Fratelli

Se le storie avessero un doppio si specchierebbero a rovescio, una in faccia all’altra, identiche e contrarie, come quelle dei due fratelli.
Stavano nella casa dei pioppi, i pioppi della neve in primavera, quella che le vecchie si filerebbero, se i piumini fossero cotone, per copertine leggere.
I pioppi a mano aperta stavano fra la campagna e la corte, fra la corte e il caseificio, quasi a mettere ordine pure nei lavori: al Barba il latte da cagliare in grana, al Vecchio la terra da guardare.
Solo che, a far formaggio, il latte si riceve all’alba, c’è da faticare anche se un uomo aiuta, ma dopo non si sta a guardare, ci si decide a far qualcosa.
Così il Barba, una volta in piedi, di tempo ne aveva e faceva partorire le bestie, e guardava le api, sistemava la legna, zappava l’orto e aiutava il Vecchio, perché il Vecchio, la giacca, mica la levava.
Se è per questo, neanche domandava, ma aveva un suo modo di non chiedere così bello che arrivava a segno.
“Ah, tempo di pioggia,- diceva – se i covoni fossero fatti, tutta fortuna…”
“Se c’è da farli, si faranno”- rispondeva il Barba e prendevano la strada di campagna, il primo a testa in aria, il secondo a cercare per terra la cicoria.
“Ma quante, quante ce n’è quest’ anno, – diceva il Vecchio a guardar le spighe già tagliate – guarda guarda…se se ne accorge la mia schiena…”
“Se sono tante, si raccoglieranno,- rispondeva il Barba, che si toglieva il gilè – Te, metti la schiena all’ombra.”
Sotto la pianta di susine, il mal di schiena stava quieto.
Il Vecchio guardava in su.
“Certo le nuvole son più svelte delle braccia…Bisognerebbe fare presto.”- sospirava.
“Se c’è da far presto, si muoveran di più ”- il Barba non s’asciugava neanche la fronte e drizzava le spighe e le legava, in gara con il cielo.
Alla prima goccia il Vecchio dava l’annuncio, perché stava attento, e , coi covoni che riposavano al sicuro, stretti da un giro di salice, tornavano in corte.
“Certo è fatica anche guardar sempre in alto” diceva il Barba, per dare soddisfazione al Vecchio.
E si ringraziavano, sulla porta del caseificio.

La vecchia del corredo

C’è una vecchia che vive da sola, qui.
La sua casa fa angolo e strada: trattenuta nei muri, fra ricami di chiocciole e muschio, libera il fiato nel giardino di siepi e peonie.
Tiene, la vecchia, un baule, col corredo a orlo giorno, cifrato di pieni e di vuoti.
Non sposa, la vecchia sfoglia il corredo come l’album del tempo: da strati di carte sottili escono lenzuola dal risvolto prezioso, tovaglie di tela buona, camicie lunghe di pelle d’uovo, coi bottoni davanti, per la grazia di carezze leggere.
La vecchia scuote un poco i cristalli d’odore, cambia le spighe e ripiega le cose, sui solchi certi.
Ma, una volta in un anno, quando il sole è proprio sicuro, perché il vento storna le nubi, fa il bucato grande… e il corredo ondeggia sul filo ….. e si gonfia… e il giardino fiorisce di pagine bianche.
Chi passa vi legge parole mai dette, bisbigli solo sognati, promesse non sussurrate, segni di corpi che non si sono trovati, in un baleno d’amore.
Chi passa segue con gli occhi le mani di vecchio uccello, in corsa a spianare ogni piega, a stirare sul filo la vita che non è stata.

 

E’ arrivato

E’ arrivato.

A cavallo di una nebbia sottile che si sgarza piano piano per lasciare posto a un sole riottoso, stamattina.

E’ una lavagna bianca, quest’anno nuovo, doppio nei numeri che fanno pensare ad una giovinezza da vivere due volte.

Cercheremo storie nuove e parole leggere per questa lavagna, ma anche pensose, perché attraversare l’esistenza pensando è privilegio e condanna di noi umani.

E allora appenderemo ai pensieri la volontà del fare e dell’esserci,  per farli camminare nella realtà e portarli a fiorire, i pensieri, possibilmente col profumo dei gelsomini.

Buon anno, amici che passate di qua.

Natale

Aspettando che la tavola si animi, guardo il sole di oggi: ci dice tante cose.
Tutte belle.
Il 25 dicembre tanto tempo fa era il compleanno del Sole Invincibile, poi la Chiesa ne fece la festa della natività “del Sole di giustizia sorto a Betlemme”, di Gesù.
Una Festa religiosa e astronomica insieme, quindi, che vede la luce vittoriosa sul buio… Una luce bambina, che esce dal giorno più corto tanto forte da durare un poco di più.

La festa, invece, questa pausa del tempo in cui il fare tace, durerà un giorno soltanto e volerà via dalla gabbia del calendario col battito d’ali, veloce e impercettibile, di un colibrì.

Eppure anche di ciò che passa velocemente si trattiene qualcosa.
“L’amore imparerai dalla farfalla”, dice Sa’di, poeta persiano del 1200, nel suo roseto.
La festa che passa lascerà spazio ad un’attesa lunga un anno, che ne rinverdirà il desiderio e il progetto, traccia o vuoto da colmare con altri bagliori.

Cercheremo di conservarne ricordo e parole.
Perché ricordi e parole sono persone che non ci lasciano mai.
Sono doni.
Come è un dono la canzone di Vinicio Capossela. che faccio diventare il mio augurio grande.

E’ arrivato il nostro dicembre
di luci e di attese
di comignoli e calze appese
in una stazione ovattata di neve (…)

E’ arrivato guaendo
con una stola di cani randagi
ed una scatola di cerini
e lumini accesi.

Sante Nicola ci ha portato
in dono le parole
per parlarci e scaldarci il cuore
che povertà non sapersi parlare
e vedersi passare
vicini e muti
chiusi nel rancore
La pioggia si è fatta neve
e non ferisce ma bagna
e come manna morbida
ci consola…
Sante Nicola
ci ha portato parole incartate
e scritte e parlate
per dircele davvero,
queste parole d’amore

Nel silenzio che ci aveva vinti
silenzio di anni….
per QUANTO freddo e ghiaccio
ci fosse nel cuore..

Sante Nicola ci ha portato
in dono le parole
per spiegarci e scaldarci
come castagne e vino
a tenerci vicino (…)
Sante Nicola ci ha portato in dono
le parole per scaldarci e trovarci ancora

BUON NATALE E BUONE PAROLE A CHI PASSERA’ DI QUA.

La Sibelia

S’avrebbe voglia di parole da infilare con il refe, per la Sibelia: perline da fiera per farle una collana luccicosa.
E poi di parole tonde, così corrono meglio e finiscono fra le assi del pavimento e nella catena del pozzo, a scricchiolare e a cigolare, per un po’.
Parole con la musica dentro, magari con l’accento in testa, come un berretto: ché han da suonare chiare e mettersi in rima a far le buffe, in ogni angolo della corte.
Si vorrebbe cercarle nelle stie delle galline, dove restano certe piume di muta, che sono sospiri di chioccia.
O sulle creste dei pioppi, quando le foglie si fanno di vetro al primo gelo e crocchiano di galaverna.
Perché la Sibelia era la vecchia dei bambini.
Con gli occhi inutilmente azzurri.
E parlava soltanto a filastrocca: nella sua bocca i giorni della merla, il cattivo tempo, il grano, i santi del paradiso e i fagioli finivano in cantilene ripetute mille volte, a coprire ogni buco di tempo con lo stesso rammendo.
Perché la Sibelia era la vecchia dei bambini.
La vecchia dei bambini, dentro l’aia.
Piccola e ossuta, con le tasche piene di semi di zucca, bruciacchiati nel forno.
Mai sposa, mai madre, mai niente, solo a rancurare i figli di tutti nella corte, perché le donne stessero quiete in campagna d’estate e nella stalla o al telaio d’inverno: senza la paura delle zampe dei cavalli e dell’acqua ferma nell’abbeveratoio e dei matti che portavano via le creature.
La Sibelia sempre lì.
A cercare coi piccoli le uova fra le frasche, le tane dei grilli e dei rospi del signore.
A fare il verso del tacchino e del cuculo, a recitare le fole della scopa e della farina, dell’acqua e del fuoco e poi le canzoni con il fischio del vapore e la spada insanguinata.
A passare il calendario alla sua maniera, aspettando la stagione buona…Par santa lùssia un cul ad gussia e par nadàl un pass ad gal.
Senza crescere mai, anche se i denti non c’erano più e la bocca fioriva all’indietro.

Ma le parole hanno solo bisogno di un filo di suono e di testa leggera.
E così, quando per san martino la trovarono riversa sul corach, a testa in giù nel cesto, stecchita come certe zampe di faraona, coi semi di zucca a far da lacrime intorno, tutti pensarono che la Sibelia stesse cercando, in mezzo ai pulcini, un pezzo di filastrocca, un pio pio scappato dalla catenella…
Per colpa del vento.

C’è che nevica!

Selvino è un vecchio. Abita nel paese più in là, quello delle due fedi e delle due chiese. Ha spostato tanta terra con le mani e non ha molte parole.

Per avere il tempo di cercarle, si ferma su una lunga e la ripete sempre, come se fosse una briciola per i passeri.

Mi ha detto una volta che i suoi, da bambino, lo avevano prestato per un po’ a della gente con la terra, perché lavorasse e mangiasse in quella casa, naturalmente. Tornava ogni tanto con la corriera blu, che lo metteva giù all’incrocio, naturalmente.
La prima volta, tornò dopo un mese,  una sera che c’era la neve e all’incrocio un odore di fritto buono, quello dei pincini che si fanno in casa a salutare una nevicata. Un po’ di farina bianca acqua e sale e magari un velo di zucchero…

Il bambino pensava, naturalmente…
Se fossero a casa mia, i pincini, sarei capace di mangiarne cinque. Ma ci dovrebbe essere lo strutto in casa, e la farina bianca…Invece in casa c’è solo l’acqua per la polenta…
E camminava, naturalmente …
Se fossero a casa mia, i pincini, sarei capace di mangiarne dieci (perché la strada nel freddo mette appetito…).
E l’aria era grassa di fritto dolce e di desiderio.

Erano proprio in casa sua i pincini, perché la madre aveva barattato due uova per un po’ di farina bianca e di felicità.

Sugoli o saba?

I freddi non sono tutti uguali.
Ad andare in bicicletta si riconoscono bene, nelle gambe nude.
C’è quello del mattino di settembre che formicola nell’aria: cerca la pelle, per il gusto di sentirla fresca, ma basta il riparo di una strada a imbuto fra le case. Si stempera ed è ancora sole.
Poi ad ottobre c’è quello frizzantino che conosce le rotte del vento: batte insinuante a media altezza, giusto per infilarsi nelle maniche. Prende in giro i bottoni (che non difendono) e li umilia. Si ferma sulla schiena, come una placca d’argento. O una mano d’acqua di Po.
Ma quando sale dal basso, a novembre, e sembra un fiato di terra e di buio, allora il freddo punge gli occhi e porta li putini, lacrime bambine, amiche di magoni (mai risolti in pianto) e raffreddori, trucioli di lucciconi che non scendono, non scorrono, ma si arricciano ai bordi. Vetrini frantumati a orlare gli occhi.

Oggi è tempo di putini. Lo si aspettava, doveroso.
In casa, con un cielo tisico prostrato nelle pozzanghere, saluto il freddo con un bottiglione di mosto: uva americana, preparato a settembre e tenuto a parte per le occasioni grandi.

E’ bello il mosto rosso: è l’anima calda dell’uva. Ora c’è da decidere…
Accoglierà la farina e lo zucchero per cuocere piano? Sarà dunque un sugolo di breve vita, dolce scacciamali, scacciapensieri, scacciadolori solo per stasera?
O si innamorerà del fuoco, resterà ore a stringersi nel rame per essere saba che aspetta la neve, vincotto che sa di secco e di umido, di radice e di corteccia, giulebbe capace di perdurare?

Chi vuol esser lieto sia.
Il sugolo scotterà, oggi, nelle ciotole blu.

Pensieri in fuga 30.

Piace andare per paesi e per strade di mezzo. Fra canneti fossi e case sperse, senza necessità se non di occhi nuovi.
E’ tra-vedere fra il prima e il poi, come il guardare fra i fili delle tende, diradati con le mani.
E’ scoprire l’anima sciolta del cielo nell’onda ritardataria degli ultimi storni, che si slarga e si rapprende, stormo di briciole vive.
E’ capire che anche l’acqua più ferma respira.

C’è una strada parallela alla grande, trenta metri più in mezzo.
Il canale ha pareti di alberi, verso la Bonifica.
La nebbia arriva (non sai se dall’alto o dal basso, ma certo, arriva).
E sbatte contro i muri, a cercare un punto di fuga.
E rotola, rotola a palla sull’acqua, fra sbuffi e scoppi silenziosi.
Si ferma e ristagna, compatta.
Nebbia seduta allo specchio.
Cancella cancella.
Dei pioppi, che si stanno spolpando, resta solo un pennacchio di ruggine, là in alto, sospeso come la memoria.

Poter galleggiare sulla vita con l’orgoglio dei pioppi nella nebbia …

La chiesa

La chiesa venne su rossa fiammante, coi mattoni cotti al fuoco, sotto il sole.
Dava le spalle alla fornace e ne pareva la continuazione: una vampa che si era fatta soda, una lingua di pietra tenuta dalla siepe. Con i trafori, ché i vuoti fanno luce.

Avevano tanto lavorato, i braccianti e anche i possidenti.
A fare malta e pietre, giù d’orario.
A tirar su i muri e a mettere di piatto il pavimento.
(I disegni del mastro sotto il naso e i vecchi sotto l’ombra, a contare i giri di carriola)
Nei giorni della stanca, quando la terra diventa tutta secca.
La canapa già a pìroli e mannelli.
Il granturco fermo a maturare.
E tempo avanti, ancora, per arare.

Tutto per portare dio anche lì: in un pezzo di terra di nessuno, in litigio pure col suo nome, un nome di maledizione. In mezzo ai fossi e alle piantate, alle biolche di medica e di grano.
E’ che si era stanchi di una chiesa a prestito, per sposare, nascere e morire.
Meglio sotto gli occhi del santo di borgata: la croce di ciliegio dell’Ulisse e le dalie dell’orto sull’altare, alto come il calvario o come il sacrificio. Con la sua bella tovaglia ricamata.

Si sperava fosse un matrimonio ad aprire le porte della chiesa.
O un battesimo, con l’acqua nella conca nuova.
Invece.
Morì il vecchio Berto, che si fece controvoglia la navata intiera, nel saluto di un prete grande e grosso, dal passo contadino e l’orapronobis mangiato troppo in fretta.

La cosa sembrò di segno strano: un inizio partito dalla fine e con quel vento che veniva dal cortile, alitate di fornace a pizzicare il naso, ad aggricciare gli occhi.

Sul piazzale il lavoro continuava. Non bastava morire per fermarlo.
Così il caldo soffiato nella volta, fra i mattoni crudi ad asciugare, usciva dal camino, sbatteva contro il cielo basso e poi tornava giù, a fare da condanna, a diventare fumo fra la gente, nella chiesa.

Il fazzoletto stretto sulla faccia, la Palmira se ne stava immagonata, con l’anima che voleva uscire dalla bocca, insieme coi singhiozzi tamponati.
No no, si sarebbe pensata no che fosse proprio Berto suomarito a passare per primo fra quei banchi, lui che, la messa, neanche la sapeva e metteva lo straccio rosso attorno al collo, il giorno del comizio.
Ma che male farà, una benedizione, si consolava per questo tradimento.
Levò gli occhi verso il parroco per trovare conforto: due dita in aria, don Enzo andava a benedire, eppure aveva una smorfia sulle labbra.
Non era una smorfia: era una risata.
Rideva, il prete. Lo sguardo un po’ smarrito.
E rideva l’Ulisse. Rideva la Celesta. Rideva anche l’Argia: tutta la borgata rideva sottovoce, in chiesa, durante il funerale.

La Palmira si liberò la bocca e tirò su, forte, con il naso.
Allora capì, perché tornò bambina, quando sua mamma le faceva il grattino sotto i piedi, il solletico sulla carne viva, e il riso le saliva per la gola ed era come i grilli, una colonia di grilli che nessuno sapeva più fermare.
Rise anche lei, che altro mai poteva. Come se a ridere fosse la sua pelle.

Quel riso a pioggia e a serpentina: scherzi del canuin, degli scarti di canapa bruciati alla fornace e soffiati contro il cielo dal camino.

Scosse la testa più leggera, la Palmira, e pensò che questo fosse un bene, la bonaria vendetta del suo uomo.

Cronachette all’improvviso 7.

Un cielo spatolato. Di grigio nero.

Quattro sgorbi cattivi, sul foglio di carta riciclata. Questo è il colore dell’alto, nel pomeriggio che si fa sera.

Ricordano le cancellature (un po’ isteriche) di sgrammaticature da dimenticare: segni nervosi, da cancellare con la gomma pane per renderli meno inquietanti.

Che errori madornali avrà mai fatto il cielo? Per fortuna si è risentito per tale trattamento. Un rosa un po’ stizzito ora sta campeggiando, in fondo.

Cronache dal terrazzo 15

Fiori e cespugli sul terrazzo hanno un’aureola fatta di vapore iridescente.
Avrei voglia di fermare questo spigolo di luce, in questa mattina galleggiante di fumanela.

La fumanela è quasi uno stato d’animo qui: è poco corpo per essere “cosa” ma è presenza fra gli occhi e l’ ‘oltre’.
Non può essere ignorata.
È caligine diluita che resta sui capelli, condensa gentile.
Impossibile chiamarla nebbia. La nebbia sa di altro, ancora.
Questa è solo incertezza dei bordi, instabilità delle cose.
La fumanela può diventare il sole giallino di adesso o ingrottarsi, scura, nel pomeriggio che vien giù veloce.
Adesso è luce, che si promette almeno per qualche ora. Chiarore a termine.
In bilico.
Sudori ereditati dall’estate appena finita e messaggi di freddo.

Intanto la vite americana impazza, sotto casa.
E la tortora, ipnotizzata, naufraga in una colata bordeaux.

Cronache dal terrazzo 14.

Prima che s’incollino ai piastroni di ghiaia, devo decidermi a raccoglierle, le foglie, specie quelle che la pioggia ha pigiato e reso quasi trasparenti.

Operazione densa di ricordi, che cerco di allontanare perché ottobre già porta le sue pene.

C’era un vecchio grosso, qui, rimasto solo nella casa degli ippocastani, quasi attaccata alla mia.
La moglie se n’era volata via di colpo e la televisione aveva alzato il suo volume.
A passettini cuciti con l’ago, il vecchio grosso dichiarò guerra alle foglie.
Cominciò a primavera, con quelle che non legano al ramo e cadono, grasse e arricciate come i bruchi o le rughe.
Continuò d’estate, con le ostie di robinia, disossate dal sole, gialle e sottili.
Poi tenne dietro alle foglie di ippocastano, che sono grandi e spesse: eccolo a spingerle più in là, e ad arrabbiarsi con l’asfalto bagnato che trattiene.
Fatica smuovere le foglie senza una scopa, solo con il bastone.
Fatica, se il vento non vuole saperne di dare una mano.

Il vecchio insultava le foglie, le inseguiva senza tenerezza nella voce.
Le voleva lontane, che non avessero a toccare il muretto e la striscia di terra, vicina.
“Marce. Marce. Le foglie marce hanno la morte in tasca”, diceva.

Chi lo vedeva chiamare gorghi di aria e dondolare lento, pesante in mezzo alla strada, sapeva che non erano le foglie a fargli paura.

 

Le bambine

“La bambina che non vuole crescere e quella che si scopre grande, all’improvviso. La bambina che nella notte teme l’invasione delle formiche e quella che invece addomestica il buio, suonandolo con le mani. La bambina che s’inventa universi sospesi e quella che già conosce la fatica di un quotidiano pieno di limiti.
Tanti incontri, con la natura, le cose e le persone, con la bellezza, la vergogna e la paura, con la gioia, la meraviglia e il dolore, con le partenze, gli arrivi e i ritorni.
Tante prime volte che svelano il mondo, registrate attraverso uno sguardo ora intinto nella magia ora così consapevole della realtà da coglierne il senso segreto, le spine e il mistero.
Sono storie piccole e immense, quelle raccontate da Zena Roncada, sullo sfondo ad acquerello di tempi e luoghi di un passato vicino.”

Cronache dal terrazzo 13.

Il terrazzo di ottobre è il terrazzo dei ricordi.
Non ci posso fare niente.
E’ così.
E’ così e basta: ha raccolto le dolcezze di primavere ed estati, come fa il mare, per poi restituirle, nei giorni delle assenze.
Fa compagnia, il terrazzo: racconta di contemplazioni sotto voce, di corse mattutine in vestaglia, per controllare un boccio, la meraviglia della prima rosa, un battito di mani per stornare una tortora noiosa.
Sul terrazzo d’ottobre, che non ha tronfi se non di color ruggine (qualche guizzo fucsia di una Guinea recidiva), io torno alla memoria come a un paese usato, fascina di forme e nomi che si sollevano, solo a muoverla piano.
Torno alla memoria come alla vigna del padre, che conserva i grani più dolci, senza furori, solo per una carezza alle persone che si era: sogno di un fiume che non censisce le sue acque, ma le tiene a raccolta.
Nel sogno della compresenza.

 

Che poi

Che poi era facile fare confusione.
Vederlo in chiesa, prendere l’ostia dalle mani del prete, mangiarla a testa bassa e con la schiena dritta. In piedi, non al banco di mezzo, ma a destra, vicino alla madonna col serpente, il manto celeste e le stelle. A pregare l’agnello di dio che toglie i peccati del mondo, con la sua voce senza latino.
E riconoscerlo, nel corteo del primo maggio, passi pesanti, scarpe da terra dei braccianti.
Trovarlo vicino alla bandiera, nelle adunate sulla banca di Po, con la rabbia ferma nelle braccia. (Tante biciclette, poggiate ai pioppi, e gente dappertutto, fin sull’argine, come in un parlamento contadino traversato dall’aria di boschina)
Sempre il primo a fare sciopero e picchetto, a chiedere giustizia e verità: l’imponibile, almeno, per mangiare anche d’inverno. Quelle giornate promesse e filate via col fumo, lavoro che i padroni si ostinavano a negare

Facile fare confusione, a vederlo mezzo prete e mezzo rosso.
E sempre con misura.
A modo suo.
Da solo in chiesa, mai un’offerta.
Di parole scarse coi compagni, che si chiedevano il perché di tanto incenso, di questa conversione all’improvviso.
Ma era un uomo giusto e c’era da tacere. Aveva anche lui da lavorare.
La moglie e un figlio, fatto tardi.
Un figlio piccolino, con un nido di ricci per i merli e quella faccia lustra di sapone.
Piccolino e s’ammalava spesso.
Se lo portava a scuola, le mattine di pioggia. Se lo asciugava bene, se lo sedeva sopra il banco: gli toglieva le scarpe e le calze. Gli dava un bacio sulla pianta nuda. Il bambino non voleva, perché aveva anche vergogna, ma poi rideva per il solletico: in un attimo aveva calze asciutte e pantofole di panno, uscite dalle tasche di quel padre chioccia.
E poi l’uomo andava in chiesa, se era inverno.
A dire grazie.
Per il fatto di avere il suo bambino.
E la scuola lì vicino.
E un paio di calze di ricambio e un paio di pantofole di panno.
Per il suo bambino.
Che, tutto ben lisciato, senza freddo nei ricci e coi piedi al caldo, avrebbe amato la scuola, i libri, la pioggia, la terra, le strade e l’universo mondo, ‘ancor non nominato’.