Cronache dal terrazzo 5.

Ho scelto le vinche pendule per quel tratto di terrazzo che diventa balcone, in un offrirsi all’esterno, proprio come un dono. Ricadono con moderazione, le vinche, ma sono generose di fiori, semplici, a ricalcare i disegni dei bambini.
E’ quotidiana la cura del terrazzo e quotidiana è la cura del balcone.
Però.
Un’intera cassetta, seguita un po’ di più perché tanto esposta al sole, si è intristita: le foglie si sono raggrinzite e i fiori son lì, tutti snervati. Sembrano marionette senza fili, col capo reclinato.
Bisogna salutarle.
Il fioraio sentenzia: troppa acqua, troppa attenzione. I fiori bisogna anche saperli trascurare.
Bella lezione da mandare a mente. Ci vuol misura nella dedizione.
Che sia l’eccesso d’affetto non richiesto a rovinar le cose?

Talvolta…

 

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Sorelle

Bisogna pensare a certe strade che sembrano farsi da sole, in mezzo ai campi: un diradarsi improvviso delle spighe, che si tirano da parte per il passaggio di un carretto.

Specie, bisogna pensare ad una strada bianca: il nome non deve far scordare i sassi, ma abbagliare, forte. Nei giorni di calura.
(Quando gli occhi si stringono alla luce e le cose si sfrangiano, dentro la fessura, scomposte dall’orlo delle ciglia. Pungono, anche, perché il sole qui da noi è argilla sminuzzata, polvere che si alza dalle cavedagne e aspetta l’acqua per drizzarsi in punte dure: piccole creste quasi risentite, unghiate di ruote appesantite)

E bisogna pensare al pomeriggio che si cuoce lento, slana le gambe e le fa malate, col gonfiore a tendere, lucida, la pelle. La domenica.
(Quando la giornata ha una forma incerta e lascia il lavoro ad un trattore, giusto verso sera, perché, tanto, qualcosa si può ancora fare, se le donne se ne stanno quiete nella corte: a parlare e guardare i gerani dentro le latte di conserva o maledire l’odore dei maiali nel porcile)

Poi bisogna pensare a due sorelle ragazze, sulla strada bianca, con la veste buona, che ha maniche a coprire, lo scollo piccolo e quadrato. Non si deve mostrare la pelle tutta scura, dice di troppe ore passate a trapiantare: l’acqua e limone si può, ma solo per le mani.
Stanno andando alla benedizione.

Una pregusta il senso di incenso e di frescura del primo passo nell’ombra della chiesa. L’odore dei gigli già trascorsi ancora appiccicato alle statue e ai legni delle panche. L’altare con i pizzi in devozione, preghiere fatte a tombolo, regalo del tempo e della cura a sanare peccati e desideri. Le tele stirate con lo zucchero, neanche la piega di un pensiero. E la giaculatoria coi nomi dei santi tutti in fila, che si smemora in lunghe cantilene, lunghe come il fiume, che tutto porta, tutto… Si sta protetti dentro quel candore e obbedire pare il solo gesto.

L’altra si leva le scarpe e le tiene entrambe per le stringhe. Dondolano in gioco, le scarpe, docili alla mano che segue una sua musica, lontana. Cammina sicura a piedi nudi, la Elsa. Non appena la curva della strada la salva dallo sguardo di sua mamma.
(Si laverà alla pompa con la spranga di ferro per timone, sul bivio del rosario, spigolando l’ombra della colonnina e basterà traversare di corsa il trifoglio per asciugarsi bene. Le scarpe salve da polvere e sudore)
Guarda e capisce, la Livia: Allora tu non vieni.
La Elsa fa no no e conta i passi che mancano alla Elge, che tiene il ballo, nella sala grande del caffè, con le pale al soffitto e il biliardo tirato da una parte, la limonata fresca appannata sui bicchieri. A pochi passi dalla chiesa., col prete avanti indietro, a vedere chi si perde e chi si salva.
La musica si sente da lontano, a favore di un alito di vento: violino, fisarmonica e piano verticale pronti a straripare dai muri della piazza. La Elsa si è tenuta le scarpe belle fresche, pronte per ballare, perché il ragazzo che le ha ben fatto segno, in chiesa, la mattina, di certo ci sarà. E saranno polche e mazurche e parole dolci nell’orecchio e quel senso di pienezza al petto.

A casa non c’è da dire niente.
La Livia lo ripete a voce bassa. Ma già lo sa come andrà a finire: si arriverà più tardi, mute tutte e due, ma la Elsa con gli occhi che sono ancora altrove.
La madre capirà col senso delle donne, altro odore sulla pelle e quel rosa che viene dagli amori. Paura, memoria e gelosia, a fare fitto, insieme.
Due schiaffi, uno per sorella.

Cronache dal terrazzo 4

Vicino alla finestra del bagno la madresilvia si arruffa con un profumo lattiginoso.
Lì c’è un nido di merli.
Hanno lavorato sodo: si davano la voce e c’era tutto un cercar cose in giro, nel volare basso.
Il nido ora è solo una macchia più scura, ricamata di foglie.
Impenetrabile di chioccolii.

C’è stato vento in questi giorni.
Tanto vento.
Tanta pioggia.
E lampi.

I rami della madresilvia hanno ceduto, subito: che combattono a fare, con quei fiori che ingialliscono solo ad annusarli.
L’aria li convince in un attimo e loro si sciolgono snervati. Sparse le molli trecce…
Sembrano lenzuola annodate per un’evasione.
Giù a penzolare.

Il piccolo del merlo ha colto l’occasione ed è sceso di lì: fuga dal nido, grazie a una scaletta di madresilvia, il temerario.
Adesso piange, rotondo, sotto la panchina, già teatro di liaisons lumacose.
Lo sgridano, con gorgheggi prolungati.
Istruzioni di volo un tantino nervose.

Il piccolo è obesamente grigio e tiene il becco spalancato di rosso, come fermo in un richiamo continuato.
E ciondola, ora su una zampa ora sull’altra: non sa scattare.

Gliele cantano, oh se gliele cantano: c’è tutta una mappa celeste nel fischio paterno.
Il piccolo resta per ora lontano dal nido, lontano dal cielo. In bilico fra il mondo piccolo e il mondo grande.
Certo volerà, fra un poco, ma non per tornare.

La strada di casa non sempre accoglie il ritorno.
Lo lascia sospeso, sogno di ricongiunzione.

E nòstos oscilla lieve come un velario o la promessa di un angelo.

Lessico&scarpe

La mia adolescenza, dal punto di vista calzaturiero, conobbe per un lungo periodo soltanto un nome: mocassini.
Maschili, con l’impuntura ribattuta e il tacco largo, due cm come massima concessione alla vertigine.
Neri d’inverno, con  calzettoni al ginocchio dieci centimetri sotto l’orlo della gonna. A pieghe, la gonna. E corta. Un po’.
Bianchi d’estate, quando la parola d’ordine era: sandali mai! Piuttosto a piedi nudi, sui sassi a punta.
La Rosa miamamma, che mi aveva allevato a scarpe Pupa di vernice per tutta l’infanzia, cercava di addomesticarmi a certe ciabattine estive vezzose, senza risultato: non sono sandali, in fondo, mi diceva.
Ci fu resistenza, tranne un esasperato cedimento ad un paio di infradito di plastica, molto fiorite, per fortuna subito divorate dalla Lola, la pointer di casa, apparsa trionfante con una plasticosa margherita pendula, al lato della bocca. Golosa.
Il mocassino era uno strumento di equilibrio universale: piedi ben piantati a terra, passo svelto verso il sol dell’avvenire, slancio proletario del polpaccio. Compensava i sogni e i mondi alla rovescia rispetto all’esistente.
Ma.
La Rosa miamamma aveva per amica una signora deliziosa. Modista. Parola altrettanto deliziosa, che nel lessico familiare significava: gentile persona capace di impiantare un cappellino effimero, con un fiore, un cerchietto, un nastro e una nuvola di tulle, rubata a una bomboniera.
Anche la suddetta signora aveva una figliolina circa della mia età.
Per questo miamamma, per le feste d’inverno, arrivò a casa con una parola nuova: festina, l’ultimo dell’anno. E relativa spiegazione: figlia della modista, invito, bisogna che tu vada, il mondo lo cambi dal primo dell’anno in poi.
Sguardo preoccupato alla versione invernale dei miei mocassini, con suola a carrarmato.

E’ bello cedere ogni tanto, rompendo la maschera del ruolo.
E’ bello confessare, a se stessi e in silenzio, che una cosa fa piacere.
Partì una vertenza sindacale che si concluse con l’opera mediatoria della zia sarta: sì al maglione nero, che faceva molto esistenzialista francese, ma addolcito da una scarpina decolleté.
Fu la zia ad arrivare con l’oggetto del desiderio (altrui): tacco bassino e non esile, punta arrotondata ma slanciata, scollatura che faceva intravvedere l’innesto delle dita del piede, il tutto in pelle intrecciata. Strette. Da morire.
Per abbellire bisogna soffrire, fu la frase che siglò la convinzione parentale che io dovevo tenermele e domarle. Sempre nel lessico di casamia, questo significava camminare più che si poteva per allargare le scarpe, nella totale indifferenza a vesciche e rossori. Importante inumidirle.

Pioveva, quel pomeriggio dell’ultimo dell’anno: io camminai sotto la pioggia nel cortile e le inzuppai. Per rimediare le infilai nel cancelletto del forno della stufa a legna, di nascosto.
Un odore crudelmente biscottato fu non abbastanza precocemente intercettato: le decolleté ormai avevano assunto una forma molto simile agli orologi di Dalì.
Alla festa andai con le scarpe di sempre, ingentilite da un fiocchetto di raso, ma le decolleté entrarono nella mia vita, con senso di colpa retroattivo.

Sono tornata ai mocassini, in questa fase della mia esistenza senza troppi slanci e con molta incertezza. Ho bisogno di aderenza alla realtà e di passi sicuri, ora che mi sento più fragile. E se tornasse qualche sogno, se si accendesse qualche speranza di cambiare la realtà,  sempre più confusa e lontana dai valori che amo, piace pensare di ripartire dalle mie scarpe basse ben piantate a terra, perché eppur bisogna andar.
Sorriso.

Il tempo degli zingari

Il tempo del campo degli zingari alla stazione-porto (pioppi immensi d’ombra) si viveva con trepidazione.
Si chiudevano i pollai con cura, perchè gli zingari sono palpagalline.
Ci mettono niente a rubarle e a lasciar lì le penne, come uno sberleffo.

Noi bambine del viale temevamo per le galline, ma ci piacevano anche gli zingari, pure se tradivano di persona le fantasie che Bolero o Grand Hotel disegnavano per noi.
Sui giornali le zingare dei fumetti avevano teste ricciute e grandi seni, che le camicie scollate neanche trattenevano, e grandi anelli alle orecchie. Le nostre, del campo della stazione-porto, erano piccole e scure, con le caviglie sporche e petti scarni, un bambino appeso. E capelli strapazzati e crespi, lunghi lunghi sulla schiena.
Se ti passavano vicino restava nell’aria un odore fitto di vecchio, di panni mal asciugati e di antichi sudori. Abbassavo il palato e trattenevo il fiato per tenere lontano l’odore, che pure si ingentiliva di spezie.
Ma quando c’erano le nozze, gli zingari erano diversi. Carovane mai viste chiudevano il campo alla vista. Bisognava andare vicino per vedere e non fingere sguardi sussiegosi, come se ci si trovasse a passare per caso.

Era bella, la sposa.
Le avevano alzato una tenda bianca fra i pioppi e intorno carrozzoni e cavalli con gli zoccoli piumati riposavano.

Fu facile andare.
La prima luna turca della mia vita, alle nove di sera di un maggio di zingari, tanti, qui e lungo le strade, nastri di voci e di occhi scuri.

La paura è solo in cuori d’ombra.
E non è paura il grido del sangue, veloce a battere, e neppure le corse del cuore.
Non e’ paura.
Ci vuole un premio per chi attraversa la strada da sola e, pesante di bugie recitate nella casa grande, spia la sposa degli zingari, da sola e di sera, al bosco della stazione porto, dietro i tubi di ferro.
E prepara il suo tradimento.
Niente amiche quella sera.
Basta.
Niente aspettare il loro ritorno dal rosario, tenendo d’occhio la strada della chiesa.
Basta.
Da sola, senza maschi, perchè poi non tengono neanche il brodo e vanno a inventarsi chissà cosa.
Nessuno, per avere un vero segreto da raccontare.
Altrochè il rosario.
E allora ci vuole almeno il premio della non-paura, anche se le gambe non lo sanno e fanno prurito di nervoso.
E l’idea d’aver fatto finta di niente a casa e di aver detto “vado a giocare” sta diventando di marmo.

Ma è bella la sposa, ferma e seduta con le collane al collo e un piatto di carne in mano.
Col vestito bianco, bianco come le camicie degli nomini che ballano sotto la tenda.
Si può restare anni a guardare.
E che veli sottili, le vesti delle donne che arrivano a terra, soffiate dalle arricciature. Rispondono morbide ai loro gesti di regina. Ma allora esistono anche gli zingari ricchi, di veli e di ori, e questi non portano via i bambini. Ne hanno tanti, e belli. Cosa se ne fanno di altri bambini?
Questi hanno anche la radio senza fili e le fisarmoniche.
Sono grandi le ombre degli zingari sulla tenda, e sembrano ciclopiche idre marine, le donne, dalle braccia danzanti.

Il braccio sulla spalla,da dietro, pesò e graffiò, di colpo, come una scossa, una frustata di ortiche.

Non è paura.
E’ molto peggio.
E’ come vivere tutta la vita in un secondo.
Non ci sono più feste e zingari ricchi. Solo sacchi e carrozzoni e schiaffi e catene e vestiti sporchi e scarafaggi.
Di più: pipistrelli intrappolati nei capelli lunghi e pasticciati come quelli delle zingare povere.
Lunghissimi capelli.
E già mi vedo piccola fiammiferaia, io: per le strade, a chiedere l’elemosina, a scaldarmi coi fiammiferi, al freddo, e a piangere la sera, mentre la carovana va…ma dove va poi ‘sta carovana …

“A casa, andiamo a casa”.
Il nonno mi prese per la mano.

La bottega del pane

C’era un posto dove si faceva il pane col forno a legna, qui vicino.
Grigiotempo fuori, verdezanzara, dentro.
Due vecchi con l’accento diverso, in mezzo a tanti “comaaandi” e a diversi “ghe seto?” e “chi elo?”.
Lei non aveva perso una maniera femmina, sotto le rughe.
Lui, un bastone e un berretto.
E il pane di copia grossa e polpa soda, quello che non si affloscia e tiene per giorni.

Si andava giurando che mai si sarebbe guardata la polvere, mai gli zampironi fianco a fianco con lo zucchero a velo e la statua della pastora con la gamba ripiegata (pieghe dorate sulla sottana).
Perchè il pane non è mai sporco.
Per niente al mondo si sarebbero fermati gli occhi sulla latta nera della ciambella, così generosa da lasciare un segno sul sacchetto di carta. E, se il pane non è mai sporco, che dire di una brazzadella che si umilia nel vino bianco?

Nel posto del pane cotto a legna si andava per il nome: Pio.
Un nome di chiesa e di gallina: un nome che pigola, corto come la virgola delle case che sorreggevano il forno.
Tre lettere di nome e tre case: perfetta coincidenza mai richiesta, su una curva a gomito.

Nel posto del pane cotto a legna si andava per l’odore.
Di pietra calda e rossa, di camicetta che si apre, priva di malizia.
Di pelle chiara.
Pane prosperoso, di cui cercare le briciole sulla tovaglia, come ti dovessero portare a casa.

Era la bottega

Era la bottega dopo il macellaio a dire che maggio era maturo.
Non per bellezze d’arte o paesaggio: solo per via delle cassette di verdura, che il negozio spingeva fuori in fila, poggiate su un piano di ferro un po’ inclinato, davanti alla vetrina.
Un invito e un’offerta di primizie dell’orto, che il marito dell’ortolana portava la mattina, dal terreno coltivato sotto banca. Con ancora le gocce di rugiada e certe chiazze argillose, che sapevano di Po ed anche di golena.
Erano rapanelli, a mazzetti legati con lo spago, cipollotti umorosi con la pelle fina e addosso il bagnato della terra, un radicchietto amaro che crocchiava come i semi di zucca cotti al forno.
Piaceva andare lì, a far la spesa, se il carretto di legno di Felice, in eterna rissa con la moglie, era già affollato di rasdore.
La bottega era fresca, col pavimento passato con lo straccio perché ci fosse umido all’interno, dove verdura e frutta erano l’ornamento, di lei, l’ortolana, col nome da regina.
Ogni cosa riposta in armonia, le zucchine col dorso verso l’alto, le fragole tutte a punta in su, come i berretti di gnomi boscherecci. Nel riquadro, dietro le verdure secche, l’occhio inquietante dentro un finestrino: la suocera vegliava e controllava, vigile e cattiva nello sguardo.
Lenta e precisa, l’ortolana prendeva il sacchetto e lo gonfiava con gesto d’eleganza, poi faceva il giro delle ceste, con soste misurate, consigliando, ammonendo, approvando con giusta competenza, a volte regalando le ricette, con la promessa di un paradiso in terra, che neanche al ristorante si gustava.
A casa si trovava qualche ammaccatura, un cerchio improvviso di muffetta, ma certo non era colpa di nessuno: si era stati in un giro di delizie, di profumi e colori della terra. Che altro si poteva mai volere?

Cronache dal terrazzo 3.

Tanta pioggia, in questi giorni strani.

A sbotti e a rapide frustate.
Piace l’umiltà della terra che si sfianca, mite.
Finché può, trattiene un filo, un guscio di lumaca, un sasso che luccica nel buio, poi lascia andare.
Apre le mani e s’ammolla. Tracima dal vaso, scoprendo le radici.
Cedevolezza amica.
Tornerà ai bordi, dopo il suo viaggio d’acqua e vento.
Si riconoscerà terra in altra forma, rugata e spostata un po’ più in là.

Come impararne, intanto, persistenza e docilità?

Cronache dal terrazzo 2.

La mattina non arriva mai uguale, in questi giorni di maggio all’improvviso.
Ha il suo modo di salutare.
E io il mio.
So spostare le lenzuola piano, quando mi sveglio.
So scendere senza fare rumore, scegliere la tazza grande e sottile e aspettare, insieme al caffè, la mattina che viene.
Ha da essere sottile l’orlo della tazza. Un guscio. Poggiato al labbro, è il primo contatto tiepido della giornata: un differire il piacere del sorso con un altro piacere che rassicura.

Fuori c’è un fresco che chiama la pelle e un ridacchiare acido di tortore dal becco debole.
E’ in fondo solo un filo di bava a dire di lumache notturne, sui piastroni a sassi grigi del terrazzo: lumachine rampicanti che lasciano la fatica di tracce in salita, sulle foglie dei fior di vetro.
A seguirle, ne esce la mappa di un viaggio fatto di sbandate e improvvisi amori.
(La panca scura racconta di un incontro e di una separazione: due scie divergenti, una dritta e impettita, senza ripensamenti, l’altra ondivaga e incerta, che gorgoglia in tondo e sparisce dietro la peonia.)

Una cucchiaiata di terra smossa e raspata tradisce il passaggio di un merlo nervoso.
Non lascia niente al suo posto. Cerca e cerca e poi si lascia ingannare da una stagnola.
Fosse un umano, sarebbe l’Ulisse di Pavese…due scarponi infangati, nel mattino azzurro sulle piogge di un mese.
Una piuma di civetta, nel varco del gelsomino: altri transiti leggeri, dunque, altri prestiti solo pensati nel buio.

Piace la mattina, prima del mio andare, gonfia dei segreti della notte, che ancora contiene.
Piace la mattina, prima del mio andare.
Orlo sottile del giorno.

Cronache dal terrazzo 1.

L’alfabeto della primavera produce i suoi suoni.
È il caldo, che scoppia come un soffione.
È il verso (mai battezzato) della tortora, che chiama la femmina, con il basso in gola.
È la ghiaia, che sgrana i passi, non più impastati di fango.

Si dirama la parola in forma di “lama senza resa”: in attesa del profumo, la madresilvia si sta impossessando della grata.

Il vento non trova pareti in questa pianura.
E la sera, che viene, è in forma di odore.
Un’altra sera che vorrei sciogliere in conversari pigri, quelli che girano attorno alla tavola dei pensieri e dimenticano da dove son partiti.
Una sera senza luci, per favore.
Perché le bastano gli amici e la promessa di un’albicocca.

Pensieri in fuga 12.

Amo le vite piccole. Apparentemente piccole. E apparentemente uguali.
Occorre uno sguardo setaccio per trattenere sulla rete le variazioni: foglie, insetti, forse schegge di luce.
Amo le differenze percettibili soltanto sottovoce e amo il gesto gentile che le indica. Solo così si scopre il ciclamino di montagna che nessuno ha piantato, eppure sta fiorendo ai piedi di una rosa.
Amo i padri che guardano gli alberi e suggeriscono i mutamenti: raccontano di leopardiane minime offese ad un tronco, di momentanei cedimenti…(si commuovono, con la voce, per una fioritura improvvisa).
Amo il merlo che chiacchiera e tiene sollevato l’ultimo tono nell’aria, come una coda. In dialogo a distanza con il nido, fra la madresilvia ancora nuda.

E amo, amo soprattutto la vita porosa, che assorbe e impara, ad ogni età.

 

 

Pensieri in fuga 11.

Sul terrazzo sono fiorite le pervinche, sui cordoni lunghi, ancora un po’ nudi di foglie.
Sono tenaci e silenziose, le pervinche.
Navigano dietro le fioriere, viaggiano nelle crepe dei muri e non si fermano di fronte ai vasi già presi.
Poi, quando, ormai all’esasperazione, decidi di sfoltirle, perché son spettinate e invadenti, fioriscono.
Fioriscono di colpo, senza preavviso.
E allora non c’è azzurro più intenso: forse solo quello della lobelia può andargli vicino, se decide di lasciare il cobalto e si sfuma di porcellana.
Non ho cuore di togliere le pervinche.
Le lascio far razza e mi vergogno del mio non saper tagliare.
Sarà il sogno del tenere tutto.
Sarà che ho voglia di colori, ma anche una pervinca mi sembra una rete a strascico, che prende, dentro il suo giro, parole nuove.

Pensieri in fuga 10.

Erano giorni di agitazione, quelli della conserva. Venivano convocate zie e cugine, persino la nuora lontana, in un concitato desiderio di sfidare il tempo.
Non so quando lo capii. Forse ne ebbi la certezza leggendo lo sguardo con cui la Dina mianonna fasciava di dolcezza le sue bottiglie piene. Non c’entrava per nulla la gara quotidiana dei sapori, per far dire agli uomini di casa, quando c’erano, “che buono!”

Dentro alla stanchezza di giornate spese a trinciare e a salare e a pesare, stava tutta la voglia di battere il tempo, di aggirarlo, di chiuderlo in un barattolo.
Conservare, tenere da parte un vasetto di colore, una bottiglia di sole, una cucchiaiata di odore. L’estate, da riaprire in inverno: metamorfosi di una giornata di nebbia, schizzata col rosso del caldo, della luce.

E’ che a vivere in pianura , con la nebbia che già ad agosto ti aspetta la mattina presto, si diventa un po’ matti, o bisogna esserlo, un poco, per inventare.

Indovinare le cose dentro la nebbia è come scoprire il sapore dentro una bottiglia.

Un sapore di vetro che cammina all’indietro e va a scavare una scia. La percorrerà chi l’ha segnata, chi ne ha posto, dall’altro capo della memoria, il primo sasso. Ma anche chi è stato dentro la scia, testimone o fattorino, compagno o ospite di un’estate rossa rossa di conserva.

Pensieri in fuga 9.

Il mondo ri-scritto diventa specchio o spartito in cui cercarsi, qualche volta trovarsi o riconoscersi (per intero, per unità discrete, a scaglie o a fi-lamenti). Forse in questo la scrittura trova la sua necessità.
Ciò che passa per la parola scritta nasce da una vita ed entra nella vita, non per portare o dare ordine, ma per essere la tela grande del possibile, il simulacro dove trova spazio ogni proiezione.

Affidare la propria scrittura al suo viaggio incrocia il malessere e il piacere. A volte si teme questo suo destino di viaggio fra gli altri, perchè, come il figliol prodigo, la scrittura, che ha camminato nel mondo, ritorna a chi le ha dato vita, ispessita e cambiata.
Altre volte la si licenzia, invece, come un frutto maturo, senza timore, nella gioia di vederla rotolare rotonda di significazioni aggiunte.
A volte resta conficcata dentro come un desiderio, ritardato e covato. Ed è spina.

 

Pensieri in fuga 8.

Vi racconto una storia di freddo e di neve.
Regalo delle sere d’inverno.

Savino è un vecchio.
Abita nel paese più in là, quello delle due fedi e delle due chiese.
Ha spostato tanta terra con le mani e non ha molte parole.
Per avere il tempo di cercarle, si ferma su una lunga lunga e la ripete sempre, come se fosse una briciola per i passeri. Intanto arrivano, le parole, con un po’ di soggezione, ma arrivano.
Mi ha detto una volta che i suoi, da bambino, lo avevano prestato per un po’ a della gente con la terra, perché lavorasse e mangiasse in quella casa, naturalmente.
Tornava ogni tanto con la corriera blu, che lo metteva giù all’incrocio, naturalmente.
Tornò dopo un mese, la prima volta, una sera che c’era la neve e all’incrocio un odore di fritto buono, quello dei pincini che si fanno in casa per salutare la prima nevicata. Basta un niente, del pane crudo ben stirato e dello strutto bello caldo per gonfiarlo e farlo sfrigolare. E poi lo si volta  al dolce o al sale. A piacere di gusto o sentimento.
Il bambino sentiva l’odore e pensava, naturalmente.
Se fossero a casamia, i pincini, sarei capace di mangiarne cinque. Ma ci dovrebbe essere lo strutto in casa, e la farina bianca… Invece in casa c’è solo l’acqua per la polenta.
E camminava, naturalmente…
Se fossero a casamia, i pincini, sarei capace di mangiarne dieci (perchè la strada nel freddo mette appetito, naturalmente).
E l’aria era grassa di fritto dolce e di desiderio.
Erano proprio in casa sua i pincini, perché la madre aveva barattato due uova per un po’ di farina bianca e di felicità.
E il vecchio si commuove a ricordarla.

Anch’io, perché gli odori di cibo fanno casa, nel freddo vuoto.