbuglio di fili e tegole disfatte, di vetri che la burrasca ha seminato.
Il pioppo ora è una nave senza vela, un gigante ammarato sul suo fianco.
I passeri per pudore stanno zitti, ma la Rodiana resta una cesta di bisbigli: l’invito segreto ad andare avanti, ché la vita trova le sue tane.

L’intelligenza della specie

Elena Ghiretti, L’intelligenza della specie, Baldini & Castoldi.

Tre coppie si frequentano separatamente in una proporzione armonica, dettata da livelli diversi di conoscenza, di interessi e di affinità. Anna e Marco : Cri e Massimo = Cri e Massimo : Nathalie e Daniele.
Tutto accade quando la coppia mediana decide di far incontrare gli estremi, dopo averne acceso reciprocamente la curiosità. Il gioco dell’armonia si inceppa e propone una nuova, ironica edizione della teoria delle catastrofi, con la destabilizzazione, l’incrinatura e la decomposizione del gruppo.
L’attrazione per Daniele, infatti, intrappola Anna in un tortuoso gioco di seduzione che si avvita su se stesso, staccandosi dalla realtà per diventare un pensiero ossessivo.
A quel punto la proporzione diventa sproporzione: fra investimento emotivo ed oggetto del desiderio, fra virtualità ed esperienza, fra volere e potere, fra supposizione e situazione reale.

Non amo le strettoie delle definizioni, specie quando riguardano la letteratura, eppure l’opera d’esordio di Elena Ghiretti è così particolare e riuscita da sollecitare l’azzardo di qualche marca ‘territoriale’.

E’ romanzo della contemporaneità, spaccato di una società complessa, fatta di ‘caste mobili’, che allignano, come mondi rotanti e non comunicanti, in una Milano non massificata né convenzionale. Una Milano in cui il lavoro è etichetta di prestigio, citato come brand e non come mansione: una città che sa d’Europa, restituita attraverso un tour fra luoghi scelti (la libreria buona, i localini, il negozio alternativo, la bottega bio, il cantiere/ cornice di una festa o di un evento), spazi che i personaggi presidiano come simboli di uno status e di una distinzione culturale.
Seguire i luoghi citati dall’autrice non consente di tracciare una mappa di comunità, ma una mappa d’élite, animata dalle abitudini e dalle inquietudini di trenta/quarantenni creativi, rampanti cultori dell’inedito, che hanno meticolosamente costruito la propria vita come un artefatto, un qualcosa fatto ad arte nel segno del bello e del non usurato. C’è tanta voglia di viverlo, il bello, in una immersione totale: abbigliamento o natura, corpo o arredo, persona o film non fa differenza.

E’ romanzo che minimalizza l’azione e la trama, eppure non statico, anzi scandito in situazioni cicliche e rituali (la cena, il balletto di avanguardia, il cinema, la fuga dalla città verso una Liguria selvatica), ma costantemente indefinite, interrotte o rimandate, fluide negli esiti e nelle implicazioni.

E’ romanzo di s(og)guardo: i personaggi di maggior rilievo, gatto compreso, si osservano gli uni con gli altri nei minimi dettagli, si soppesano, si esplorano senza darlo a vedere: ciò che passa per gli occhi è oggetto di una valutazione continua, perché indizio di un modo di stare nel mondo. Lo sguardo è, infatti, l’attributo fondamentale di Anna, la protagonista, che filtra (e manipola) la realtà attraverso il suo punto di vista centripeto.

E’ soprattutto romanzo di ‘re(l)azioni a catena’, pensate, desiderate, qualche volta agite, e sempre allineate sul filo della seduzione. Sono relazioni in cui lo “stare insieme” all’interno della coppia sancisce una sorta di alleanza nonostante i silenzi, gli attriti, i segreti e le menzogne, e, all’esterno, fra coppie, costruisce uno stato concorrenziale, che colpisce soprattutto la componente femminile, ma da cui non è esente neppure quella maschile.
Se le relazioni non sono amicali ( perché all’amicizia sono state sottratte autenticità, fiducia e confidenza), le reazioni sono addirittura ostili, soprattutto quando vige la sensazione di uno sconfinamento di campo, di un’appropriazione indebita di relazione.
E’ allora che le buone maniere non reggono più e il risentimento rompe la superficie liscia delle apparenze, rendendo necessario il cambiamento.

Un romanzo raffinato, intelligentemente sottile, orchestrato da una regia sorvegliata, che consente alla lingua di scorrere piana, ironica, credibile.
Sono felice di presentarlo, insieme alla sua autrice, il 3 giugno, alle ore 21, alla biblioteca di Ostiglia.

L’uomo col cane, ovvero le storie di Po

E poi ci sono le storie di Po.
Sono storie di gorgo e di riva, di sole e di nebbia.

Le tiene l’uomo col cane, che cammina cammina sull’argine.

Vede il Po quando è ruga magra d’estate, spiaggia di zampine d’airone e spire di cappe (lente) di fiume, segrete talpe di sabbia.
Vede il Po quando è gufo che gonfia le ali in autunno e ha voce bagnata e dà righe di muschio ai pioppi.

L’uomo col cane cammina cammina e sa le storie del fiume, che prende chi nuota con mani di acqua e tira al fondo, senza restituire.
Sa le storie che si contano in piazza, ma che nascono a riva, a occhi chiusi, in incontri fugaci, che lasciano rossa la pelle e il cuore sospeso.
Le sponde di Po sono ceste di bisbigli, la sera, a saperle ascoltare.
L’uomo col cane cammina cammina e non dice.

Solo una notte, alle parole che mossero il cespuglio di madresilvia, alla risata che pigolò a riva, rispose col nome di una donna.
E si allontanò.

Una finestra su Carlos Paz (alcune note sui racconti di Marino Magliani)

“Sii fedele alla tua storia”: è Karen Blixen a mettere questa frase in bocca ad un personaggio dei suoi Ultimi racconti.
Quando ho letto Carlos Paz e altre mitologie private, i racconti di Marino Magliani  appena usciti per Amos Edizioni, ho ritrovato il senso di queste parole: ho riconosciuto non solo e non tanto il fondo autobiografico che ogni scrittore frantuma e dissemina nella narrazione, quanto piuttosto le modalità di un approccio che caratterizza la persona/scrittore.
E qui sta la fedeltà alla propria storia.
Mi son fatta l’idea, infatti, che chi ha viaggiato fra vite diverse in luoghi diversi, astenendosi dagli stupori che hanno il sapore del giudizio o della valutazione, chi si è esposto al cambiamento, come ha fatto Magliani, sappia poi usare la scrittura per accogliere tutte le forme in cui si presenta l’incompiutezza dell’esistenza: il suo farsi e disfarsi continuamente, il suo provare ad essere e a trasformarsi, da lingua a lingua (“le parole di un Sud da usare ora per le cose del Nord”),  da mare a mare, da roccia a sabbia, dal reale al possibile.
Il tutto all’interno dell’archetipo per eccellenza dell’inquietudine: il viaggio, un andare per andarsene, senza un motivo necessariamente dichiarato o dichiarabile.
In questo approccio, mai invasivo, alla varietà delle cose, dei luoghi, delle ossessioni private o generazionali, c’è amore per le storie, colte e raccontate senza onniscienza, e  c’è rispetto per i personaggi, mai sovra-esposti o svelati, spesso senza un nome, accennati magari per una provenienza, per un colore o una professione.
Nel respiro breve del racconto, Magliani  lascia spazio, quasi con pudore o con timidezza, all’implicito, che sa sfociare nell’onirico come in Arance, o in una narrazione cumulativa e veloce, come in Carlos Paz, fermandosi  sempre in tempo per non dire  troppo.
Ed è l’innocenza a colpire, una purezza che non viene meno neppure quando la parola, per dirla con Bachtin, incrocia ‘il basso corporeo’, il registro informale (senza disdegnarli) o gli aspetti più minuti, terragni e materici della realtà.
Anzi da lì, dall’assolutamente trascurato, dall’informe, addirittura dal frattale, esce uno dei racconti che io amo di più: Spazzatura.
Una subliminale lezione sul destino delle cose, delle parole, della memoria, attraverso la spazzatura, metafora e lettera non di ciò che resta ma dell’ultima ri-partenza.
Ciascun elemento fa il suo lavoro: vetri, lattine, plastiche si usano, si consumano, le parole si sparpagliano, si combinano, si danno un ordine come in una ruota, ma “ogni tanto salta un dente, e lì ecco, è quando subentra la memoria. Lei rimette a posto i meccanismi del nastro. E quando ha fatto il suo lavoro bisogna gettarla, non serve più, non si tiene la memoria ammucchiata in un luogo, non è conservabile, si può riutilizzare ma ogni volta bisogna cercarla come se fosse la prima volta.”
Si getta la memoria, come si gettano le cose e le parole, anche le trame, anche le storie che hanno viaggiato su una pagina o su un monitor.
Si getta non per chiudere ma per provare, forse, un attimo di nostalgia o di pentimento, e sicuramente per tornare a cercare, rimestando nel circolo (non sempre virtuoso) dell’esistenza.
Ancora partenze e reiterati ritorni, dunque,  per rinvenire fedelmente le configurazioni inedite della possibilità, proprio come quando si fruga nella rumenta : “rompo un rametto di olmo o una canna e mi metto a cercare le forme, i colori, disseppellisco qualcosa e riconosco vecchi nomi e pubblicità”.

I racconti di Grazia

I racconti di Grazia Giordani (Pelle di ramarro, Il Cerchio) sono brevi lampi letterari che della letteratura conoscono a fondo la lezione: il valore della parola accuratamente scelta, il ritmo che non indugia, il dosaggio misurato e controllato delle situazioni e dei dialoghi, la seduzione degli incipit.
Sono racconti capaci di suggerire atmosfere, in una sinestesia continua fra elementi visivi e uditivi, per cui le voci, in Dissolvenza, sono luminose, “brillano nel buio” secondo fasci di diversa intensità, per poi disfarsi in opalescenze, fino a diventare ‘interiori’, in diretta comunicazione con il sentire.
C’è una tale corrispondenza fra il dentro e il fuori dei personaggi che basta all’autrice intagliarne con pochi tratti carattere e fisicità per farli continuare a vivere nei pensieri di chi legge.
A questo scopo la scrittrice ne consente addirittura brevi fuoriuscite surreali, perché abbiano vita al di fuori dei romanzi, da lei precedentemente scritti, ed entrino nei suoi racconti. E’ quanto succede a Ginevra, protagonista del romanzo Signora a una piazza, che rivendica una libertà d’azione fuori dai confini del libro in cui è nata per animare anche uno dei racconti più imprevedibili, Frenesia.
Basta questo esempio per capire che i racconti di Grazia non sono mai la cronaca che ripercorre semplicemente un accaduto, non hanno l’azione al centro della trama, ma, di volta in volta, racchiudono un gioco di wit, un guizzo di ingegno creativo, di invenzione letteraria che spiazza il lettore con una svolta improvvisa della narrazione: a volte è un paradosso (come un amore che resta nelle chiose ai margini di una pagina, o come una seduzione affidata ad una fotografia o a una voce), a volte è l’intreccio  metafisico dei sentimenti, metafisico proprio perché va oltre i limiti della realtà, ne intacca la solidità, e lascia intravvedere una dimensione che si alimenta di ricordi, di relazioni postume e di affinità elettive.
A volte è un incontro, predestinato o casuale, sempre un colpo d’ala del destino che  non diviene banalmente motore di una felicità, ma di un rovesciamento, di un cambiamento che segna: una tangenza che non necessariamente si prolunga in storia, ma in cui qualcosa di entrambi i soggetti resta reciprocamente impresso nell’altro, in forma ora di nostalgia, ora di rimorso, ora di inquietudine irrisolta.
L’incontro non è soltanto un motivo ricorrente: è la sintesi, tradotta in elemento tematico, di un modo di leggere il flusso delle cose; ci dice quanto la vita sia uno sfiorarsi casuale di esistenze, dentro a un caleidoscopio di combinazioni  continuamente in movimento.
I racconti di Grazia accolgono con eleganza questa imperscrutabile oscillazione e  la traducono in possibilità.
Per questo, spesso, le storie narrate valicano i limiti di una conclusione ed hanno bisogno di dilatarsi in finali diversi, in cui l’autrice riprende o continua il racconto, in armonia con la complessità della vita.
A segnalare quanto, in essa, tutto possa svolgersi in più modi, alterni e divergenti, seguendo le strade dell’ amore e  del disamore, della realtà e del sogno, dell’essenza e dell’apparenza, della fine e dell’inizio.

Strade

Non so da dove arrivi l’amore per le strade.
So che s’accorda all’estro del momento, al tempo delle cose, agli umori del sole.
Anche dell’ombra.

Piace che le strade vadano nel mezzo, con svolte improvvise di platani o di pioppi.
O che si aprano, pigre ed emiliane, ad ospitare ai lati le donne in bicicletta, mercati un po’ cinesi e un poco no.
(S’aspetta che arrivi la città costeggiando furgoni di ultime arance parasiciliane e radicchi  appannati  fra canali di aironi imbalsamati)

Piace che  passaggi a livello mai cambiati e semafori che pendono dall’alto impongano soste visionarie.
(L’anatra che passava sulle strisce, giuro, quieta e ancheggiante, sotto un incrocio di sguardi divertiti. Qualche tempo fa)

Piace che si possano rubare scampoli di vita, ai bordi della provinciale.
(Case anni ’50. Alcune con zoccoli di marmo ad arlecchino  e il gioco di un volume rientrante, giusto per muovere un poco la facciata. Balcone in muratura appeso a due colonne, dipinte a finto marmo. Stile geometrile, insomma, si dice qui da noi)

Sul portone di una casa gialla, una vecchia, davvero molto anziana e corpulenta, sta salendo sulla bicicletta, manubrio largo e ben squadrato, da primo dopoguerra.
Il marito è alle spalle di questa laboriosa operazione.
Si salutano, ma l’uomo non rientra: ferma la moglie con un eh, poi la raggiunge, le rialza il bavero e le sistema i capelli, dietro al collo.
La signora  è in fragile equilibrio sulla pista, ora. Sorride.

Ferma al semaforo, mi prendo questa scena e mi dico che forse c’è speranza, se restano i gesti: quelli semplici, come i rami che tornano a inverdirsi, semplici e sufficienti a fare casa.

Per Gezim Hajdari

Dovessi scegliere una sola parola per dire cosa significhi per me la poesia di Gezim Hajdari, albanese della Darsìa, esule in Italia dal 1992 per aver denunciato i crimini e la corruzione sia del regime di Hoxha sia della fase post-comunista, non avrei dubbi: sceglierei besa.
Besa in albanese significa parola, in senso etico ed epico: è parola data, e dunque parola d’onore, è impegno e patto di vita, è marca dell’essere uomo, ovvero segnale di virtus.
E besa nell’opera di Gezim è anche la poesia, che ne conserva e esalta tutta la gamma di valori.

E se Poesia è besa, come tale richiede una dedizione assoluta e pretende dall’uomo e dal poeta la prova più difficile: quella della congruenza, che è qualcosa in più della coerenza.
La coerenza è la continuità del senso, è la tenuta di un filo logico, pensiero o comportamento che sia, la congruenza invece è l’allineamento/corrispondenza di tutti i livelli dell’io: il pensare, il sentire, il credere, il fare, il dire… Vuol dire “camminare sulle (proprie) parole” e quindi confermare con i fatti quello che si pensa, si sente, si crede e si dice, senza scollamenti e sfasature.
E’ talmente forte la congruenza di Gezim che la sua parola poetica non è solo detta o scritta, ma è agìta e capace di far agire, è l’incarnazione della majakovskiana agit-azione, vissuta in totale compenetrazione con la vita: è assunzione di una responsabilità civile e morale.
Per questo la Poesia diventa, di volta in volta, urlo, grido, eresia, denuncia degli orrori della storia, ora preghiera tutta laica, ora bestemmia o ingiuria contro i responsabili delle ingiustizie, voce altisonante e potente delle ragioni cui si affida la vita, eppure canto sussurrato, d’amore e di nostalgia.

Quando la Poesia si fa besa carica le spalle del poeta di un’ulteriore responsabilità: quella di essere manifestamente pubblico.
Espone perché non si può nascondere, la Poesia, né è capace di nascondere, quando è autentica, e allora la conseguenza può diventare invivibilità della propria patria, esilio, “errante e indifeso”.

Esilio è parola chiave della vita e della poesia di Gezim, che prima è esule, dentro la sua nazione perché si oppone al regime che la governa, e poi è esule, al di fuori delle sue montagne, delle sue capre, dei suoi siliquastri.
Esilio significa strappo, distacco da una patria amata e odiata con la stessa potenza, perché madre e matrigna, Medea che “impietosamente divora i propri figli”, e, a sua volta, insanguinata e abbattuta.
Esilio significa approdo in terra straniera, lontananza fisica e vicinanza di pensiero, solitudine e sentimenti di estraneità.

Pare di poter dire che l’esilio produca in Gezim due movimenti interiori: da un lato la nostalgia che è pieno possesso della vita passata, nostalgia coniugata con i verbi del ricordare, del rammentare e del rivivere, con tutta la struggente malinconia che nasce dal desiderio di una ricongiunzione impossibile, dall’altro un bisogno di totalità che porta ad un’inarcatura ulteriore del viaggio, alla ricerca delle analogie, delle somiglianze, dei rimandi da un tempo all’altro, da un luogo all’altro, per nuove donazioni di senso.
Questo mi pare rappresenti l’ultima, potentissima raccolta di Gezim, Delta del tuo fiume, che nasce dai viaggi ed è a sua volta un viaggio dentro un tempo senza confini, dentro uno spazio senza frontiere, per vivere e sentire nel corpo e nel cuore l’Africa, il Congo, la Tanzania, il Mali, il Niger, il Marocco, il Sud Est asiatico: un viaggio ubriaco di mondi.
Si tratta di un itinerario reale e simbolico, insieme, che porta al riconoscimento continuo dell’io nell’altro, del dolore dell’io nel dolore dell’altro, perché chi soffre ha lo stesso volto e le stesse stigmate. (E come non ricordare Saba, allora …).
L’io si stempera in ogni incontro ed ogni incontro assorbe, come un sacco vuoto, sciogliendo memoria, identità, corpi e limiti, temi e semi di altre raccolte e di altri raccolti.
Il delta diventa il correlativo liquido di questa condizione: come nel fiume si confondono le acque degli affluenti, come nel mare si confondono le acque dei fiumi, così nel delta si annullano i confini e le separazioni.
E la Poesia, quest’area area dai contorni mobili, si fa delta capace di accogliere la mescolanza e celebrare la potenza dell’incontro, con l’uomo, la donna, la natura, i colori, l’io: perché è l’incontro che ci cambia e ci dona o presta qualcosa.

Cieca la notte sulle mura di Arusha,
ci avvolge col buio come una pelle di cane,
chiude i sentieri di luce per tornare verso la patria.

Ci siamo arresi alle sue frecce d’amore
senza lanciare né pietre, né gocce di veleno.

Dalla savana ci separa la linea sottile delle grida,
dal Kenya la cima innevata del Kilimangiaro
come la verità di un sogno incanutito
catturato dalla memoria dei baobab.

Parliamo dell’Africa ubriacati dal suo nero,
non lontano dalle piantagioni di caffè
e dalle mandrie di masai dimezzate dai felini.

Sull’altitudine delle sue labbra,
oro e sangue la notte di Arusha.

(Gezim Hajdari, Delta del tuo fiume, Ed. Ensemble, Roma 2015)

Pensieri di acqua e di terra

L’acqua è rimasta su, per ore, tenuta a bada da un cielo cinerino: gli si leggeva in faccia un rancore accumulato, da sospensione imposta e non voluta.
Poi, di colpo, il livore si è disfatto: giù, gocce a corona, quasi un po’ ingiuriose.
E un senso lieve d’interna soluzione.

Piace la pioggia forte che si dice: non centellina più, né dilaziona.
Se ha d’arrivare, arrivi: i giochi sono svelati.
C’è nulla, ormai, più da volere. Se non questo sfuggire ad una obliquità.
La pioggia, il freddo vero, non truccato da un po’ di umidità, il buio alla sua ora.
Se han d’arrivare, arrivino.

Si era tornati per l’argine, una volta, a salutare l’acqua con altr’acqua ancora.
E riveder lavati certi borghi di costa, ai margini dei pioppi.
(Con la pioggia, l’azzurro di vecchi  caseifici, crosta di verderame e calce, è  turchino vivo, da cartoccio di  zucchero d’un tempo)
Piaceva innalzare, ai lati della strada d’argilla, castelli d’acqua alta, che appassiscono scroscianti in un momento, ché pure la pioggia ha le sue morgane.
La terra, all’andata così dura, pareva accordarsi all’acqua,sciogliersi in goccia  e schizzo.

Piace l’umiltà della terra che si sfianca, mite, sotto la pioggia.
Finchè può, trattiene un filo, un guscio di lumaca, un sasso che luccica nel buio, poi lascia andare.
Apre le mani e ammolla.
Cedevolezza amica.
Tornerà ai bordi, dopo il suo viaggio d’acqua e vento.
Si riconoscerà terra in altra forma.
Vita in altra vita.
E noi?
Poter impararne, intanto, la docilità…