Pervinche

Sul terrazzo sono fiorite le pervinche, sui cordoni lunghi.
Sono tenaci e silenziose, le pervinche.
Navigano dietro le fioriere, viaggiano nelle crepe dei muri e non si fermano di fronte ai vasi già presi.
Poi, quando, ormai all’esasperazione, decidi di sfoltirle, perché sono spettinate e invadenti, fioriscono.
Fioriscono di colpo, senza preavviso.
E allora non c’è azzurro più intenso: forse solo quello della lobelia può andargli vicino, se decide di lasciare il cobalto e si sfuma di porcellana.

Non ho il cuore di togliere le pervinche.
Le lascio fare razza e mi vergogno del mio non saper tagliare.
Sarà il sogno del tenere tutto.
Sarà che anche i pioppi mi sembrano azzurri, quando marcano l’orizzonte, dietro gli argini.
Sarà che ho voglia di colori, ma pure una pervinca mi sembra una rete a strascico, che prende, dentro il suo giro, parole nuove.

Un giro di lenzuolo

Chi mi conosce sa il mio amore per le mele vizze, concentrati di dolcezza e di imperfezione: piccole, rotolanti mele di salvataggio.
Piacerebbe, ora, averne una scorta sotto il letto, a fare tappeto e odore di verde, come accadeva nella stanza fredda e vuota della casa grande.
Sono pensieri che vengono, leggeri, mentre, al piano di sopra, i muratori stanno scrostando i muri, inserendo tiranti e mettendo a nudo tutte le crepe e i danni.
Il terremoto è sparito dai giornali, ma è rimasto tutto nei muri delle case.
Ci sarebbe bisogno di una vita di mano gentile, adesso, ma è itinerante la sua dolcezza.
Si raggruma sul fianco d’una mela, in una speranza messa a norma, in una pausa breve, barattata, poi si distende come un tessuto liso. Si sfilaccia e si perde via. Occorre aspettare che riaffiori e fare bastare quanto ha già dato.
Così, in certe ore della notte, quando pensieri tempi e cose diventano colonne alte, fa bene credere che, lente e flosce, cederanno al sonno e perderanno peso: magari basterà una piuma a sgranare i mattoni della torre.
Chissà.
Dolcezza diventa allora un giro di lenzuolo, a coprire bene le spalle.

La misura del tempo

A sacchetti riempiti, a cagne addestrate, a sogni infeltriti, a camicie orlate.
A mastelli ingrigiti, a fave sgranate, a vestiti imbastiti, a gattine figliate.

Il tempo in casa  si misurava così, con una filastrocca di gesti e sensi che lo tritavano a piacere.

La Dina lo pestava sull’asse, assieme al lardo, all’aglio e alla cipolla.
Il battere secco  diceva la consistenza e la resa delle cose: era la pendola del risveglio della casa.
Accompagnava la mattina tonda, che non è l’alba e neppure il quasi mezzogiorno.
Quando la pistada diventava lenta e filosa, anche i bambini erano già lavati.

Nella stessa stanza la Iris batteva il tempo con la macchina da cucire, per altro tedesca e segaligna. Sotto la cassa di legno il piede andava su e giù col pedale, mentre sul piano la mano correva avanti e indietro per spingere la stoffa verso il piedino dell’ago e ammucchiarla avanti.
Il tempo di sotto respirava e cigolava di fretta, il tempo di sopra si gonfiava in sbuffi di stoffa cucita, quasi gobbe cammellate percorse dai punti. Anche a catenella.

Nelle stanze da letto il tempo era sbattuto e sprimacciato dalla Rosa: strappato dai letti, messo alla finestra, fatto volare in forma di piuma dai cuscini, con colpetti che scandivano Luna tu sai tu dirmi il perché  e liberavano i sogni della notte.

In sottofondo, il tempo diventava scattoso e rauco perché lo misuravano i gargarismi del grande vecchio, prima del caffè corretto con la Ferrochina Bisleri: almeno sei schiarite, quante ne consentiva il bicchiere. In bagno, dove certo era restata traccia del fischio sottile dell’altro uomo di casa, che fischiava solo alle soglie della giornata: alle prese con la barba del mattino e con il rientro della sera, dietro il vetro della porta.

Aveva brusio di sciame, il tempo, con le rime e le pause del fare.
Ora la mia misura è il rammendo: pieni e vuoti.
Rammendo le voci che mancano.
Stendo bene i lembi degli strappi, ché le carezze servano a qualcosa.
Chiedo ai fili di rafforzare il liso e gettarsi oltre il vuoto.
Coll’ago o con la pagina fermo quel che c’è.
Anche le voci più piccole, anche i respiri.
Censisco il tempo: so le domande.
Riparo e fingo, anch’io sul filo.
E continuo la filastrocca.

A forme pensate, a racconti cuciti, a carni brasate, a ombrelli smarriti.
A leghe spianate, a vasetti bolliti, a speranze glassate, a steli fioriti.

Il padre

Che poi era facile fare confusione.

Vederlo in chiesa, prendere l’ostia dalle mani del prete, mangiarla a testa bassa e con la schiena dritta. In piedi, non al banco di mezzo, ma a destra, vicino alla madonna col serpente, il manto celeste e le stelle. A pregare l’agnello di dio che toglie i peccati del mondo, con la sua voce senza latino.

E riconoscerlo, nel corteo del primo maggio, passi pesanti, scarpe da terra dei braccianti. Trovarlo vicino alla bandiera, nelle adunate sulla banca di Po, con la rabbia ferma nelle braccia.
A fare sciopero. A chiedere l’imponibile, per mangiare anche d’inverno. Quelle giornate promesse e filate via col fumo.
(Tante biciclette, poggiate ai pioppi, e gente dappertutto, fin sull’argine, come in un parlamento contadino traversato dall’aria di boschina)

Facile fare confusione, a vederlo mezzo prete e mezzo rosso.
E sempre con misura. A modo suo.
Da solo in chiesa, mai un’offerta.
Di parole scarse coi compagni, che si chiedevano il perché di tanto incenso, di questa conversione all’improvviso.
Ma era un uomo giusto e c’era da tacere. Aveva anche lui da lavorare.La moglie e un figlio, fatto tardi.

Un figlio piccolino, con un nido di ricci per i merli, e questa faccia lustra di sapone.
Piccolino e s’ammalava spesso.
Se lo portava a scuola, le mattine di pioggia. Se lo asciugava bene, se lo sedeva sopra il banco: gli toglieva le scarpe e le calze. Gli dava un bacio sulla pianta nuda. Il bambino non voleva, perché aveva anche vergogna, ma poi rideva per il solletico: in un attimo aveva calze asciutte e pantofole di panno, uscite dalle tasche di quel padre chioccia.

E poi l’uomo andava in chiesa, se era inverno.
A dire grazie.
Per il fatto di avere il suo bambino.
E la scuola lì vicino.
E un paio di calze di ricambio e un paio di pantofole di panno.
Per il suo bambino.
Che, tutto ben lisciato, senza freddo nei ricci e coi piedi al caldo, avrebbe amato la scuola, i libri, la pioggia, la terra, le strade e l’universo mondo, ‘ancor non nominato’.

Colombi

Sì è usciti, a mezzogiorno, per tentare il sole.
Sulla strada che va di là da Po, vivaio di poiane arcigne al palo e di aironi piantati a bordo fosso.
A guardare le case che muoiono d’inverno.
(La linea del tetto che si ammolla, quasi il tempo picchiasse sopra il collo. La trama che cede in crolli silenziosi. Caverne d’aria scoperte di mattina, senza testimoni)
Case vecchie e vuote, forse sorrette da geni solitari, come certi altarini campagnoli con l’ulivo scampato ad ogni fiato.
Tutte uguali.

Eppure, sui coppi che resistono nella corte lunga, un’apparizione.
Non macchie di umido fiorito, neppure  muschi affumicati.
Un biancore a placche: discreto e palpitante. Spalmato sopra il tetto. A partire proprio dal crinale.

Colombi. Una colonia di colombi.
Gonfi e accartocciati.
A sorbire quel filo di sole inesistente.
A godere di quel tetto senza crolli.

Come certi pensieri del mattino, rotolati dal buio e dalle notti inquiete.
Cercano la luce, sul tetto della nostra parvente realtà.

Qui come altrove 34.

Qui come altrove c’è il vecchio che vende gli anni usati al bordo della strada, l’edificio grande a incombere alle spalle, col peso di finestre tutte uguali.
Facile ricevere un passaggio, specie se il freddo scioglie silenzi e indifferenze.
Il passeggero apre la portiera e subito gli arriva quel lamento. Sono troppi gli anni da portare, con la sorella dentro l’ospedale e la casa che se n’è andata via: resta quella che è di tutti e di nessuno, con le inservienti che perdono la pazienza.
L’uomo che vende gli anni usati  vorrebbe cederli per niente, sgravarsi un poco dell’affanno. Almeno in forma di racconto. Perché il  tempo è già pronto,  in pacchetti ripiegati, di facile cessione: quello speso in Belgio a lavorare, in bocca il sapore del metallo, quello dolce del quasi matrimonio, quello della malattia…
Il passeggero sceglie a piacere uno scampolo di tempo da ascoltare, poi riporta il vecchio all’edificio grande, e gli pare di vederlo camminare più leggero.

Qui come altrove 33.

Qui come altrove c’è la donna che raccoglie la ragione dei vecchi perché non vada perso quel che resta.
La ragione dei vecchi viaggia e a volte torna, con  bagliori di stelle e grumi di fango secco. Salta sui sassi, come l’acqua rimbalzina, poi si ghiaccia, all’improvviso, in silenzi di gelo: frasi in frantumi e occhi larghi.
La ragione dei vecchi ha buchi e trine, ospita i fantasmi assieme alle paure: piange per la gatta che non mangia, dimentica il pianto della casa vuota, perché sceglie ogni giorno il suo dolore.
Lo sa  la donna, che solo ascolta, senza dire niente. Intanto avvolge le parole sullo stecco, ogni voce che suona nella stanza: lo zucchero filato della prima volta, del viaggio in motoretta, del mare a conchiglie, così azzurro, della pancia che si gonfia mese dopo mese…
Le restituirà quando arriverà la nuova nebbia, perché perduri un filo di dolcezza, almeno nel racconto.

Elia Malagò e il suo Orto dei Semplici

Le parole che Elia Malagò manomette e rimette al mondo (per  scioglierle dall’opacità e restituirle all’innocenza) mi ricordano la terra quando viene rivoltata e assume, allora, il colore stupito della non usura: si espone, umida nel segno sagomato dalla lama, con la sfumatura azzurra che i metalli sottraggono al fuoco.
Liberare le parole (rendendole così esatte e calibrate, smussate o urticate, da non avere un sinonimo) è l’arte di ‘rivoltare le zolle’. E’ la capacità di scavare con onestà, fino a trovare le radici della essenzialità e gli umori del sentire.
Fare della poesia lo spazio per cercare l’esattezza del dirsi è, a sua volta, il frutto di un rigore che spiega una vita intera.
Entrambe le direzioni generano, in chi legge, la responsabilità di non disperdere il senso messo in circolo dai versi. Forse per questo convivo da un paio d’anni con la raccolta Incauta solitudine, senza trovare il coraggio di accompagnarla con la (mia) scrittura.

Adesso però piace uscire allo scoperto.
Per colpa di una suggestione e di un trattino.

La suggestione sta nel titolo della raccolta nuova che Elia ci consegna: L’Orto dei semplici.
L’ orto dei semplici sa di coltura e di antichi rimedi, essenziali nella loro unicità naturale, non manipolati né intrecciati né doppi. Sa di spazi vegetali conclusi e protetti, di un ‘dentro’ sottratto al consumo del ‘fuori’ e del suo tempo. Sa di cataloghi d’erbe e piante (gli hortuli) pazientemente composti all’ombra dei chiostri.
L’orto dei semplici sa di attenzione e cura, quella che lenisce e allevia.
Accostato alla poesia, fa transitare sottile queste sfumature di senso, e disegna visivamente rettangoli, cerchi e spicchi (o porte, cicli e aiuole), sui bordi dei quali disseminare i titoli dei tredici componimenti che articolano la raccolta.
Ed è il trattino l’anima di ogni titolo, un trattino che prende per mano e relaziona, moltiplica le direzioni perché, a figure e situazioni, luoghi e sentimenti,  ‘gemella’ una presenza vegetale:  timo, verbena, achillea, malva, parietaria,   rosmarino,  azulene, rovo, salvia, ortica, menta, borragine, sambuco.
Come se ogni evento o stato della vita potesse contare su un ponte, su un’inarcatura verso un correlativo vegetale, capace  di riversare all’indietro il suo potenziale immaginario e di aprire ad altri risvolti, ad altre attese, in un allacciamento che suggerisce collegamenti senza stringere né costringere, senza fingere meccaniche identità, ma solo indicando i tanti percorsi paralleli che la vita consente e la poesia realizza.

Qui sta uno dei tanti modi in cui si esplica l’intelligenza poetica: l’annodare.

Perché la poesia non si serve delle sue figure soltanto come cifra espressiva, ma come strumento di conoscenza che, pur partendo dall’esistente, lo intacca, lo traspone, lo fa germinare. Anche in un arbusto.
Forse non è un caso, allora, che i versi de L’Orto dei semplici utilizzino il terreno dell’analogia e affidino la possibilità dell’annodare al ripetersi costante dei paragoni (“come un’amazzone senza lancia e cavallo”, “come un sospiro a metà/ di una calura che senza vocali/ronza”, “come un sanguinaccio d’acqua di riporto e condensa”, “come un segreto sepolto e giurato”, “come un sussulto all’alba”, “come una canna ti pieghi”,…), che nei loro vicinati inattesi aprono l’orizzonte referenziale della poesia e moltiplicano la presenza del reale e del possibile, in forma di suono e di odore, di colore e di ombra.
A sorreggere questo slargarsi del senso (e dei sensi) è la scelta ulteriore di utilizzare un altro potente ponte grammaticale : il “tra”, che, agganciando significazioni binarie, a volte diventa marca spaziale, a volte indicatore modale, indeciso e fluttuante fra referenti.

Il  viaggio della poesia (“tra mattane e silenzi”, “tra zolle da piccone”, “tra una pietra/ e chissà che altro mattonaccio”, “tra il poco e/ il niente”, “tra mentastro/ e mazzi di ortiche”, “tra la betulla incarognita nell’incuria e i due pini”, “tra testa e tendini lunghi e striati”, “tra gengive e parola”, “tra carrubi incarcerati nel silenzio”, “tra i denti”, “tra anse di corrente”, “tra ghigni e pedaggi”)  si fa metaforicamente tutt’uno col viaggio di erbe, arbusti e piante, col  profondare delle radici nel terreno, nei cocci, negli interstizi, alla ricerca del giusto che serve a “bastarsi”.

Il “bastarsi” è il dono dell’orto e la sua legge di sopravvivenza: lo sanno le vecchie ragazze di campagna, così come sanno che  la semplicità necessaria si apprende nel mezzo delle cose, “sotto”, “dentro”, “in”, cercando quote di profondità e di appartenenza alla terra, ma anche la relazione, il legame che accompagna, magari sull’orlo rassicurante di un’amicale “tazzina di caffè”.

Carte amicali – sambuco

un po’ frustra e fuori commercio
come  una noce sotto i denti a sfida
di una vecchiaia incipriata

e poi chissà dov’è e dove andremo a stanarla
prima che si infili sotto il colletto cementando abitudini e tartaro

Questi fogli forati mi costringono a righe numerate
un pentagramma o la pista di oche esercitate a rapidi
rientri
se solo dimentico la chiave di violino

eppure resta la voglia di uscire allo scoperto
affacciarmi sul bordo
in vertigine: ma dove sei che mi pare di toccarti
l’orlo della manica
un poco lisa come le nostre bordate
tra battute e arresti pudichi

e  l’amicizia è proprio lì
tutta lì sull’orlo
della tazzina di caffè

(Elia Malagò, L’orto dei Semplici, Fascicolo editato nel 2012 dall’Associazione Culturale “La Luna”)

Appunti per Vicolo del Precipizio, di Remo Bassini

Remo Bassini è un narratore di storie, ma quando lo leggo mi vengono sempre in mente le parole del poeta Mario Luzi, che si rivolge alla sua poesia con un invito/imperativo categorico “Tu cantami qualcosa pari alla vita”.
Secondo me in un’osteria di Cortona, dove parcheggiano vecchi che ancora hanno occhi e chiacchiere taglienti, o in un bar di Vercelli, nebbioso e pieno di voci, Remo Bassini deve avere inoltrato una richiesta del genere, alla sua musa un po’ selvatica. Forse non le ha detto ‘cantami’, molto più probabilmente le detto ‘contami’, ma il contratto è riuscito, perché nei libri di Bassini, in tutti i libri di Bassini, c’è la ‘pienezza’ della vita, una pienezza conquistata con l’esercizio della vita stessa, con la fedeltà alla propria storia personale. Questa probabilmente era la clausola del contratto. Rispettata anche in Vicolo del Precipizio.

E’ un romanzo a molti ingressi, Vicolo del Precipizio: entrarvi significa conoscere un personaggio complesso, che stringe con i luoghi un rapporto intenso, fino a farli diventare interlocutori della propria vita. E’ Tiziano, quarantacinquenne, single e con amori pregressi e irrisolti, scrittore interrotto, che dopo un esordio felice, si trasferisce da Cortona a Torino, e lì non trova più la motivazione/condizione necessaria per continuare in proprio. Diventa il donatore di anima e parole ai libri degli altri, si fa sarto a pagamento dei racconti altrui, quello che, in gergo editoriale, si definisce ghostwriter. E presta le ‘sue’ storie agli altri. Non per generosità, ma perché le storie, spesso, non hanno né padri né madri, come i proverbi e le frottole, ma girano per strada e possono essere di tutti.
C’è un momento, però (nell’aggancio ad un fatto di cronaca legato a un personaggio del suo paese natale) che riattiva  la sua voglia di scrivere e di chiarire le sue zone d’ombra, di sciogliere i grumi di vita fossile che non è riuscito a stemperare nel quotidiano. Continua a leggere »

2013

Ho già detto tante volte che credo nell’energia buona degli inizi e amo gli auguri perché sono un’inarcatura buona verso il domani.
Il mio augurio sta in una una poesia che amo.
Viene da L’orto dei semplici, di Elia Malagò, una piccola, preziosa raccolta di versi editata nel 2012 dalla Associazione Culturale “La Luna”.
Ho scelto questo testo perché sa di disgelo interiore e dice della proprietà lenitiva del dono, una carezza di malva che scioglie e ammorbidisce le resistenze del cuore.
A voi tutti questa carezza, per l’anno nuovo.

dono – malva

la mano dalla parte del cuore s’allunga
appena per un pudore così lontano da non avere istante
solo piccole lucciole in penombra tra il poco e
il niente

un alito di vento
a smottare impercettibile il cuore dell’ altro

(Elia Malagò)

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