Per Genova

A Genova ferita, il mio affetto, sul filo degli amici cari e, ora, del dolore.

Appoggio qui lo stralcio di un vecchio post per dire come l’ho vissuta, come la vivo nei ricordi e come spero di viverla ancora, questa città.

“Bella, Genova. Per me.
Piace per via del nome, anche: lì mi sento chiamare dappertutto, perché Genova suona Zena in dialetto, con quella zeta defilata, comune ai suoni della mia parlata. Più a casa di così, certo non si può.
Piace, ‘sta città, per il suo cuore a grinze di strade e di stradine, che si aprono e si stringono: quelle grandi hanno segni di ricchezze appena un po’ sgualcite e le piccole tengono le tracce di mestieri antichi, di tutti i mestieri, pure di quelli che richiedono l’attesa, il muro alle spalle per appoggio. La sigaretta accesa.
E piace, Genova, per la pelle rosa che prende verso sera, quando c’è il sole (se la liscia sul collo delle case alte, in faccia al mare). Mi piace persino per il brutto: la strada per aria che la sega, ma pure l’attorciglia con la vita, lavoro&fatica, la stessa che ritrovi giù, al porto, nella mezza luna dei portici (odore di ferro, di cani e di panissa).
Ma è la Genova delle storie che, ogni volta, io mi porto a casa.
E’ quella di Pino, che mi racconta del Paciugo e la Paciuga e della barca triste senza più ritorno, e dei bambini che si attaccano ai camion con un salto, per fare vendemmia del poco necessario: la frutta che rotola in sveltezza, a consolare la fame della guerra…
(Pino racconta con gli occhi e con le mani, con le parole del porto e della strada e con pause di belin a fare fitto: sa di navi e di tatami, di viaggi per mare e per materassina, forte di una cintura bianca e rossa…)
La sua è la Genova dell’orgoglio di chi ha fatto la guerra partigiana e pure ha nascosto qualcosa di “pesante” dietro muri bugiardi, perché non si sa mai. Non si sa mai. E adesso si prende cura dei ragazzi perché anche il tatami è una finestra di speranza.
La Genova di Paolo, invece, sta nell’indignazione rossa di chi ha tanta voglia di cambiare, ma intanto  mi mostra quella chiesa sparsa, tenuta insieme solo dalla colla del colore…”

La mia, adesso, è la Genova che piange, dignitosa.

(ai nostri amici)

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Cronache dal terrazzo 6.

E’ una giornata calda, col riverbero negli occhi.
Il terrazzo si affloscia sotto il peso dell’afa: foglie rattrappite dell’ibisco e chiusura difensiva della spirea, che stringe i suoi rametti in un faccia a faccia consolatorio.
La bomba d’acqua di ieri è servita soltanto a rinfocolare il caldo e a rovesciare due vasi. Il risultato ora sta tutto nel melograno obliquo, che promette un incerto destino. Cadrà? Forse sì.
Di azzurro c’è ben poco, in giro. Lo spicchio di cielo fra muri non parla, si limita a versare una luce vischiosa, sulle cose di cartone. C’è intorno l’odore bruciaticcio della terra che si asciuga subito e chiede ancora.
Occorrerà aspettare la sera, per nuove iniezioni di vita.

Durante il giorno si cattura la voglia di buio e si pensa alla notte come al porto da cui far partire una vela, perché viaggi, fresca, e scivoli senza rumore sull’acqua che gronda dai vasi…

Foderette

Tutta colpa di quelle foderette.
Nate per cuscini gonfi, con piuma in esultanza: orlo a giorno fine di pazienza, rado come le chiese di pianura.
Tessuto di telaio molto bello, disse la cognata, e pure sostenuto: bisogna farci dentro un gran vestito.

La Iris con l’ago faceva meraviglie ed era nota per un taglio così esatto che la veste ti nasceva addosso senza neppure una pince di salvataggio. Le spalle, poi: diritte, anche senza imbottitura. Grande perizia di conti gestativi, calcoli col lapis sulla squadra, con l’occhio ai numeri in cartella. La sagoma di carta disegnata, nell’estro perfetto del momento.
Poi, la stoffa trafitta da gessi e da spillini, docile distesa sulla tavola.
E il rumore di trancio delle forbici, sicuro come un’esecuzione.

E’ sarta diplomata, di scuola SNOB, Torino, annuivano le amiche, che in coro compitavano a rosario, di dito in dito: Signorilità, Nobiltà, Originalità, Bellezza…
Doni di un altro mondo che arrivava per posta sotto le spoglie di un giornaletto rosa, miniera di modelli tratteggiati e di silhouettes moooolto parigine.

Dire alla Rosa facciamoci un vestito era come invitare un’oca a bere. Forse di più.
Però.
Era sposa fresca, fresca d’aprile, e aveva portato poca dote.
Già la Dina, suocera severa, era stata di sbieco a vigilare sui bauli in transito, di sopra: non era contenta, no, di vedere solo vestiti, tanti bei giacchini (pure col pelo di coniglio), ma lenzuola sotto la dozzina, resti di mature vedovanze degli zii di casa, col giallino che chiedeva varechina.

La Rosa si faceva un po’ vergogna, in quel maggio già caldo, a sacrificare due belle foderette. Ma la Iris in testa aveva già il vestito. Stretto in vita, dunque malizioso, ma castigato da una mantellina che si chiudeva al petto, restando un po’ discosta. Una mantellina dentellata con il filo rosso, per disperdere eccessi monacali.

Galeotto fu il dentello di viva tentazione: la Rosa disse sì e senza pentimento. Le foderette non conobbero mai il letto, ma fasciarono vita e fianchi con gran soddisfazione, sotto lo sguardo corrucciato della Dina, che guardava la dote assottigliarsi come la sfoglia sull’asse di cucina: le nuore in complotto modaiolo, mentre nell’acquaio i piatti chiedevano sapone.

Al mercato di Revere la Rosa andò in corriera col suo marito nuovo e il vestito bianco coi dentelli. Contenta di quella diversione che un poco almeno compensava un viaggio di nozze mai avvenuto. E decisa a rimpinguare il tolto: le mance dell’ufficio a questo potevano servire, a comprare della tela buona, per la tavola ed anche per il sonno.

Non lo avesse indossato, quel vestito, mai avrebbe capito quanto le cose chiamino a gran voce, con una prepotenza che toglie ogni rigore e sa essere forte di catena.
Seppe, invece, quasi con stupore, che un filo rosso, un filo di cotone, è un laccio di colore per certi sandalini, di pelle a strisce e pure con la zeppa. Un laccio che non ignora neppure la borsetta (una trousse, per essere precisi).

Meno male che non ho promesso niente, si diceva la Rosa, mentre guardava il trionfo fiammante dei suoi piedi e l’espressione felice del suo uomo.

(A tutte le donne care di casamia, proprio a tutte)

La bambina del Pranfiiin

La chiesa se lo guardava come un figlio piccolo, il chiosco di legno e finestrina, messo lì, sull’orlo del sagrato. A vegliare sull’ingresso bello, quello per matrimoni e funerali, ché, l’altro, era per intrusioni mattiniere, alla messa dell’alba, o per qualche preghiera d’emergenza.
Così, nell’edicola, l’incenso era di casa. Ne restavano impregnati giornali e giornalini.

I ragazzi più grandi cercavano quelli almeno un poco sporchi, da guardare di nascosto sotto le lenzuola e da passare agli altri, fogli che non reggevano a vicinanze mistiche: presi da vergogna, si lavoravano una nicchia sotterranea, per calarsi nei ripiani bassi e oscuri. Vi restavano nascosti. A riveder le stelle tornavano soltanto se l’ammicco brufoloso di un tardo adolescente implorava.
Allora la vecchia con sciallino, atermica regina del chioschetto, cedeva, ma con riprovazione.
Sono meglio le castagne, diceva e se le girava con le mani abbrustolite sul braciere: le donnine svestite infilate a testa in giù, dentro ad un sacchetto.

La bambina andava per comprare ogni settimana il giornalino che aveva Arturo e Zoe e anche Superbone.
Era Il Monello, che regalava figure ma anche racconti lunghi una pagina.
A lei era piaciuta la storia della bambina che non voleva andare a scuola e aveva messo il termometro dentro la tazza della camomilla calda, così pareva avere un gran febbrone.
Il Monello dava molte idee.
Ai maschi toccava L’Intrepido, pieno di pugni e lotte: il regno dei fumetti era un dominio separato, a ciascuno il suo, senza scambi e senza concessioni.
La vecchia dello scialle non diceva niente, nel porgere il giornalino: quello andava bene e ci scappava anche un sorriso.

Quel giorno però Il Monello era finito: la bambina si trovò davanti a una scelta del destino. Portare i soldi a casa, come chiedeva sempre la sua mamma, quando un acquisto non andava a segno? Cambiare il giornalino per un Nonna Abelarda di giornata o uno striminzito Soldino dal testone grosso? Oppure …
Era estate, la chiesa non faceva arrivare neppure una bricia di frescura, e lì, nel chiosco, la lusinga c’era.
Si chiamava ‘granita’.
Del bel ghiaccio tritato sul momento e a manovella, con un gracchiare che ‘sgrisolava’ nella schiena.
Quattro gusti: Amarena, Tamarindo, Orzata, Menta.
Poi, poi uno misterioso, offerto con promessa di bontà assoluta.
Il gusto Pranfiiin.
Di colore incerto, variabile in un giro di giornata, quel gusto attirava col segreto e con il nome.
Come resistere al richiamo che dice l’effetto, mica la sostanza, con tutte quelle iii protese come spade, puntute e dolci sopra i dubbi?
La granita al Pranfiiin non deludeva mai, col suo sapore migrante e vagabondo. Si poteva scommettere sulla nota dominante, dopo averne visto il colore.
Con senso campagnolo del risparmio, la vecchia usava un’alchimia.
Sotto il banco, dentro a una boccetta, aggiungeva a strisce e a strati le gocce di sciroppo rimasuglio, i fondi di bottiglia. E scuoteva, il giusto.
Così la felicità bianca dell’orzata si spegneva un po’ nel tamarindo, ma si alleava col rosso d’amarena. La menta a fare il resto, con il suo urlo acuto, in fondo, tutto di frescura.
A dire che, spesso, si vive di piccole gioie di risulta.
E della mescolanza che sanno regalare.

Granita al Pranfiiin, disse, sicura, la bambina, Il Monello stavolta me lo farò prestare.

La bambina della vecchia con la sporta

La bambina aspettava con piacere l’arrivo della vecchia, il giorno del bucato grande e la domenica, per il giornale.
La vecchia era piccola e robusta: camminava a passi stretti, quasi dei punti dati con l’ago sulla tela: stava nel casermone con le porte in fila, sbuffi di voci a ogni finestra e l’odore della cucina magra, con l’aglio in fondo, come l’alito delle suore.
Arrivava con la bicicletta e una sporta di tela ben fissata al manubrio: cassaforte e guardaroba, dispensa e armeria.
La bambina ogni volta le chiedeva: Ce l’hai il chiodo?
E allora la sporta si spalancava come il pozzo di san patrizio e, fra carte, fazzoletti, ciabatte e borsellini, compariva un lungo grosso e arrugginito chiodo da picconatore.
Ricordo e difesa contro le ingiustizie del mondo.
Mai usato, questo, la bambina lo sapeva, ma tanto possono i racconti e il chiodo la diceva lunga sui giorni delle lotte là, in campagna, con la celere tutta dispiegata, crumiri e braccianti sui due fronti. La vecchia era stata picchiata con le altre, ai tempi della mietiliga buttata nel canale, per far dispetto ai padroni e al prete, che era in parte nell’affare. Una notte in galera, a cantare Sebben che siamo donne, paura non abbiamo, abbiam delle belle buone lingue, abbiam delle belle buone lingue…
Poi la schiena non fu più giovane abbastanza per diradare il riso e i cipollini: le restarono li bugadi longhi da fare nelle case, specie a partire dalla primavera, quando, con spazzole di crine, si mandava via il freddo e il caldo dai lenzuoli. Nei cortili c’era bisogno di donne dalle mani larghe.

Alla bambina piaceva la confusione indaffarata del giorno del bucato.
I panni stavano a dormire nelle mastelle grandi, dopo essere stati strofinati, ma lei aspettava il momento della liscivia, dell’acqua bollente versata sulla cenere e sui panni. Quando il paiolo cominciava a sobbollire, con l’acqua tortorina, il bianco della tela si gonfiava in grosse bolle. Bisognava batterle col bastone, forse quello per girare la polenta, per ricacciarle sotto, mentre la liscivia borbottava.
La bambina sperava di poter aggiungere legno al fuoco e vedere le scintille schizzare, inviperite, ma le donne la tenevano lontana. Il fornello poggiato a terra aveva qualcosa d’infernale: le lingue di fuoco salivano lungo i fianchi del paiolo, minacciose, e la schiuma tracimava. Lei poteva solo insaponare il collo delle camicie di suo padre, a cavalcioni sull’asse col piede, che, dopo tante lavature, era rosato e tenero di acqua.
Era bello sentire nell’aria l’odore del pulito fresco e ascoltare intanto la vecchia: raccontava di risaia e di fatica, la fatica di restar piegata in due, nell’acqua con le bisce e le sanguisughe. E poi mangiare freddo, un po’ di pane con cipolla e sale, dormire in grandi cameroni che sudavano miseria. Ma la vecchia anche insegnava le canzoni di mondine e di padroni dalle belle braghe bianche. Se non c’erano gli uomini di casa, accettava di mangiare a tavola, nella famiglia del bucato, con le braccia strette e la vergogna delle mani rosse e grosse, rigate da tanti tagli.

Ti fanno male?chiedeva la bambina, mentre le toccava con il dito, seduta in braccio, come fosse una di casa. Di più, se spingo? Era contenta quando l’altra scuoteva la testa per dire no.

Ma … la domenica, ah la domenica tornava, e la bambina proprio l’aspettava per vederla ‘femmina’, con i segni della festa, ogni settimana: il rossetto sperso fra le rughe e la retina sui capelli, con l’elastico che schiacciava le onde della messa in piega fresca e le tagliava la fronte, con un segno dritto, a metà.
Portava il giornale delle donne, che usciva un po’ ammaccato, dalla sporta col chiodo, perché prima se l’era studiato bene bene.
Tutto lo raccontava, il giornale, in italiano buono, dritta sulla sedia, con le donne di famiglia a cerchio, convocate.
La bambina sullo sgabello, attenta, a fare sì con la testa nei momenti giusti, insieme alla nonna, alla zia e alla sua mamma.
Bisognava ascoltare, anche se la pentola chiamava, anche se l’odore del brodo dilagava e il vapore appannava i vetri, anche se gli ovini certo galleggiavano già con la pelle un po’ crepata e promettevano delizie, anche se gli uomini di casa cominciavano a pestare, un po’ impazienti.

Il giornale si poteva comprare soltanto dopo averlo sentito, con le notizie raddoppiate in testa da mille spiegazioni.
Finalmente, i soldi già nel borsellino, il resto contato e ricontato, la vecchia accoglieva un pezzo di formaggio grana o un po’ di burro o le tagliatelle fresche del tagliere della domenica, sparite in fretta nella sporta col chiodo. Poi se ne partiva fiera, senza volersi mai fermare a tavola.

Te sei la maestra delle donne, quella volta dichiarò, solenne, la bambina, accompagnandola alla porta.
La vecchia si girò con le ‘putini’ agli occhi: Grazie per la calda parola, disse.
La calda parola.
E la bambina capì.
Capì che le parole sono gesti e calore: possono far felici, come un regalo mai aspettato, mai richiesto.

Viserbeide (atto finale)

Nello stanzone corridoio ora fervevano i preparativi del rientro.
C’era da fare presto, ma i vestiti e i costumi, prima ordinati nelle valigie grandi, erano lievitati in una montagna di panni mal lavati e mal stirati, con il rigido secco dell’aria di mare.
Ogni cosa andava piegata e rassettata, sistemata in cartoni di fortuna.
La Diana arruolata ad aiutare.
L’Ughetta seduta sulla sedia in fondo, sorvegliata speciale, tenuta a vista d’occhio.
Le cognate stanche e mogie. Aspettavano il nonno giustiziere, con la versione dei fatti concordata: Rosa, molto molto malata, quel giorno a casa con la piccolina , la Iris, eroica, in spiaggia tutta sola, con bambine due, un attimo d’attenzione ad una e l’altra scappata a tradimento, la curiosa.

Anche la più piccola aveva il suo da fare, nel cortile, spazio concesso fra cento e più raccomandazioni. La promessa di non uscire assolutamente dal cancello,
Si fece un elenco di priorità. In primo luogo urgeva raccogliere i semi dei girasoli per avere la scorta dell’inverno, come insegnavano le formiche. Poi era necessario scegliere i sassi da portare a casa e quali lasciare lì, infine togliere la sabbia alle conchiglie insieme all’odore di freschino, per farne un sacchetto più leggero e asciutto.
Doveva stare tutto nella borsa di paglia, aveva detto sua mamma, sennò ogni cosa si buttava. Era una minaccia.
Finita la cernita, molto scrupolosa, restavano i saluti.
Alla piccola piaceva salutare. La catalpa, la tamerice, anche il pino che dava sulla strada erano già a posto. Una carezza per ciascuno: ancora sulla mano il senso della corteccia irta e l’odore di resina salata.
Anche il muro era stato sistemato (un ciao bello grande, inciso a graffito in un angolino).
Restava la fontana.
Con i pesci rossi.
Bastò fare tre giri tutt’intorno al bordo della vasca, strisciando solo l’indice sull’orlo liscio e tiepido di sole. Quello era proprio un bel saluto.
Ma i pesci?
Si inginocchiò, con la faccia a filo d’acqua: soffiò tre volte, per ogni pesciolino, ma le pareva poco: meglio una carezza per ciascuno.
Si alzò e ficcò in acqua tutte e due le mani, per fare un gioco di barriera, ma erano pesci guizzantini e non c’era verso di toccarli.
Magari a spingersi più in là, ancora un po’ più in là …

Il nonno salvatore apparve sul cancello, senza spada senza cavallo bianco, per afferrarla giusto in tempo per i piedi, i riccioli sott’acqua.
Dallo stanzone corridoio si udiva la voce delle donne, che ignare cantavano ‘O campagnola bella, tu sei la reginella dei campi tutti in fior…’
Alla piccolina sembrò il canto delle sirene.

Viserbeide (la fuga)

La bambina Ughetta aveva camminato. Tanto camminato.
La spiaggia era piena di cose da guardare. Nell’ora del dopo bagno, lenta e pigra.
Com’era successo, proprio non sapeva.
C’è da dire che una delle zie era rimasta in casa, la mattina, perché il mare la faceva un po’ nervosa. Anche la piccolina era restata lì con lei, a mettere i semi di girasole tutti in fila.
(Gli ultimi giorni di spiaggia fiaccavano le donne, che avevano la testa già al tornare indietro.)
L’altra zia, invece era più soda: la tenda arrotolata sotto il braccio, la borsa con gli asciugamani, era partita con passo bersagliere: l’Ughetta e la Diana al seguito, ancora poco sveglie.
Dopo il bagno in mare, la bambina era stata ben lavata e fasciata col costumino che piaceva a lei, sotto la tenda fresca e gli asciugamani per tappeto.
La bambina aveva mangiato la sua fetta di pane con il burro, coscienziosa, attenta che la sabbia restasse a casa sua.
Non c’era niente da fare, mentre la zia si prendeva la doccia per cambiarsi poi in cabina.
La Diana rosolava al sole con l’odore di cocco come aureola. Gli occhi chiusi e le bretelle del costume scivolate, per succhiare la luce in modo pari.
Passò una palla rossa. Ecco forse cominciò così.

La palla rossa era un gran richiamo: diceva seguimi bambina, non sarò rotolata qui per caso.
C’era soltanto da obbedire.
E darle un calcetto per vedere dove andava, poi ancora un altro e un altro ancora e ancora e ancora.
La palla rossa se la prese l’onda e la bambina la lasciò andare: non poteva bagnare il costume asciutto e c’era un castello di sabbia da guardare, con quelle pareti così lisce che parevano sfregate con un panno …
Servono conchiglie, sentenziò uno dei bambini muratori e lei si mise d’impegno per cercarle, specie quelle a campanile che davano uno slancio verso l’alto, ma poi passò quella ragazza col costume giallo che pareva una modella: tutto un lavoro di fianchi a camminare. Troppo bello seguirla appena un poco da lontano, imitandone le mosse come un cagnolino, e le mamme sotto gli ombrelloni che ridevano a vederla.
E poi, e poi quel gioco di biglie che correvano su e giù per piste d’acqua e sabbia: bastava lo schiocco dell’indice col pollice di ragazzi piloti infervorati.
C’era da fermarsi per capire, con la voglia di averle tutte fra le mani, quelle biglie di vetro coi colori dentro. Ne vide una ferma fra la sabbia, si chinò come per grattarsi un piede, invece se la prese di nascosto. Stette un po’ lì, per non destar sospetti, poi corse via, felice del bottino.
Si fermò quando non respirava più, per guardare da vicino il suo gioiello.
Bello era bello, con quella striscia un po’ d’oro e un po’ turchese…
Lo pulì con cura e si guardò intorno.
Un bagno con gli ombrelloni tutti uguali, azzurri, con le frange. Tanti mosconi a riposo sulla riva, il molo dritto, con i massi grandi. E il mare che pareva un altro, così pulito, senza sfilacci di cozze o di catrame.
E le cabine in fila indiana con l’ancora celeste stampata sulle porte.
E le signore che parlavano fra loro. Sullo sfondo un albergo con vetrate immense che riflettevano il sole.
Un mondo sconosciuto.
Si sedette così, sul bagnasciuga, con la biglia di vetro nella mano. E pianse, pianse disperata, come una pollicina senza sassi, nel bosco infìdo e traditore.
Aveva camminato. Tanto camminato. La spiaggia era così piena di cose da guardare. La palla rossa, il castello, le conchiglie, la modella, le biglie …
E adesso, come si faceva?
Attorno a lei il bagnino e le signore con il birignao.
Poverina poverina, non piangere, ti sarai perduta. Come ti chiami? Ma perché non sei con la tua mamma?
A sentire la parola mamma, l’Ughetta si mise a piangere più forte.
No, che non c’era, la sua mamma, lì.
C’erano solo le sue zie, subito avvolte da un’aura di matrigne cattive e sfaccendate: sempre sedute sotto la tenda, all’ombra.
Lei solo sapeva che stava in una stanza lunga, dove le cugine mangiavano la marmellata, sua per altro, e così buona, ché sua mamma la faceva con le prugne.
E di sopra entravano tanti pipistrelli.
E c’era il bagno fuori.
E la porta non copriva tutto: i piedi spuntavano da sotto.
Fra i gemiti di orrore dei presenti, il bagnino fece l’elenco dei cognomi di tutti gli affittacamere del luogo.
Fu riconosciuta la levatrice del paese, col nome un po’ tedesco.
Il ritorno fu un trionfo in bicicletta, alle tre del pomeriggio, sotto un sole sudato e gocciolone.
Le zie con i sali, in preda a svenimento, la Diana lasciata in spiaggia per vedetta, i parenti allertati per telefono fino al terzo grado, il nonno già nella macchina a servizio per riportare a casa tutto il gregge.
O quasi.

La bambina del quadro

Non che fosse gelosa in senso stretto.
A vivere con altre tre sorelle s’impara a non avere invidia, specie se sono meno belle.
Però.
Però con la cugina, che arrivò con quell’aria cittadina per fare qualche giorno lì in campagna, sguardo sussiegoso e puzza sotto il naso, qualche stringimento certo che veniva.
Giusto la sua età: 10 anni, tondi come uova. Le altre sue sorelle un po’a scendere e a salire.
A tavola, sempre a servire l’ospite per prima, con tanti sorrisini, i parenti ogni giorno in processione per fare visita, un piatto con i fichi fioroni appena colti, una fetta di ciambella su un centrino. E a ripetere ma che bella, ma che pelle fina, un quadro, sembra un quadro da tenere in casa, tutti d’accordo nel cercare nobili ascendenze e somiglianze.
Nel frattempo lei, la bambina, insieme alle sorelle, in piedi sulla scaletta, nel secchiaio, a governare i piatti e le stoviglie: era questione d’un attimo sentirsi Cenerentola.
E poi e poi, c’era pure da cedere un lettino: nella stanza già si dormiva in quattro e bisognava trovare la sorella disposta a spostarsi nel granaio, con le finestre piccole e ovali, messe di traverso, e senza vetri. La più grande aveva tanta tosse, le piccole paura, quindi la conta ricadde su di lei.
Alla bambina questo non spiaceva: il granaio aveva un tappeto di mele, poste a riposare. Erano quelle di san Giovanni, che venivano mature a fine giugno, con un profumo lieve che è di pesca, o forse d’albicocca, condito d’erba fresca. Si poteva mordicchiarle al buio, col finestrino puntato verso il cielo, sperando nell’arrivo di un gufo o una civetta. Concerti notturni da ascoltare, distesa sopra il materasso poggiato sul paglione, crocchiante di foglie di granturco. Era una bella compagnia, perché ad ogni movimento pareva di correre in mezzo alle pannocchie già mature, ma senza lance pronte a fare male. Il sonno arrivava insieme al fresco, senza nessuna ombra di timore.
La mattina si era giù in cucina molto presto: dopo che l’uomo della stalla finiva di mungere le mucche, bisognava ringraziarle con un po’ di fieno fresco.
Questa cosa potevano farla le bambine, perché non era di fatica. Bastava una forcata d’erba medica seccata, con l’odore del caldo ancora rannicchiato: un tocco verso l’alto, perché cadesse in una pioggia leggera di fuscelli.

Con le scarpe candide di biacca e le calzine in tinta, l’ospite apparve sulla soglia della stalla: una visione tra Ferrara e il Paradiso. Era bianco persino il fiocco fra i capelli, drappeggiati da un intreccio di forcine.
Peccato ci fosse una boazza, un resto escrementizio del vitello, appena governato fuori sede: le immacolate scarpette profanate.
La Celesta accorse al grido nipotale.
C’era da far presto, per cancellare l’offesa: la figlia fu spedita a cercare un panno umido. L’ospite, intanto, seduta sul bordo dell’albi, già colmo d’acqua per le bestie, la gambetta tesa, quasi ci fosse da provare una scarpetta di cristallo, come le sorellastre cattive della fiaba.
La bambina s’accucciò e si mise a sfregare e a pulire sotto gli occhi compiaciuti della madre, ma sbirciò un momento verso l’alto e incrociò lo sguardo malizioso della cugina, un mezzo sorriso tra il perfido e il beffardo.
E la cosa accadde, com’era naturale: un guizzo d’orgoglio e di risentimento.
Scattò in piedi, a due mani le strappò il fiocco e le spettinò di malagrazia il ciuffo costruito, come quando si cerca un ago nel pagliaio.
L’altra, arruffata e con il nastro pendulo, restò senza parole e la bellezza del quadro si scompose: la bocca diventò una caverna nera, senza fondo e senza voce, gli occhi rossi da diavolo cattivo, cupi di oltraggio e meraviglia, la faccia rincagnata dentro il collo.

Bastò una spinta lieve e l’albi l’accolse, liquido e gentile.

La bambina delle anatrine

Si sentì piena d’importanza, la bambina, quando varcò i portici e infilò la stradina sghemba che raggruppava tutte le botteghe: ora toccava a lei, la scelta, perché la scuola stava per finire e c’era da pensare alla maestra, che se ne andava per via della pensione.
Le compagne di scuola avevano il ritiro: esercizi spirituali, con anima contrita, dentro la canonica ben chiusa. Per tre giorni odore d’incenso e piastrine di cioccolato e mandorla pressata. Restava solo lei, e anche la Camilla, che aveva gli orecchioni: i soldi del regalo nella busta e la raccomandazione di scegliere per bene. La mamma si era anche offerta, ma questo non valeva: la bambina sapeva cosa fare. Un soprammobile, la classe aveva decretato.
La scelta era la bottega di ceramiche, un po’ più in là, dopo l’albergo del voltino.

Era una bottega silenziosa e quieta: chiedeva scusa, nei giorni caldi dell’estate, per non avere neppure una veranda e allora abbassava la sua tenda e, all’interno, domandava soltanto un po’ di acqua fresca sull’assito. Per tener buone polvere e calura.
La schizzava con estro la padrona, che un poco zoppicava, intingendo le mani in una boccalina azzurra e poi spruzzando, qua e là.
Sapeva di piazza, l’acqua su quegli assi, di cani a zampa corta, pelo bagnato e tiepido.
E sapeva di fiume, di riva al chiuso dei cespugli, anche di tinche che sguazzano nel fango, all’ombra.

La bambina si pulì i piedi ed entrò con un po’ di soggezione.
Come pestare tanta grazia in forma di arabesco?
Le gocce erano mappe di isole segrete: una semina di dita delicate, acqua e cortesia.
Sugli scaffali molte meraviglie: damine di gesso pitturato col vestito tutto a pieghettine, una conchiglia rosa a fare da vassoio, un cavallo cangiante con la criniera al vento, persino una coppia di olandesine in porcellana, sedute sulla panca di un mulino.
Nella vetrina, proprio in bella mostra, cestini intrecciati e fioriti di rosette: quasi capodimonte, diceva la padrona.
Lo sguardo si posò sulle anatrine bianche in dialogo fra loro, sul capo un fiocco blu, molto civettuolo: tanta bellezza finita proprio lì!
E’ il colore che piace alla maestra: ha sempre il golfino blu, col buco nell’ascella, la bambina seriosa ragionava.
Poi, sentito il prezzo, capì che bisognava sceglierne una sola.
Indicò la più grossa, accovacciata in mezzo all’erba, col fiocco che giganteggiava e un poco a cul in aria. Ma appena appena…
Sembra vera, neh? Una meraviglia. Sì, costa un po’, ma piacerebbe anche a mia figlia.
Così comprò, rassicurata, e si sentì addosso il beneplacito di un’inattesa sorellanza, di una figlitudine adottiva.

Non si dà dell’oca all’insegnante!, le parole uscirono a sparpaglio da una maestra quasi inferocita, col mento che tremava per la delusione, tra scolari sguardi di riprovazione.

 

 

La bambina del fischietto

Privilegio dei maschi erano le tasche: sui fianchi dei pantaloni, fonde e nascoste.
Giusto poteva penzolare l’elastico spesso della fionda, ma certi coltellini, certe biglie o figurine, e i fiammiferi, per cicche di risulta, quelli restavano segreti.
Alle bambine andava molto peggio.
Sui vestiti a quadretti col carré, le tasche erano davvero piccoline, per bambole educate, sedute in mezzo al letto.
Denunciavano chi aveva strappato gli amici del sole, per succhiarne gli steli di nascosto, lo spago e i pezzetti di candela, per eventuali soffitte da esplorare.
I sogni no, quelli in tasca non ci stavano: erano nei fiocchi a lato, nei capelli; dovevano prendere aria, perché ‘fa tutto il vento’.
Al massimo, in tasca, ci poteva stare un tesoro piccolo.

Il gioco dei tesori non era solo suo: gli anni bambini hanno bisogno di aquiloni, di incanti e di stupori. Si cercano nei sassi luccichini che al sole brillano, irrequieti, si cercano nei cassetti dei comò messi nel rustico: magari una canzone, scritta su foglietti con numeri ed oroscopo, poi da provare su musiche inventate, magari i baci di una cartolina, scritti con l’inchiostro blu, o una perla che ha perso la collana.

Quando il caso non regala, si costruiscono, i tesori, come auto-inganni.
Trovare un chiodo arrugginito, per esempio, e farlo diventare un amuleto, da tenere stretto nella mano, a scuola.
Sognare di scalfire una brisa, solo una brisa di vetro acquamarina, dalle pietre dell’aiuola in piazza, e usarla come acchiappa sole. E già vedere la gibigiana contro i muri, un guizzo, un’occhiata di luce all’improvviso.
Magari poterne prendere una tutt’intera, di pietre, e farne cento, mille, di brise, per ogni giorno della vita, ma una pietra in tasca non ci stava.

Il fischietto intagliato, sì. Quello ci stava.

La bambina della casa in fondo non ci giocava mai ed era proprio finito sulla linea del cancello: a ben vedere, più fuori che dentro, certamente.
Bastava spostarlo con un piede, verso la strada, e fingere che fosse stato sempre lì, orfano e in cerca di una bocca che ti fischi.
Era un regalo di magia, si diceva la bambina: a soffiarci, forse si diventava usignoli del Giappone, con il petto arancio e con il becco in tinta, come c’era sul libro di lettura. Forse si chiamavano altri uccelli, pettirossi, passeri storditi, e la cincia, magari la ghiandaia che ha le piume a pois.
Era un tesoro da ficcare in tasca e correre a casa, si sa mai …

“Questo non è tuo”. Alla madre era bastata l’imboccatura che spuntava dalla tasca, pur se confusa col crespo di sangallo.
L’umiliazione del riporto.
La corsa, col fischietto nascosto nella mano, poi poggiato sulla soglia della casa in fondo.

Dopo tre giorni, rivederlo fra scorze di cavolo e radicchio, nel secchio del pattume.

Verso la Rodiana

E’ una strada sghemba che va verso la Rodiana, sghemba e incerta come pensieri di ragazza.

Nei giorni pesanti di calura, gli occhi si chiudono alla luce perché il sole, qui, è polvere che si leva dalle cavedagne. Si aspetta l’acqua perché la polvere torni ad essere terra e si drizzi in piccole creste quasi risentite.

Per dire come sa essere la campagna, occorrerebbero metri di filo steso, balle di stoffa spiegata e stirata con le mani, senza l’aria a fare gioco.
Bisognerebbe pensare in orizzontale, fermarsi allo strato più basso e scrivere scrivere scrivere su un’unica linea.
Pensare in piatto e in giallo, anche. Perché pure il giallo è orizzontale, qui.
Si è preso la terra.
Gronda nei fossi, come certo olio denso e lento, che cede alla forma delle cose, e costeggia la ferrovia, in uno slargo laterale: scorre in basso, senza slanci.
Se ne sta qui, borioso per un niente (un giallo da trombe sfiatate o cornucopie vuote).
Dove non ci sono i campi di granturco, restano solo, incerte e schiacciate, delle stoppie corte.
Pare essersi mangiato gli uomini, come formiche, e averli nascosti in questi rotoloni che hanno scorticato la buccia della terra per farne paglia.
Rotoloni metafisici.
Fitti, in linea d’aria con la pieve vecchia, in fila indiana lungo la ferrovia, in splendido isolamento e disordine al centro della campagna grande.
Silenziosi e stupefatti, lascito o pedaggio.

Sono un nuovo paesaggio d’attesa: disegnano radure e direzioni allo sguardo.
Fosse caduto il sole, potrebbero essere le sezioni robuste dei suoi raggi da polipo.
Fossero i tronchi di antiche colonne, potrebbero essere i resti di un tempio selvatico.
Sogno di un verticale cui dare forma.
Piace pensare alle preghiere che avrebbero accolto, mentre i cuculi battono gli anni da rincorrere sulle dita, per non perdere il conto.

 

oggi

La cosa
Nei giardini storici di Palazzo Bonazzi di Ostiglia, oggi, venerdì 22 giugno ore 17,30, in occasione del solstizio d’estate, in omaggio a Gianfranco Maretti Tregiardini, Zena Roncada presenta il libro postumo, curato da Marco Munaro, “Con l’ultimo treno della sera”. Letture a cura di Giulio Benatti.
In caso di maltempo, l’incontro si terrà nella sala Consiliare del Municipio di via G. Viani.
Il luogo
I giardini storici di Palazzo Bonazzi. I giardini, vincolati da tutela paesistica con decreto ministeriale del 3 gennaio 1952 comprendono il Giardino Storico Bonazzi che si sviluppa su una superficie di 6000 mq (annesso al Palazzo Comunale costruito nel 1783), ed il Giardino Pubblico adiacente di 7800 mq. Uno spazio verde nel centro storico del Comune dove nella zona storica spicca l’esedra. Oltre alla valenza naturalistica, con la presenza di numerose piante (145 quelle censite nel corso della riqualificazione) il giardino è uno spazio di notevole pregio storico e monumentale.
 

Cronache dal terrazzo 5.

Ho scelto le vinche pendule per quel tratto di terrazzo che diventa balcone, in un offrirsi all’esterno, proprio come un dono. Ricadono con moderazione, le vinche, ma sono generose di fiori, semplici, a ricalcare i disegni dei bambini.
E’ quotidiana la cura del terrazzo e quotidiana è la cura del balcone.
Però.
Un’intera cassetta, seguita un po’ di più perché tanto esposta al sole, si è intristita: le foglie si sono raggrinzite e i fiori son lì, tutti snervati. Sembrano marionette senza fili, col capo reclinato.
Bisogna salutarle.
Il fioraio sentenzia: troppa acqua, troppa attenzione. I fiori bisogna anche saperli trascurare.
Bella lezione da mandare a mente. Ci vuol misura nella dedizione.
Che sia l’eccesso d’affetto non richiesto a rovinar le cose?

Talvolta…

 

Sorelle

Bisogna pensare a certe strade che sembrano farsi da sole, in mezzo ai campi: un diradarsi improvviso delle spighe, che si tirano da parte per il passaggio di un carretto.

Specie, bisogna pensare ad una strada bianca: il nome non deve far scordare i sassi, ma abbagliare, forte. Nei giorni di calura.
(Quando gli occhi si stringono alla luce e le cose si sfrangiano, dentro la fessura, scomposte dall’orlo delle ciglia. Pungono, anche, perché il sole qui da noi è argilla sminuzzata, polvere che si alza dalle cavedagne e aspetta l’acqua per drizzarsi in punte dure: piccole creste quasi risentite, unghiate di ruote appesantite)

E bisogna pensare al pomeriggio che si cuoce lento, slana le gambe e le fa malate, col gonfiore a tendere, lucida, la pelle. La domenica.
(Quando la giornata ha una forma incerta e lascia il lavoro ad un trattore, giusto verso sera, perché, tanto, qualcosa si può ancora fare, se le donne se ne stanno quiete nella corte: a parlare e guardare i gerani dentro le latte di conserva o maledire l’odore dei maiali nel porcile)

Poi bisogna pensare a due sorelle ragazze, sulla strada bianca, con la veste buona, che ha maniche a coprire, lo scollo piccolo e quadrato. Non si deve mostrare la pelle tutta scura, dice di troppe ore passate a trapiantare: l’acqua e limone si può, ma solo per le mani.
Stanno andando alla benedizione.

Una pregusta il senso di incenso e di frescura del primo passo nell’ombra della chiesa. L’odore dei gigli già trascorsi ancora appiccicato alle statue e ai legni delle panche. L’altare con i pizzi in devozione, preghiere fatte a tombolo, regalo del tempo e della cura a sanare peccati e desideri. Le tele stirate con lo zucchero, neanche la piega di un pensiero. E la giaculatoria coi nomi dei santi tutti in fila, che si smemora in lunghe cantilene, lunghe come il fiume, che tutto porta, tutto… Si sta protetti dentro quel candore e obbedire pare il solo gesto.

L’altra si leva le scarpe e le tiene entrambe per le stringhe. Dondolano in gioco, le scarpe, docili alla mano che segue una sua musica, lontana. Cammina sicura a piedi nudi, la Elsa. Non appena la curva della strada la salva dallo sguardo di sua mamma.
(Si laverà alla pompa con la spranga di ferro per timone, sul bivio del rosario, spigolando l’ombra della colonnina e basterà traversare di corsa il trifoglio per asciugarsi bene. Le scarpe salve da polvere e sudore)
Guarda e capisce, la Livia: Allora tu non vieni.
La Elsa fa no no e conta i passi che mancano alla Elge, che tiene il ballo, nella sala grande del caffè, con le pale al soffitto e il biliardo tirato da una parte, la limonata fresca appannata sui bicchieri. A pochi passi dalla chiesa., col prete avanti indietro, a vedere chi si perde e chi si salva.
La musica si sente da lontano, a favore di un alito di vento: violino, fisarmonica e piano verticale pronti a straripare dai muri della piazza. La Elsa si è tenuta le scarpe belle fresche, pronte per ballare, perché il ragazzo che le ha ben fatto segno, in chiesa, la mattina, di certo ci sarà. E saranno polche e mazurche e parole dolci nell’orecchio e quel senso di pienezza al petto.

A casa non c’è da dire niente.
La Livia lo ripete a voce bassa. Ma già lo sa come andrà a finire: si arriverà più tardi, mute tutte e due, ma la Elsa con gli occhi che sono ancora altrove.
La madre capirà col senso delle donne, altro odore sulla pelle e quel rosa che viene dagli amori. Paura, memoria e gelosia, a fare fitto, insieme.
Due schiaffi, uno per sorella.

Cronache dal terrazzo 4

Vicino alla finestra del bagno la madresilvia si arruffa con un profumo lattiginoso.
Lì c’è un nido di merli.
Hanno lavorato sodo: si davano la voce e c’era tutto un cercar cose in giro, nel volare basso.
Il nido ora è solo una macchia più scura, ricamata di foglie.
Impenetrabile di chioccolii.

C’è stato vento in questi giorni.
Tanto vento.
Tanta pioggia.
E lampi.

I rami della madresilvia hanno ceduto, subito: che combattono a fare, con quei fiori che ingialliscono solo ad annusarli.
L’aria li convince in un attimo e loro si sciolgono snervati. Sparse le molli trecce…
Sembrano lenzuola annodate per un’evasione.
Giù a penzolare.

Il piccolo del merlo ha colto l’occasione ed è sceso di lì: fuga dal nido, grazie a una scaletta di madresilvia, il temerario.
Adesso piange, rotondo, sotto la panchina, già teatro di liaisons lumacose.
Lo sgridano, con gorgheggi prolungati.
Istruzioni di volo un tantino nervose.

Il piccolo è obesamente grigio e tiene il becco spalancato di rosso, come fermo in un richiamo continuato.
E ciondola, ora su una zampa ora sull’altra: non sa scattare.

Gliele cantano, oh se gliele cantano: c’è tutta una mappa celeste nel fischio paterno.
Il piccolo resta per ora lontano dal nido, lontano dal cielo. In bilico fra il mondo piccolo e il mondo grande.
Certo volerà, fra un poco, ma non per tornare.

La strada di casa non sempre accoglie il ritorno.
Lo lascia sospeso, sogno di ricongiunzione.

E nòstos oscilla lieve come un velario o la promessa di un angelo.