Pensieri in fuga 30.

Piace andare per paesi e per strade di mezzo. Fra canneti fossi e case sperse, senza necessità se non di occhi nuovi.
E’ tra-vedere fra il prima e il poi, come il guardare fra i fili delle tende, diradati con le mani.
E’ scoprire l’anima sciolta del cielo nell’onda ritardataria degli ultimi storni, che si slarga e si rapprende, stormo di briciole vive.
E’ capire che anche l’acqua più ferma respira.

C’è una strada parallela alla grande, trenta metri più in mezzo.
Il canale ha pareti di alberi, verso la Bonifica.
La nebbia arriva (non sai se dall’alto o dal basso, ma certo, arriva).
E sbatte contro i muri, a cercare un punto di fuga.
E rotola, rotola a palla sull’acqua, fra sbuffi e scoppi silenziosi.
Si ferma e ristagna, compatta.
Nebbia seduta allo specchio.
Cancella cancella.
Dei pioppi, che si stanno spolpando, resta solo un pennacchio di ruggine, là in alto, sospeso come la memoria.

Poter galleggiare sulla vita con l’orgoglio dei pioppi nella nebbia …

La chiesa

La chiesa venne su rossa fiammante, coi mattoni cotti al fuoco, sotto il sole.
Dava le spalle alla fornace e ne pareva la continuazione: una vampa che si era fatta soda, una lingua di pietra tenuta dalla siepe. Con i trafori, ché i vuoti fanno luce.

Avevano tanto lavorato, i braccianti e anche i possidenti.
A fare malta e pietre, giù d’orario.
A tirar su i muri e a mettere di piatto il pavimento.
(I disegni del mastro sotto il naso e i vecchi sotto l’ombra, a contare i giri di carriola)
Nei giorni della stanca, quando la terra diventa tutta secca.
La canapa già a pìroli e mannelli.
Il granturco fermo a maturare.
E tempo avanti, ancora, per arare.

Tutto per portare dio anche lì: in un pezzo di terra di nessuno, in litigio pure col suo nome, un nome di maledizione. In mezzo ai fossi e alle piantate, alle biolche di medica e di grano.
E’ che si era stanchi di una chiesa a prestito, per sposare, nascere e morire.
Meglio sotto gli occhi del santo di borgata: la croce di ciliegio dell’Ulisse e le dalie dell’orto sull’altare, alto come il calvario o come il sacrificio. Con la sua bella tovaglia ricamata.

Si sperava fosse un matrimonio ad aprire le porte della chiesa.
O un battesimo, con l’acqua nella conca nuova.
Invece.
Morì il vecchio Berto, che si fece controvoglia la navata intiera, nel saluto di un prete grande e grosso, dal passo contadino e l’orapronobis mangiato troppo in fretta.

La cosa sembrò di segno strano: un inizio partito dalla fine e con quel vento che veniva dal cortile, alitate di fornace a pizzicare il naso, ad aggricciare gli occhi.

Sul piazzale il lavoro continuava. Non bastava morire per fermarlo.
Così il caldo soffiato nella volta, fra i mattoni crudi ad asciugare, usciva dal camino, sbatteva contro il cielo basso e poi tornava giù, a fare da condanna, a diventare fumo fra la gente, nella chiesa.

Il fazzoletto stretto sulla faccia, la Palmira se ne stava immagonata, con l’anima che voleva uscire dalla bocca, insieme coi singhiozzi tamponati.
No no, si sarebbe pensata no che fosse proprio Berto suomarito a passare per primo fra quei banchi, lui che, la messa, neanche la sapeva e metteva lo straccio rosso attorno al collo, il giorno del comizio.
Ma che male farà, una benedizione, si consolava per questo tradimento.
Levò gli occhi verso il parroco per trovare conforto: due dita in aria, don Enzo andava a benedire, eppure aveva una smorfia sulle labbra.
Non era una smorfia: era una risata.
Rideva, il prete. Lo sguardo un po’ smarrito.
E rideva l’Ulisse. Rideva la Celesta. Rideva anche l’Argia: tutta la borgata rideva sottovoce, in chiesa, durante il funerale.

La Palmira si liberò la bocca e tirò su, forte, con il naso.
Allora capì, perché tornò bambina, quando sua mamma le faceva il grattino sotto i piedi, il solletico sulla carne viva, e il riso le saliva per la gola ed era come i grilli, una colonia di grilli che nessuno sapeva più fermare.
Rise anche lei, che altro mai poteva. Come se a ridere fosse la sua pelle.

Quel riso a pioggia e a serpentina: scherzi del canuin, degli scarti di canapa bruciati alla fornace e soffiati contro il cielo dal camino.

Scosse la testa più leggera, la Palmira, e pensò che questo fosse un bene, la bonaria vendetta del suo uomo.

Cronachette all’improvviso 7.

Un cielo spatolato. Di grigio nero.

Quattro sgorbi cattivi, sul foglio di carta riciclata. Questo è il colore dell’alto, nel pomeriggio che si fa sera.

Ricordano le cancellature (un po’ isteriche) di sgrammaticature da dimenticare: segni nervosi, da cancellare con la gomma pane per renderli meno inquietanti.

Che errori madornali avrà mai fatto il cielo? Per fortuna si è risentito per tale trattamento. Un rosa un po’ stizzito ora sta campeggiando, in fondo.

Cronache dal terrazzo 15

Fiori e cespugli sul terrazzo hanno un’aureola fatta di vapore iridescente.
Avrei voglia di fermare questo spigolo di luce, in questa mattina galleggiante di fumanela.

La fumanela è quasi uno stato d’animo qui: è poco corpo per essere “cosa” ma è presenza fra gli occhi e l’ ‘oltre’.
Non può essere ignorata.
È caligine diluita che resta sui capelli, condensa gentile.
Impossibile chiamarla nebbia. La nebbia sa di altro, ancora.
Questa è solo incertezza dei bordi, instabilità delle cose.
La fumanela può diventare il sole giallino di adesso o ingrottarsi, scura, nel pomeriggio che vien giù veloce.
Adesso è luce, che si promette almeno per qualche ora. Chiarore a termine.
In bilico.
Sudori ereditati dall’estate appena finita e messaggi di freddo.

Intanto la vite americana impazza, sotto casa.
E la tortora, ipnotizzata, naufraga in una colata bordeaux.

Cronache dal terrazzo 14.

Prima che s’incollino ai piastroni di ghiaia, devo decidermi a raccoglierle, le foglie, specie quelle che la pioggia ha pigiato e reso quasi trasparenti.

Operazione densa di ricordi, che cerco di allontanare perché ottobre già porta le sue pene.

C’era un vecchio grosso, qui, rimasto solo nella casa degli ippocastani, quasi attaccata alla mia.
La moglie se n’era volata via di colpo e la televisione aveva alzato il suo volume.
A passettini cuciti con l’ago, il vecchio grosso dichiarò guerra alle foglie.
Cominciò a primavera, con quelle che non legano al ramo e cadono, grasse e arricciate come i bruchi o le rughe.
Continuò d’estate, con le ostie di robinia, disossate dal sole, gialle e sottili.
Poi tenne dietro alle foglie di ippocastano, che sono grandi e spesse: eccolo a spingerle più in là, e ad arrabbiarsi con l’asfalto bagnato che trattiene.
Fatica smuovere le foglie senza una scopa, solo con il bastone.
Fatica, se il vento non vuole saperne di dare una mano.

Il vecchio insultava le foglie, le inseguiva senza tenerezza nella voce.
Le voleva lontane, che non avessero a toccare il muretto e la striscia di terra, vicina.
“Marce. Marce. Le foglie marce hanno la morte in tasca”, diceva.

Chi lo vedeva chiamare gorghi di aria e dondolare lento, pesante in mezzo alla strada, sapeva che non erano le foglie a fargli paura.

 

Le bambine

“La bambina che non vuole crescere e quella che si scopre grande, all’improvviso. La bambina che nella notte teme l’invasione delle formiche e quella che invece addomestica il buio, suonandolo con le mani. La bambina che s’inventa universi sospesi e quella che già conosce la fatica di un quotidiano pieno di limiti.
Tanti incontri, con la natura, le cose e le persone, con la bellezza, la vergogna e la paura, con la gioia, la meraviglia e il dolore, con le partenze, gli arrivi e i ritorni.
Tante prime volte che svelano il mondo, registrate attraverso uno sguardo ora intinto nella magia ora così consapevole della realtà da coglierne il senso segreto, le spine e il mistero.
Sono storie piccole e immense, quelle raccontate da Zena Roncada, sullo sfondo ad acquerello di tempi e luoghi di un passato vicino.”

Cronache dal terrazzo 13.

Il terrazzo di ottobre è il terrazzo dei ricordi.
Non ci posso fare niente.
E’ così.
E’ così e basta: ha raccolto le dolcezze di primavere ed estati, come fa il mare, per poi restituirle, nei giorni delle assenze.
Fa compagnia, il terrazzo: racconta di contemplazioni sotto voce, di corse mattutine in vestaglia, per controllare un boccio, la meraviglia della prima rosa, un battito di mani per stornare una tortora noiosa.
Sul terrazzo d’ottobre, che non ha tronfi se non di color ruggine (qualche guizzo fucsia di una Guinea recidiva), io torno alla memoria come a un paese usato, fascina di forme e nomi che si sollevano, solo a muoverla piano.
Torno alla memoria come alla vigna del padre, che conserva i grani più dolci, senza furori, solo per una carezza alle persone che si era: sogno di un fiume che non censisce le sue acque, ma le tiene a raccolta.
Nel sogno della compresenza.

 

Che poi

Che poi era facile fare confusione.
Vederlo in chiesa, prendere l’ostia dalle mani del prete, mangiarla a testa bassa e con la schiena dritta. In piedi, non al banco di mezzo, ma a destra, vicino alla madonna col serpente, il manto celeste e le stelle. A pregare l’agnello di dio che toglie i peccati del mondo, con la sua voce senza latino.
E riconoscerlo, nel corteo del primo maggio, passi pesanti, scarpe da terra dei braccianti.
Trovarlo vicino alla bandiera, nelle adunate sulla banca di Po, con la rabbia ferma nelle braccia. (Tante biciclette, poggiate ai pioppi, e gente dappertutto, fin sull’argine, come in un parlamento contadino traversato dall’aria di boschina)
Sempre il primo a fare sciopero e picchetto, a chiedere giustizia e verità: l’imponibile, almeno, per mangiare anche d’inverno. Quelle giornate promesse e filate via col fumo, lavoro che i padroni si ostinavano a negare

Facile fare confusione, a vederlo mezzo prete e mezzo rosso.
E sempre con misura.
A modo suo.
Da solo in chiesa, mai un’offerta.
Di parole scarse coi compagni, che si chiedevano il perché di tanto incenso, di questa conversione all’improvviso.
Ma era un uomo giusto e c’era da tacere. Aveva anche lui da lavorare.
La moglie e un figlio, fatto tardi.
Un figlio piccolino, con un nido di ricci per i merli e quella faccia lustra di sapone.
Piccolino e s’ammalava spesso.
Se lo portava a scuola, le mattine di pioggia. Se lo asciugava bene, se lo sedeva sopra il banco: gli toglieva le scarpe e le calze. Gli dava un bacio sulla pianta nuda. Il bambino non voleva, perché aveva anche vergogna, ma poi rideva per il solletico: in un attimo aveva calze asciutte e pantofole di panno, uscite dalle tasche di quel padre chioccia.
E poi l’uomo andava in chiesa, se era inverno.
A dire grazie.
Per il fatto di avere il suo bambino.
E la scuola lì vicino.
E un paio di calze di ricambio e un paio di pantofole di panno.
Per il suo bambino.
Che, tutto ben lisciato, senza freddo nei ricci e coi piedi al caldo, avrebbe amato la scuola, i libri, la pioggia, la terra, le strade e l’universo mondo, ‘ancor non nominato’.

L’uomo della legna

Il cappotto era sempre troppo corto di manica, con le maglie pronte a uscire e a battere sul polso.
E la sfiancatura sempre troppo in su, a segnare il punto della vita vicino alle ascelle.

Era un uomo molto alto.
Un uomo di fumo lungo, da camino.
Camminava e parlava da solo, come per un dialogo, cominciato da lontano, a pezzi e a bocconi.
Si fermava, nei momenti di tante parole, ripetute ripetute a scatti nervosi.
E teneva la testa con le mani, allora, sfregandola forte, quasi a maltrattarla.
Cambia il tempo, dicevano i vecchi, che alla pazzia, qui, guardano quieti, come a cosa che sta dentro la vita, non maligna: solo una grinza dei pensieri.
Il paese sa e contiene.

L’uomo molto alto non aveva la grazia del poeta che saluta con le rime e cammina come l’ultimo dei tarocchi, occhi per aria, incurante dei morsi.
Non aveva neppure l’aria  severa dell’altro, in bicicletta: quello impietrito sull’argine, a contare i morti invisibili, che scendono stanchi, stagione dopo stagione, lungo il Po.

L’uomo molto alto solo aggiustava la legna.
E girava l’autunno a tenere d’occhio i cortili, a cercare cataste da sistemare nei rustici.
Chiedeva questo lavoro con tante parole, ripetute ripetute a scatti nervosi.

Torri di legno verde e sottile.
Fascine di salice, con l’odore di Po, disposte con la grazia di nidi selvatici.
Rocche basse, di legna forte e asciugata.
Opus intextum di rara eleganza.

L’uomo molto alto lavorava fitto per ore e tornava a vedere nei giorni le creature di legna, pronto a sgridare le donne arruffone e a puntellare le sue geometrie.

Dalla vedova in carne lasciò un castello di legna, coi pezzi a lisca di pesce, come ciottoli fini.
Tornava spesso, perché un bicchiere di vino ogni tanto che male può fare.
Bussava ed entrava.
E ringraziava con tante parole, ripetute ripetute a scatti nervosi.

Ma un giorno la porta non si aprì.
L’uomo molto alto aspettò.
Aspettò anche il giorno dopo e altri ancora.

La legna fu tutta in strada, un mattino: come spazzata via dal rustico durante la notte, da un vento cattivo.

Pensieri in fuga 29.

E’ una sera liquida.
Gronda umidità.
Non si fa goccia né forma, quest’acqua diffusa.
La vedi obliqua e spezzata, nell’aria, senza compiersi.
Picchia sulla spalla, come un avvertimento, poi si dilata e si sfibra, a mezza quota.
Svapora e si perde.
Misteri che accadono in quella terra di nessuno, troppo bassa per gli uccelli, troppo alta per i fiori, indifferente agli uomini, che nulla fanno all’altezza del petto se non ascoltare il cuore.
Resta l’asfalto umido, fra bordi irregolari e opachi.
Un lucore immotivato, neppure richiesto da questo buio senza luna.

E’ così che la vita raddoppia.
Specchiata.
Uomini fanti su una carta da gioco.
Fari che sgocciolano.
Due versi, due capi, una stessa svolta.
La riga, che separa la cosa e il suo doppio, trema e vacilla.

A quale mondo apparterranno mai i pensieri?

Armando e Nerone

Bastava un’imposta da fermare o uno sfiato d’aria da implorare al sonno, per aprire una finestra e vederli camminare: Armando e Nerone, presi in eterni conversari e impennate di pause teatrali. Nel buio che si lascia attraversare da brevi fenditure d’arancione: la brace di una sigaretta, un fiammifero di luce repentina…

Cosa avessero da andare e riandare, parlando tutta notte, restò uno dei misteri della Bassa.
Su e giù per i sentieri a pettine dell’argine, fino alla golena.
Su e giù per la via grande e per la piazza, per poi finire al cospetto dei Due Mori, quando pure gli ultimi nottambuli chiudevano giornata: le biciclette incerte, nel pensiero del vino di domani.

Allora le voci dei due amici picchiavano nell’oscurità come le campane.

A ben sentire, la voce era una sola, tale quale il tocco che diceva l’ora.
Alta e massiccia, sempre sopra il palco, a cercare la luce del lampione e il sì sì di Nerone, unico pubblico e unico applauso.

Anche una biscia sarebbe uscita rotta a costeggiare il lungo discorso dell’Armando, che prendeva nel suo giro ogni muro, ogni siepe, ogni biolca di terra del paese.
Qui c’è bisogno di una strada vera, diceva al suo compagno, una strada che si faccia corta e larga, per arrivare svelta. C’è da tagliare giù per la campagna, stringere la corte, quella a squadra, e poi andare dritti, oltre il loghino…
Le braccia si aprivano nel gesto per spiegare meglio il suo pensiero.
Le  mani disegnavano le mappe, carte notturne di transiti nuovi, per passi di sogno e di leone.

C’è che le idee nascevano al mattino, nel caseificio o nella porcilaia, ma solo la notte si scioglievano in parole, che l’Armando allargava, tirava per la giacca e portava dove voleva lui.
In città, soprattutto.
Perché quella era la meta della strada: la città coricata di pianura, morbida e lenta. Coi negozi di pantaloni bianchi e panama con la tesa larga, i tavolini messi sulla piazza, col vermouth fermo nei bicchieri: discorsi e quiete chiacchierate sotto i portici con la pietra vecchia, fra i mediatori di tutta la provincia.

Ma ogni città sarebbe andata bene, coi suoi odori di macchina e petrolio…
La città era fedele morgana di ogni giorno, il senso del pane e del lavoro.
Di notte sembrava più vicina: come un amore da cercare e vivere dal nome.

Le donne coi nomi di città son sempre le più belle, e le censiva, con l’aiuto di Nerone, sotto il fico fiorone dell’Ernesto: la Roma, l’Ancona, la Ginevra, la Parisina…

Forse pensando alla sua Zara, chiara come una piazza sotto il sole, l’Armando salutava il suo compagno con un A n’in parlarem, che galleggiava in aria, promessa di altro tempo, parlato e vagabondo: inarcatura lasciata alle parole.
Un po’ come la frutta raccolta verso sera, acconto e speranza della conserva buona.
Quella di un giorno che ha proprio da venire, fedele a questo pegno.

Il bambino coi capelli biondi

In fondo non era così strano che la natura si lasciasse andare a un gioco di colore.
(Come negli occhi di una vecchia, un fragore d’azzurro a tradimento)
Così, fra pelli d’oliva un po’ terrosa e capi di passeri arruffati, quella testa bionda di bambino. Riccia. Come le foglie del salice, col nervo d’elastico tirato.
Orgoglio di sua mamma.
E bastava un gioco al sole, provare una fionda contro un nido, svirgolare un sasso a filo d’acqua, a Po: i capelli parevano sbiancare, quasi stoppa, quella avvitata ai tubi, golosa di ogni goccia.
Il bambino non li voleva più, quei capelli che arrivavano giù, fino alle spalle.
Maschio maschio, mica ‘na bambina, bisognava sempre dire sul mercato, quando le donne allungavano carezze con un beeella da schegge sotto l’unghia.
Avrebbe fatto vedere qualche cosa, se non fosse arrivato lo strattone, al braccio, della Nellj suasorella, frettolosa.
Il bambino non li voleva proprio più, quei femmini capelli.
Allora vatteli a tagliare, disse la madre asciutta, una mattina.
C’è che, con i soldi in mano, uno si sente re. E il barbiere stava proprio in piazza, a una svolta forse di destino.
E prima, prima c’era la Ghelfa, con la sua bottega e con la sua vetrina, una vetrina con la carta traforata, senza cacche di mosche e moscerini: galletti di zucchero a fischietto, disoccupati di nera liquirizia, confetti appena un po’ appannati e un angelo, appeso per le ali, intento a custodire tanto ben di dio.
I soldi non c’erano già più.
Per guadagnare casa, poi, si camminava piano, un po’ cercando i sassi con la punta per sentirne il male sotto il piede e sfondare la suola compromessa, un po’ sedendo sul muretto a mangiarsi ben la cioccolata, che andava leccata fin sulla cartina, bianca di dentro e fuori di stagnola. Perché la cioccolata questo regalava: l’odore intorno, a benedizione, e morbidezza di lingua e di palato, e il gioco di scrostare con due dita la pelle d’argento dalla carta, fino a trovarsi una lamina croccante di tesoro. Da stendere con gran soddisfazione, cancellando le rughe dal nitore, col piacere dell’appiccichino che restava a lungo sulle mani, a memoria del gusto e del profumo.

Arrivò in casa con unghie lunghe di stagnola, a mo’ di confessione.
Ai capelli pensò la madre, giustiziera: due colpi di forbici arrabbiate, tre scopaccioni in basso, per via dell’equilibrio, i riccioli in pugno da buttare subito, visto che…
La strada dell’esilio offeso passava per la porta.
Il bambino uscì col collo rosso, vuoto all’improvviso e con stupore, come il suo orgoglio ora un po’ scheggiato.
Nessuno lo vide a mezzogiorno. E pure c’era la pasta con il tonno.
A sera la madre andò a chiamarlo nell’orto, a cercarlo nella mezza luce.
Lo trovò che piangeva, tutti i singhiozzi in gola, sui suoi capelli tronchi, sparsi fra bucce di cipolle e fondi di radicchio.
In tetto al letamaio: biondo trofeo e berlina casalinga.
Eppure, fra piccoli bagliori.
Con tocco di poeta aveva sparso strichetti di stagnola, farfalline d’argento, fra riccio e riccio, briciole di funerale al sapor di cioccolato.

Cronachette all’mprovviso 7.

Battaglia peso-colore, in diretta.

Il cielo è grigio e annuvolato. Qualche garza bianca. Piccoli strappi, inutili, di leggerezza.
Lì s’innesta per un attimo un raggio di sole malato.
Vorrebbe trovare spazio ma le nuvole non cedono il passo.

Sono pesanti, le nuvole, e si spostano a gattoni, con la forza che tira al basso.
La luce ha uno scatto d’orgoglio, le scansa a gomitate: un giallino diffuso di malcerta vittoria. Troppo lieve per durare. Trova momentanea ospitalità in una garza bianca.
Intanto il grigio torna a spennellare il cielo, ma di una luce nuova, di opaline con venature chiare.

Ah, la luce adesso si spegne, ma arriva una nube materna, formosa e candida… Chissà.

Ci sono giorni in cui mi pare di assomigliare a questo farsi e disfarsi delle cose, in ostaggio di un raggio, di una garza o di una nuvola.

La vecchia dello stallo

Qui da noi c’era una vecchia minuta, dai modi gentili: capelli raccolti con l’onda, incarnato di cera giallina, caviglie un poco grosse.
Mai un tono più alto, mai una nota nervosa o una parola di troppo.
Restava padrona della casa dell’angolo e signora del muro che costeggiava la strada, con gli anelli di ferro scurito.
La pietra grigia cintava bocche buie e sterrate, tettoie aperte e antri senza porte. Un tempo il marito, lì, dentro e fuori, ospitava carrozze, cavalli e carretti. In odore di cuoio, di corda e di fieno. Poi qualche automobile, che lasciava macchie d’olio sul terreno.

Il tempo si mangia cose e persone, ma la vecchia minuta reggeva, in precarie solitudini.
Ora, il giorno di mercato, camicetta bianca con spilla sul petto, davanti al portone apriva un banchetto: scatola di ferro, biscotti osvego, come scrigno di numeri.
Ospitava biciclette, nel vecchio stallo, senza più carrozze, cavalli e carretti. Senza più signori e contadini col cappello.
Biciclette.
Con bella maniera, ordinata e pensosa, da guardarobiera dell’Opera, le prendeva in consegna, decideva sicura uno spazio, legava con lo spago un numero al manubrio, e in perfetto italiano diceva : consegna prima dell’una, altrimenti…e le mani disegnavano un segno imperioso, di perfetta regia.

Ché si è regine di dentro.
E i modi restano.
Anche in mezzo alle ortiche.

Cronache dal terrazzo 12.

Il temporale è stato intenso e grigio: terrazzo scompigliato.
Ho legato il fascio dei tronchi di ibisco con un filo multiplo e ben ritorto di rafia verde: erano andati a sparpaglio, in ogni direzione. Il filo è resistente ma non ferisce la corteccia delle piante umide, che sono sottili come le adolescenti e pure un poco storte. Irene ci ha attaccato un orecchino luccicoso. I miei ibisco ora hanno una collana con pendente.

A volte penso che anch’io avrei bisogno di un giro di filo che mi tenga stretta, o ancora meglio di una retina a maglie larghe che mi protegga e mi sostenga un po’.
Ci appenderei:
-un sasso poroso e trivellato, sporco d’inchiostro ( assorbirà le parole? arginerà il lavoro?),
-una pietra pomice per grattare spigoli,
-una pietra azzurra per i voli,
-l’anello giallo e liscio di sempre,
-tanti bottoni d’osso, che allacciano gli affetti di casa e dintorni,
-un’ onice nera, perché il dolore non si può dimenticare,
-qualche grano d’argento brunito per gli amici vecchi,
-un foglietto bianco appallottolato, tante volte preso in mano e poi lasciato,
-quattro piccoli gomitoli di lana calda,
-i nodi stretti delle amicizie nuove, che vivono di voci e di rimandi,
-il pezzetto di tela di un lavoro mai finito,
-un’ala di tulle per la leggerezza….

La sento già al collo, ora, la collana, e accarezzo la pietra che non c’è.
Perché il giorno-domani avrà pur da regalare qualche cosa.