Qui come altrove 22.

Qui come altrove, c’è l’uomo giovane che da tempo dice ‘così non si può più’.
Un giorno si mette la camicia bianca, arrotolando le maniche con cura, sulle braccia scurite per il sole. (Casse su casse di cipolle, dalla campagna dentro il magazzino).
Apre l’armadio ed anche quel cassetto che tiene chiuso con la chiave, perché, lì dentro, c’è tutta la sua vita, tenuta ben piegata: potendo, la stirerebbe ogni mattina per il piacere di saperla sua, e poi l’appenderebbe fra spighe di lavanda.
Infila la sottana, quella corta, che ha comperato sul giornale, e le scarpe con il tacco alto. (Le  guarda sempre, la sera, prima di dormire, quando la casa non può più dire niente e lo specchio gli restituisce, dolce, la curva del suo piede)
La luce, fuori, è uno schiaffo o un pugno, mentre avanza fra i banchi del mercato, con gli occhi di Argo appiccicati addosso, le risate che sporcano la strada, e quel ‘matto’, scagliato come fango contro la sua verità.

Qui come altrove 21.

Qui come altrove, c’è la vecchia che rammenda i buchi, quando il tempo consuma le presenze.
Ha imparato dal baco l’arte della seta: se le mancanze fanno la vita troppo lisa, gira tre volte su stessa. Gli anni si toccano e tintinnano, sfumano i confini nel ballo delle età. Il pieno va a colmare il vuoto, mentre il tempo ruota  su stesso, come lo zucchero che fila nella conca.
La vecchia s’imbozzola dentro la memoria, con la sua bava di giorni e di ricordi.
Dono è quel filo d’ago che ricama i silenzi dell’attesa, le mani tiepide, ancora un po’ indecise, i baci  dietro l’uscio. E poi li punta, quasi un chiacchierino, sul letto, proprio sul cuscino a fianco. Così bianco e fermo, dopo  il suo abbandono.

Qui come altrove 20.

Qui come altrove, c’è l’uomo che fa lo scalcatore.
Lo chiamano in case raggrinzite di freddo e di livore, perché scalchi i rimorsi.
(I rimorsi son ossi di coscienza, piantati a fittone nei ricordi, come certe conchiglie nell’argilla: vanno tolti, per rendere più tenera la vita)
L’uomo stende le coscienze sul tagliere, le apre con lame delicate, seguendo i nervi delle storie. E’ lì che incontra promesse disattese, vendette, fughe e tradimenti.
Per rimuoverli l’uomo dice solo due parole: “anch’io”.
Al suono, i rimorsi si sciolgono nel grembo di una vasta, materna umanità.

La Zena

La Zena era come certe viottole di campagna.
Cominciano aperte e chiare con le siepi basse ai lati, l’erba cavallina e la salcerella fiorita, poi non sai cosa succeda. La strada si stringe, piega storta e l’orizzonte non c’è più. Sparito, per colpa dei cespugli, alti all’improvviso, e fitti. Se ne indovinano i nidi, di scricciolo o di cincia, per certi chioccolii segreti: e allora viene voglia di far piano ché qualcuno potrebbe volar via, fra le ramaglie.
Ecco, i pensieri della Zena facevano presto a volare via, ad andare per aria: era difficile seguirli.
Si parlava di questo e di quello e poi, poi nessuno capiva più e c’era quasi paura di disturbarli, i suoi pensieri. La Zena un poco metteva soggezione, per quel suo infilare, nelle chiacchiere, dei ‘ma’ e dei ‘se’ che sembravano sbreghi di garza, dei ‘perché’ che pungevano come ferri da calza.

“La fa la ponta a tut”, dicevano in famiglia, ma la Rosina suamamma volentieri se la sarebbe tenuta in casa quella figlia testarda che non chiedeva scusa, ‘na figlia che si era gettata in Po dietro i gattini nel fagotto, col freddo che c’era, e aveva detto “provateci ancora che mi lascio andare giù”, ‘na figlia che ti prendeva il cuore con un gesto, poi ti gelava e ti fermava la lingua solo con la mano sopra il braccio. ‘Dolsa e brusca’. E che sempre voleva sapere e andare nella scuola vera, non in quella di paese, dove la maestra scappava ad accendere il fuoco sotto la pentola. Disposta ad andare con la battellina, da sola…
Bella era bella, del metallo che rivolta la terra, pallido coi lampi scuri: non è argento e non è cielo, ma se c’è lo scherzo di un po’ di luce, allora è vita. Bastava che scucisse un sorriso, la Zena. E lo faceva mentre chiedeva a suo padre come nascevano i cavalli e come si faceva il vino, come si arrivava al caglio e come girava il sangue.

La volevano in tanti, ma lei neanche li vedeva: rispondeva male ed era sempre un no, perché se lo sentiva che la vita non era tutta lì. Non poteva esser tutta lì. C’era da andare.
Allora s’innamorava delle strade e le seguiva coi nomi che sapeva: dopo Carbonara c’era Borgofranco e ancora Ostiglia e Ostiglia già era qualcosa…e dall’altra parte, dall’altra parte dopo il Cavo, c’era la Bonifica e poi Sermide e Bondeno e anche Ferrara, che era mare e aveva un rosso nelle pietre da imparare…

Spariti i sogni della scuola, le restava da aiutare in casa, ai Due Mori.
Aspettava il tardi, che la gente andasse via per sparecchiare al tavolo del farmacista, triste e forestiero, storto come una vite, che restava nelle voci finchè poteva e scriveva e scriveva e buttava a terra stracci di scarabocchi.
Con la scopa la Zena li spazzava via: non li bruciava nella stufa, li apriva e li stendeva bene con le mani: ci leggeva di argini e di pioppi, di un camminare la mattina presto con la fatica di un corpo che non tiene, di uno stare da soli nella gente.

Lo aspettò una mattina di gennaio, dove la strada trova l’argine e va su. E glielo disse. Glielo disse che sapeva i suoi pensieri.
Si sposarono d’amore, in un maggio che era tante cose: il vestito bianco, le rose puntate alla cintura, e solo l’aria fina in testa, il calesse pronto per partire.
Così la Zena arrivò a Ferrara coi suoi ‘ma’, i suoi ‘se’ e i suoi ‘perché’, che sciolse e raddoppiò, col tempo, nei libri della casa grande, nei quaderni dei figli che crescevano, nelle parole di chi veniva per ascoltare i pensieri suoi.
Quel che sentiva, adesso, era che la vita davvero stava tutta lì, nelle stanze senza umidità, nel parlare la sera, carezzando la tovaglia bella e le posate a specchio, nel conoscere il nome delle cose.
E c’era la paura di perderne uno spicchio, di quest’arancia dolce,  perché il dolore sta dentro il poco e il tanto e vien fuori quando pare a lui.
Non fu il poeta a portarle via la figlia, lustra come la stella diana. Se la sposò un sardo piccolo e potente. Per far partorire una montagna, portò con sè la moglie incinta là, lontano, e la Zena, con la mano fredda nel saluto, sentì un ‘perché’ infilzarle lo stomaco fino a farlo sanguinare: capì che era il dolore, lì, pronto ad uscire.

Non si salvò nessuno: l’aereo si ficcò nel mare e sputò una cassettina d’ori che la Zena, piccola e rannicchiata, riconobbe e tenne lì, incerta se vivere o morire. I capelli bianchi all’improvviso, come le parole.

Poi, poi con l’indolenza pigra dei mattini, la vita si prese il tempo che voleva: pretese anni e anni di cura per chi restava, per i narcisi gialli, per la casa, per la sposina giovane, la nuora della Dina, che piangeva e piangeva per il suo grembo vuoto.
Come il vuoto sa chiamare il pieno o trovare la carezza d’un vuoto uguale…
Fu tutto un fare, un tremare, un correre per questa Rosa giovane, un trascinarla città su città, dottore su dottore, su incerti scarpini con le rondini e una veletta grigia.
A buon fine: tutta l’attesa in una curva rosa.
Nella stanza che dava sulla piazza: tenuta lontana persino la corriera.

Giusto per un saluto, uno sfiorarsi di esistenze, che resta nel nome.

Ancora maggio, ancora rose.

La Dina

Aveva un chè, la Dina, un chè forse di tenero e severo: gli occhi attenti, l’espressione buona, ma come dietro un vetro di rispetto.
Non dava confidenza.
Per dire: niente mani, all’osteria, ad accompagnarla neanche per un gioco, niente scherzi.
Era lei, la più giovane di casa, che andava a comperare, dove c’era bisogno d’occhi aperti.
E non provassero a ingannarla con certe galline, grasse e gialle, buone solo a far del brodo e poi e poi… “’Na gallina, ho detto, mica ’n asino, ustion…”, ribatteva al contadino, e il suo ustion disegnava nell’aria un’ostia gigantesca, bianca e sottile: il sacro invocato a ombrello, che per tutta la vita fu  il segno universale di ogni suo risentimento.
Non perché alla Dina mancassero parole. Anzi. Solo parlava alla sua maniera.
Si innamorava di alcune, le portava in giro e le addomesticava.
Le piacevano quelle da spiegare ad un “degno uditorio”: nella stalla, prima, e a certi tavoli dell’osteria, dopo. Solo a certi, però.
Erano le parole che leggeva nei Miserabili, la sera, quando le gambe le facevano così male, e lei, a letto, sotto il tetto, con l’armadio schiacciato dalla trave, tutte le ripeteva a voce alta. Con gli accenti ci prendeva poco, perché non è facile far suonare nella stanza le parole di un libro. Si ha quasi soggezione.
E le spiaceva che la Noemi se ne fosse andata; di nascosto le scriveva, là in Costarica, e le diceva, sì,  dell’Alda e della Zena e di suamamma e della Nella bella e degli uomini di casa, ma anche di jeanvalejan e di quel che succedeva. A dire il vero, pure cambiava, perché, li avesse scritti lei, i Miserabili o la vita, non avrebbe fatto morir di freddo la Fantina.
Nel mondo nella Dina nessuno aveva da sparire e anche il tirare il collo alle anatre mute era cosa lasciata a Guido suo fratello, pure i conigli  con le faraone. Poi, una volta sulla tavola, tutte scorticate e pelate e passate sotto l’acqua, le carni erano come le parole: da far rivivere per una gioia di sapore e allora andava bene.
Ché  la Dina inventava storie e piatti alla stessa maniera. Stavano nascoste, le storie, nella pancia delle parole, come nella pancia delle galline stanno gli ovini senza guscio, che, a farli cuocere nel brodo, sono una delizia di caldo e  di sale… Il regalo del brodo, come certi ripieni fatti di nulla e pangrattato, con l’anima di prezzemolo dell’orto. La meraviglia del poco.
La Dina spignattava e pensava alle storie che avrebbe raccontato nella sera, di bambini scambiati nella culla, di lattanti con il pelo matto in faccia, di maggiòrdomi fedeli o traditori e intanto, intanto diventava, lei, regina, regina di pentole e padelle fra sfrigoli  e fritture, regina di trippe sbiancate e poi arrosate, di stracotti lardellati con chiodi di garofano (quieti a  sobbollire nel barolo) e di polente scivolate lievi a sposare il burro e il parmigiano, pronte a rivoltare il gusto campagnolo nel tondo di una punta di tartufo…

E quella sera, fiera di un racconto che era un tripudio di maccheroni col selvatico (voluttuoso di rigaglie e salsa ripassata),  aspettava in fondo alla cucina il lieto fino: il piatto vuoto.

Tornarono indietro nove maccheroni.

La Dina scese dal trono. Lenta e decisa.
Andò dritta al tavolo della rivolta.
“Perché?”-disse imperiosa.
“Formaggio. Colpa del formaggio- rise l’altro sotto i baffi, anarchico nell’anima e nel fiocco – S’attacca al piatto. E questo non va bene.”
Il casaro le parlò, con poesia nuova, del latte che diventa grana e dorme nella crosta nera, perché il buio non ha altri colori. La Dina, rossa come un pito, ascoltò la storia dei paioli di rame. Vide le forme ballerine e i riti dell’assaggio.

Le portò il formaggio buono, l’uomo dagli occhi chiari. Un giorno. Come un anello, come una promessa.
Era la sagra del paese. Andò nella cucina e disse: “Si balla, nel cortile”.
La Dina la regina, la Dina la severa disse di sì com’era, col grembiule a quadretti e le ciabatte.
Fu un valzer lungo e malandrino, braccia morbide e un bacio a tradimento, dietro la pesa.
Durò più d’una vita.

La Nella

La Nella si ritrovò con mezzo letto vuoto, nella stanza delle mele.
Così le restò la voglia di parlare e un modo lamentoso nella voce. Con le vocali lunghe e un poco strascicate.
La Rosina suamamma, all’osteria, non la voleva: c’era d’accendere cent’occhi e poi e poi…. Perché era troppo bella. Di quelle pelli fini e occhi chiari.
Meglio in cucina, ad asciugare bicchieri, a lustrare piatti fino a farli cantare.
Col collo lungo, tutto bello nudo, perché un ricciolo potesse figurare, la Nella raccoglieva la polvere del riso, sul fondo dei sacchetti, e la sfregava sulla pelle bianca. “Son mica contadina”, diceva.
E si specchiava nei coperchi: intanto sospirava. Fu un attimo chiamarla Piangerò.

“Ah, Piangerò, ridere bisogna…- diceva la Rosina – Coi sospiri non si arriva in cielo e non si trova neanche un buon marito”.
C’è che l’innamorato già l’aveva, la Nella, ed anche di lontano.
Due volte l’anno portava l’olio, sul carro coi cavalli. Restava dozzinante lì, nell’esercizio.
Aveva l’occhio vivo e la parlata svelta.
Le fece l’amore nel tabarro, una sera di autunno, dietro l’argine.
“Aspettami”, le disse, “ché ti vengo a prendere, ti sposo e porto via.”
Non era un mentitore.
Tornò  e si promisero, per la primavera.
“Se vedi delle cose, lascia stare.” – le insegnava suamamma nell’inverno, dentro la cucina- “Devi portar pazienza. Da chi vuoi mai cercar ragione. Sei là da sola…”

Il là era il mare.
Se le veniva nostalgia, la Nella andava nell’ansa del mezzano, con le zucche abbracciate con le piante. Guardava il Po andare lontano. Verso il mare.
“Vengo anch’io”, diceva piano piano.

Arrivò, già sposata, con la veste color tortora, di lino. Bella e raggiante, con le dozzine ben ripiegate dentro il suo baule.
 “Quant’acqua senza neanche un argine” disse guardando il mare.
E col marito, visto sei volte in tutto, entrò nella casa con i gelsomini e i bossi vecchi e le taniche d’olio nel salotto.
Trent’anni.
Di vita non gridata, di figli e anche di dolori.
Ché ‘l Zanin teneva le altre donne. Una davanti a casa.
“Se vedi delle cose, lascia stare. Devi portar pazienza”, si ripeteva senza lacrimare.
Ma un giorno che lo vide traversar la strada e pulirsi i segni del rossetto, ridendo nel gesto di un saluto, non alzò gli occhi quando entrò in casa e non rispose.
“Ma qui siamo un po’ nervosi”, disse l’improvvido.

Trent’anni uscirono di botto, come l’acqua che esplode in un canale.
Parole urlate negli orecchi e nella strada …
“Figlio d’un cane, romagnolo falso e traditore, impostore e fedifrago, unto e bisunto, sporco di pelle e di cuore, senza dio e senza fede… rovinafamiglie col pelo sul cuore…”
Sul  Zanin, fatto di pietra come il selciato, rotolò l’ultima, furibonda accusa : “… e po’, e po’ da trent’an a t’am ruini al bro’, cal bon , ad galina … Ca t’ag zonti an cucieer at  pumdoor e ‘l peear…. Vargognat.”*
Poi la Nella tacque e tornò a rammendare le sue calze.
Silenziosa per altri vent’anni.

* “e poi, e poi da trent’anni mi rovini il brodo, quello buono, di gallina. Ci aggiungi un cucchiaio di pomodoro e il pepe. Vergognati”.

L’Alda

Che poi, lì, era una faccenda d’anima.
Come avesse fatto un’anima  incantata a infilarsi proprio in quel corpo senza garbo se lo chiedeva anche la Rosina. ‘Sta figlia grossa e lenta pareva lavata nello zucchero. Certi centrini di cotone bianco e spesso, induriti in un bagno di sciroppo.
Poi le guardavi gli occhi e sapevi che la grazia sceglie le sue strade. Ci trovavi  un mentre trasognato, un dentro presente e separato, la mansuetudine di certe ciambelle che ringraziano il limone, per averle profumate.
A farle male era quasi un rubare in chiesa: tutto le allargava gli occhi e le restava a girare nella testa, come le giostre di latta dei bambini. “Ma pensa”, ripeteva.
Ché il mite regala lo stupore.
E lo stupore è scendere le scale, guardar la vita in basso, tra i pieni e i vuoti di un centrino, tra le zampe di una cavalletta.

Così la Rosina aveva i suoi pensieri. Con l’Alda che viveva coi conigli e non c’era verso di portarla in piazza, nell’osteria che aveva ereditato. C’era da prendere una pelle dura, da essere svelti anche di parola.
L’Alda no che non voleva, coi cavatori che al bel tempo facevano notte a carte e il vino e le cantate.
L’Alda voleva parlar poco, cifrare le lenzuola, diradare le barbabietole e guardare le galline.
Ché in certi giorni di caldo, con la fatica del mietere nel sole, lei sentiva il giallo dentro e stava bene.

Fortuna grande che venne nella corte un uomo.
La vide trapiantare i suoi mughetti.
I mughetti sono ingannatori. Il bulbo è vischio e ti si sfoglia in mano.
L’Alda, tutta infagottata, con le mani grosse scuoteva la terra così piano e la soffiava via, dalle  radici di latte, con un sorriso buono.
Le disse: “Te sei del paradiso”.

Che ci si innamori di un soffio di pazienza è cosa strana.
Ma tant’è.
L’Angilin, ricco solo di fisarmonica e di braccia, si portò in chiesa l’Alda e la sposò.                                                                                                                Brutto affare la fisarmonica. Qui si sa che chiama il vino. La musica si sganghera, sale per la manica, cerca il collo e la gola.
Suonava e poi beveva, l’Angilin, di una tristezza che spaccava il petto, la testa. Scaldava le mani e le faceva pugni. Senza memoria.
L’Alda era lì.
L’Alda era sempre lì.

La mattina, davanti ai segni rossi sulla faccia, agli occhi gonfi della moglie, “cos’è?”, diceva lui.
“La porta. La porta l’è dura”, sospirava l’Alda.
E piangevano insieme, seduti sul gradino.

 

La Noemi

Il fatto è che la Noemi nasceva ogni sera, quando la gente della corte si trovava nella stalla. Erano ore di buio, dopocena, che in letto non mandavano nessuno: la casa era col gelo sventagliato ai vetri e l’osteria lontana. Ah, se era lontana l’osteria, nella nebbia che rugava la gola e si mangiava pure l’insegna di ferro. Una nebbia che neanche i fanali, che neanche le preghiere… Ché poi, se preghiere c’erano, erano quelle delle vecchie, e pure a rovescio: il piacere era tenerseli attorno, gli uomini, la sera. Non fuori. Lì, nella stalla, invece. A guardare le figlie nei filòs, a tenerle in riga. C’era poco da fidarsi con gli sterratori in giro. Cavatori a giornata, al canale, braccia forti e mani svelte, presi a figlio per compassione e messi a dormire nella stalla, dopo, ad usci chiusi…

La Noemi scendeva fiorita nel bustino, con la camicetta delle feste, scura a piegoline, e lo scialle a coprire, ché la Rosina suamamma, se la vedeva prima, la faceva tornare su, a cambiar veste.

La Noemi aveva gli occhi neri e dritti, di certe bellezze spigolose che non si sciolgono in dolcezze di sorrisi, ma si stringono nei vuoti della faccia. Aveva il petto fermo e la vita ben fasciata: di nascosto, s’imbustava  anche di notte per mettere la carne in posa – diceva – o per sentire che effetto fa esser stretti al buio, col soffoco, rideva la Nella suasorella, che dormiva con lei nella stanza delle mele campanine  a far tappeto brusco, sotto le finestre.

Entrava nella stalla per ultima e come una regina. Sedeva lì, vicino alla Rosina, nella striscia bassa, di mezzo, fra le poste delle vacche, che voltavano la schiena. A tirare dentro al sanguinello, che dentella le dita, e alla robinia, che cede latte amaro, per le ceste dell’uva e delle pere. E a cercare con gli occhi, fra i  tanti, il Doru, bello come un dio, di sguardo frugatore.

Si lasciava che le mani andassero, che i bambini si nascondessero sotto le sottane, che le storie facessero il giro delle volte.  La Noemi le sapeva tutte, anche le storie di Sonia di Talem; le ripeteva piano, con gli accenti giusti e coi sospiri; il contatore Calanca, sterratore del cavo, guardava lei, se perdeva il filo, ché tanto lo trovava sulla bocca.

Così mi scaldo- diceva lei: ch’ era un bel volere star caldi con sei vacche su uno strame fermentato. Il fieno dava d’acido, nella stalla pregna dei vapori delle bestie. Anche di parole. Quelle rosse, con i baci e il tremore della gola, la Noemi le diceva con gli occhi ben piantati in faccia al Doru. Le sentiva dentro, che picchiavano nel petto: allora tirava i salici del cesto, come fossero i capelli della donna, che l’uomo le aveva preferito. Il Doru la guardava, la guardava.

Quando una sera la aspettò, giù dalla scala, nello sbieco di ombra della porta, la prese per un braccio…“ Se vuoi…” Disse di no, la Noemi, e tornò di sopra, senza volere.

Le sorelle si tagliarono i capelli, di martedì, il giorno di mercato, per vendere le trecce. Coi denari la Noemi prese il vapore.  Partì da Genova, senza dir niente a nessuno.

Kunta Kinte, ovvero radici

Vengo da una famiglia grande e sarmentosa: le radici hanno filato in tante direzioni in un lungo arco di tempo. A tenerne uniti i tralci, oltre agli affetti, ai riti e ai contatti di cuore e di voce, sono le storie che non ci stanchiamo di raccontare e di ascoltare. Le abbiamo sentite da piccoli, le abbiamo viste rotolare sulla tavola, reinventate, ogni volta, e ce le ripetiamo con ostinazione perché non vadano perduti né nomi né vite. Ci fanno compagnia e rammendano i buchi con cui il tempo dirada e sfilaccia la famiglia.

Per questo mi pare propizio, in una casa nuova, aprire una vecchia finestra: c’è bisogno di lari e di penati, c’è urgenza di presenze amiche per prender confidenza e per scaldare uno spazio bianco.

Diversi anni fa, durante un riposo forzato, fatto di febbre e di tosse, un amico mi chiese da dove provenisse il mio nome. La risposta fu un grappolo di racconti: il mio nome viene da lontano, da una delle sorelle di mia nonna. Cinque sorelle. Dentro i loro destini così diversi ci sono i semi delle nostre vite. Spero non dispiaccia, a chi passa per questo luogo, rileggere o leggere per la prima volta le storie della Noemi, dell’Alda, della Nella, della Dina mianonna e della Zena.

Domani comincerò. Buona notte.

Qui come altrove 19.

Qui come altrove, c’è la donna che a volte s’addormenta col braccio sopra la coperta, la spalla sinistra tutta esposta al buio. Sempre pensa, la sera, che il sonno tarderà. La mano, intanto, liscia il raso: è il gioco di quando era bambina e fingeva di carezzare il mare, quasi a cercare un fresco di onda nella stoffa. Ma adesso il sonno arriva all’improvviso e il braccio non fa in tempo a rientrare: resta fuori dalla porta del tepore. Ne approfittano i sogni, quelli neri, che s’arrampicano su su, fino alla spalla. Raccontano di acqua sporca e grigia, di scale a precipizio, senza più gradini, e di perle che si fanno lacrime sgranate. Soffiano sensi  di perdita e abbandono.

L’uomo che dorme lì vicino sente il dolore di quei sogni. Aggiunge una coperta  sulle spalle, per  non  svegliarla, e aspetta che il respiro torni quieto.

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